Il consiglio delle nazioni radunato a Roma. La più alta meta

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/12/1924

Il consiglio delle nazioni radunato a Roma. La più alta meta

«Corriere della Sera», 9 dicembre 1924[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 893-896

 

 

 

L’Italia saluta con reverenza e speranza i delegati alla Società delle nazioni convenuti a Roma per la conferenza sul disarmo. L’idea che essi rappresentano non ha mai potuto incarnarsi in un organo altrettanto rappresentativo per una così gran parte del mondo come la Società delle nazioni. Roma, la quale nell’antichità fu sede d’un impero universale, dove nel medioevo si incoronarono gli imperatori tedeschi del Sacro impero romano che disputavano coi Sommi Pontefici per il dominio dei corpi e delle anime, è città atta a comprendere la grandezza dello sforzo che la Società delle nazioni compie nella sua opera quotidiana e l’universalità degli scopi a cui essa intende.

 

 

Coloro i quali a Ginevra partecipano alle discussioni del consiglio e dell’assemblea della Società sanno che a poco a poco si è andata creando in quella città un’atmosfera nuova, in cui i problemi vengono riguardati da un punto di vista che non è più nazionale e può già cominciare a chiamarsi universale. I delegati delle varie nazioni non si sentono più, a Ginevra, soltanto cittadini del proprio stato; ma aggiungono a questa qualità l’altra di tutori delle ragioni della reciproca collaborazione e pacifica convivenza dei diversi stati sovrani. È una nuova sovranità, sinora priva di esercito e di coazione armata, la quale sta sorgendo: sovranità di cui non si possono prevedere i futuri sviluppi, ma che giova sperare possa riuscire non a ingrandimento delle singole nazioni, ma alla loro ulteriore esaltazione. È bene che un po’ di quest’atmosfera universale e collaborazionistica venga trasportata a tratti, in sessioni transitorie, nelle capitali europee. I rapporti diretti fra uomini di diversi paesi, i rendiconti immediati delle discussioni giovano a dare a volta a volta agli italiani, ai francesi, agli inglesi la sensazione diretta dell’importanza dei problemi internazionali e dei loro nessi stretti coi problemi nazionali.

 

 

Il problema che doveva essere discusso oggi, e che potrà essere affrontato in una prossima sessione, è quello del disarmo; quello cioè di porre le basi della conferenza prossima per il disarmo, di fissare i limiti e il contenuto del programma di riduzione degli armamenti. Il problema è arduo, forse non tanto per la mancata adesione degli Stati uniti alla Società delle nazioni – gli Stati uniti, si sa, sono propensi a partecipare a discussioni sul disarmo – quanto per l’assenza della Germania e della Russia e sovratutto per le incertezze inglesi. La vittoria dei conservatori nelle ultime elezioni inglesi ha messo in forse il protocollo ginevrino per il disarmo, che del resto neppure il gabinetto laburista sarebbe stato in grado di applicare nella sua interezza. L’animo britannico è, sotto l’aspetto internazionale, in balia di due forze contrastanti. Da un lato l’Inghilterra sente di essere la metropoli di un impero mondiale con interessi extra – continentali il quale guarda in principalissimo modo verso i grandi mari, verso l’India, il Canada e l’Australia e tiene principalmente alla sicurezza delle comunicazioni, attraverso il canale di Suez, con l’Africa e l’Asia. Da questa sua natura mondiale l’Inghilterra sarebbe tratta a disinteressarsi del continente europeo, delle sue lotte intestine, delle sue furibonde e periodiche guerre di predominio. Dall’altro lato l’Inghilterra è troppo vicina al continente per non sapere che la sicurezza sua medesima dipende dalla pace continentale, dalla sua amicizia con uno dei gruppi di nazioni in cui l’Europa è divisa. La risultante di queste due forze contrarie è una oscillazione continua fra la tendenza metropolitana verso l’interessamento negli affari europei e la tendenza coloniale di aborrimento agli impegni precisi anticipati di intervento.

 

 

Qualche mese fa era prevalso il punto di vista laburista, più insularmente geloso della prosperità delle masse lavoratrici inglesi e meglio disposto perciò, per allargare i vicini mercati, ad impegnarsi a patti di reciproca tutela e contemporaneo disarmo europeo. Oggi i conservatori, i quali guardano all’impero, tendono a limitare il loro interessamento nelle cose europee; guardano con maggiore ansia alle possibilità di rivolta nelle Indie, di conflitti col Giappone per la supremazia nel Pacifico, di rivalità con gli Stati uniti in Cina, e sono decisi a mantenere con le armi la sicurezza delle comunicazioni marittime anche quando tale sicurezza significhi limitazione della piena sovranità formalmente riconosciuta a piccole nazioni, come l’Egitto.

 

 

Alle responsabilità imperiali, che sono grandi, il governo conservatore repugna ad aggiungere più estese responsabilità di mantenimento della pace in territori che non formano parte dell’impero. Perché impegnare la flotta contro i violatori della pace fuori del campo strettamente interessante l’impero? Pubblicisti rinomati ammettono a malapena impegni precisi di difesa della pace sulla frontiera franco-belga. La violazione di questa frontiera mette in pericolo la Manica e Londra: e anche il coloniale del far west canadese o delle praterie australiane sente una minaccia contro Londra ed è disposto a sacrificarsi per allontanarla. Ma l’Alto Adige? Ma la Polonia? Ma la Ceco-Slovacchia o la Romania? Quale importanza ha la vita di queste nazioni nuove o vecchie per il cittadino di lontani continenti? Reciprocamente è ben difficile che l’italiano del Veneto senta la minaccia dell’invasione gialla del continente australiano con la medesima intensità con cui sentirebbe il gravitare di una rinnovata potenza militare austro – tedesca contro le frontiere dell’Alto Adige. Né il polacco, né il romeno, né il boemo sono atti a preoccuparsi del conflitto latente fra gli anglo-boeri dell’Africa del Sud e gli indiani spinti dalla super-popolazione della madrepatria a riversarsi sul continente africano.

 

 

I problemi i quali appaiono grandiosi ed assorbenti ai vicini, a grado a grado rimpiccioliscono agli occhi dei lontani. Ognuno vuole conservare le armi per difendere le proprie ragioni immediate, ma stupisce che altri voglia a sua volta armarsi per difendersi da pericoli che la lontananza fa sembrare immaginari.

 

 

La Società delle nazioni ha già compiuto un grande lavoro concreto in molti campi dei rapporti internazionali, economici e legislativi. Ma essa trovasi ancora, per quanto tocca la sua azione politica, nello stadio della propaganda. Le sue sessioni, quelle stabili e quelle vaganti, hanno per iscopo di avvicinare gli spiriti, di far sentire agli uomini lontani l’importanza dei problemi lontani, di far vivere i popoli nell’atmosfera medesima di sentimenti e di bisogno in cui vivono gli altri uomini; di persuadere le nazioni che nessuna di esse può vivere senza le altre; di mettere in chiaro che l’impero inglese, per quanto vasto, non può prosperare all’infuori del resto del mondo; che il sogno di dominazione universale e di sicurezza assoluta armata contro tutti è parto di fantasia malata. Probabilmente quest’opera di propaganda è, per ora, la più feconda, perché agisce sugli spiriti e trasforma la mentalità degli uomini. Dopo, verranno i trattati.

 

 



[1] Con il titolo La più alta meta [ndr]

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