Il congresso di Ferrara

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 30/01/1902

Il congresso di Ferrara

«La Stampa», 30 gennaio 1902

 

 

 

A giorni si aprirà in Ferrara un Congresso di proprietari terrieri non per discutere di cose tecniche dell’industria loro, ma per occuparsi dei rapporti fra capitale e lavoro.

 

 

In provincia di Ferrara accaddero nell’anno decorso scioperi di cui permane viva la luttuosa ricordanza; ed è interessante perciò osservare che cosa siano per deliberare i proprietari di quella regione. Tanto più che essi appaiono animati da spirito combattente e si sono uniti «per chiedere alla legge, alla giustizia la tutela degli interessi dell’intero paese, grandemente scossi dai moti spesso inconsulti che si vanno seguendo con vertiginosa progressione. Alla incoscienza dei governanti che ancora al momento attuale chiedono con circolari se gli attuali scioperi agrari hanno portato all’abbandono parziale dei campi, oppure se hanno invece portato ad una più intensiva coltura, risponde il Comizio di Ferrara, chiamando a raccolta gli agricoltori dell’Italia tutta, poiché un’affermazione seria e solenne di essi sia di monito a chi è chiamato a dirigere e reggere i destini della patria».

 

 

Sinceramente noi diamo lode ai proprietari ferraresi per questa loro iniziativa. Le classi dirigenti italiane debbono scuotersi se vogliono ancora meritare il nome di dirigenti; debbono far valere le loro ragioni ed esporre le proprie idee sul movimento sociale dei giorni nostri apertamente e chiaramente.

 

 

Che vale lamentarsi che il socialismo guadagni terreno, che improvvisi ed inconsulti scioperi gittano nel disordine tutta un’industria, se poi non si sa opporre propaganda a propaganda e discutere i mezzi più opportuni per rimediare ai danni gravissimi degli scioperi?

 

 

Dalla discussione nasce la luce, e non dall’odio silenzioso. Così solo dalle discussioni dei Congressi dei proprietari da una parte e dei Congressi dei contadini dall’altra sorgerà l’indicazione della via che mena alla pace sociale ed al progresso del Paese.

 

 

Queste diciamo non per voler approvare i propositi che nel Congresso di Ferrara verranno manifestati, ma per mettere in luce la necessità della discussione onesta ed aperta tra tutti coloro i cui interessi divergono. Una discussione fatta oggi, sia pure vivacemente, può salvarci da un disastro domani.

 

 

E discussione meritano le proposte che verranno presentate al Congresso di Ferrara. Sovratutto merita di essere discussa la questione delle sanzioni punitive delle violazioni del patto colonico. È un problema scottante questo: se sia possibile di punire il fatto di chi abbandona improvvisamente, violando il patto colonico, il lavoro della campagna, nell’epoca in cui l’abbandono riesce più nocivo al proprietario, durante la mietitura, la vendemmia, ecc., ecc. È questione assai discussa e non soltanto in Italia. Potremmo citare poderose inchieste e pubblicazioni della Verein fur Sozial-Politik (Lega per la politica sociale) tedesca, che riguardano appunto quel tormentoso problema. Alcuni vogliono che vi sia unicamente una sanzione civile, che cioè l’operaio debba rispondere civilmente degli eventuali danni arrecati al proprietario per la violazione del contratto. Altri, riflettendo che l’operaio non possiede un patrimonio su di cui rivalersi per i danni, vorrebbero introdotta una sanzione penale contro i violatori del patto colonico.

 

 

La Commissione preparatoria del Congresso di Ferrara indica una soluzione che si avvicina al secondo sistema. Essa propone la istituzione del Collegio dei probiviri quali conciliatori, ai quali sarebbe accordata la facoltà di farsi promotori di un arbitrato volontario. “Quando ciò non convenisse alle parti, si è deliberato che, uniformandosi a disposizioni legislative di altre nazioni, si debba adire ad una Magistratura speciale, e il fatto stesso che una delle parti si è rimessa al giudizio equanime di detta Magistratura imponga l’obbligo alle parti di mantenere lo statu quo.

 

 

«Ciò sanzionando la nuova legislazione invocata, implicherebbe, per parte dei contravventori della medesima, una infrazione a disposizioni di legge; per cui, come tali, si richiedono disposizioni per coloro che, pur avendo modo di far valere le proprie ragioni, preferiscono rendersi giustizia da sé, valendosi di mezzi illeciti, perché non consentiti dalla legge; la quale non può permettere che chi ha un contratto possa impunemente violarlo, specie essendo accordata alle parti una sollecita giustizia in caso di richiesta da una di esse.

 

 

È l’arbitrato obbligatorio con sanzione penale (con pena restrittiva della libertà personale), per chi abbandoni il lavoro in violazione del patto colonico e malgrado si possa, per le eventuali controversie, far ricorso ad un Tribunale apposito.

 

 

Gravissime proposte, che è prevedibile verranno oppugnate da quei partiti che altrove (per esempio in Francia, nella Nuova Zelanda, negli Stati Uniti) sono partigiani dell’arbitrato obbligatorio. Proposte che oggi non vogliamo discutere, perché non sono ancora concretate in quella forma precisa, senza di cui il dibattito potrebbe essere condotto a vuoto.

 

 

Ma siamo lieti che questo punto si voglia discutere. È un segno di un fenomeno che riteniamo di capitale importanza nel momento presente della vita italiana, del risveglio delle classi dirigenti. Forse esse in questo momento battono strada falsa. Ma non importa. Tempo verrà che le classi dirigenti e le classi operaie, organizzate ed illuminate, troveranno la via della concordia operosa. Dalla discussione nasce la luce e nasce la vita.

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