Il consiglio di una notte

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 20/03/1902

Il consiglio di una notte

«La Stampa», 20 marzo 1902

 

 

 

Nell’ultimo numero della Critica Sociale Filippo Turati commenta il voto che il gruppo socialista parlamentare diede al Governo nella recente battaglia politica.

 

 

Il commento – come sogliono essere i commenti dell’on. Turati – suona severo e sincero. Egli si compiace del voto favorevole in se medesimo; ma deve confessare, «per amore di sincerità, che la coerenza del partito ne esce compromessa».

 

 

Pochi giorni dopo che «la Direzione del partito e il gruppo socialista parlamentare affermavano, con voto unanime largamente motivato, avere ormai il proletariato italiano il diritto ed il dovere di dare un calcio a quel Governo dal cui regime di libertà esso aveva derivato forze sufficienti per bastare a se stesso»; dopo la militarizzazione dei ferrovieri, che «non era certo di natura da riconciliare i socialisti col Ministero»; dopo che ancora il 10 marzo il direttore dell’Avanti! dichiarava che la militarizzazione costituiva il partito nell’impossibilità di votare pel Ministero; tutto ad un tratto, nella notte dal 10 all’11 marzo, il gruppo socialista muta radicalmente di parere. Che cosa avvenne in questa notte?

 

 

Secondo il Turati nulla giustificava tale cambiamento di rotta. Le stesse condizioni che potevano spiegare il voto favorevole esistevano anche prima.

 

 

Ed il fatto gli inspira amare riflessioni. «Perché tali mutamenti a vista, persuasi dalla forza delle cose nell’imminenza di un voto, circondati da tante scuse e da tante riserve, ci rivelano, ben più che il prodotto di una convinzione ragionata e matura, l’improvviso portato di un malsicuro impressionismo. È il trionfo dell’empirismo politico. E ben lo confessava il Prampolini nel suo discorso, quando prevedeva che, pel voto dato al Ministero, i deputati socialisti dovrebbero affrontare il biasimo e la sconfessione dei compagni. Che cosa infatti deve pensare il Partito vedendo votare in favore del Gabinetto quei deputati medesimi che, poco stante, nei Comizi e nelle assemblee, scatenavano le loro ire contro il Governo, denunziandolo come un’accolta di volgari Rabagas, traditori del popolo, che al fine si levavano la maschera? Quale educazione viene data alle masse, con così flagranti contraddizioni, da coloro che dovrebbero incarnarne il pensiero politico più elevato e più chiaroveggente?»

 

 

E la requisitoria continua contro i socialisti, i quali credono che sia desiderabile ritornare ai tempi in cui la protesta era continua e si faceva la propaganda per l’amnistia; contro i socialisti, i quali hanno dissolto il fascio delle forze popolari e si sono rivoltati contro di esso, «d’ogni fuscello facendo una trave, gonfiando ogni abuso od errore di un questore o di un prefetto, per gridare al tradimento, speculando su una sventura come Berra a profitto del demagogismo, giurando che la libertà – nella quale gli operai e i contadini salivano alla storia – era poco più che un’illusione».

 

 

Contro questa politica da piazza l’on. Turati addita quale sia il dovere dei socialisti consapevoli della propria responsabilità:

 

 

«Se la politica socialista non è un esercizio sportivo, un gioco di dilettanti e di frasaioli, ma consiste nell’elevare gradualmente ma sicuramente l’elemento popolare, nel creare a mano a mano il nuovo diritto operaio, nel conquistare ad una ad una le riforme politiche, le riforme tributarie, le riforme sociali; se è un concetto metafisico e giacobino supporre che il medioevo, sonnacchiante sulle terre d’Italia, si disperda come per incanto, e un mutato Ministero debba e possa instaurare dall’oggi al domani la perfetta giustizia nella perfetta libertà; se dobbiamo contentarci di un bene relativo per raggiungere il meglio a grado a grado; se infine non siamo metafisici,ma positivisti, se non crediamo ai miracoli e non ci ubbriachiamo noi stessi delle frasi da Comizio che l’amore dell’applauso ci può strappare dalle labbra; se non è vero che le plebi d’Italia, assopite fino a ieri nell’incoscienza servile, abbiano taumaturgicamente acquistato tanta forza da più nulla temere per il loro avvenire; oh! allora un ben grave dovere s’impone ai partiti popolari e al partito socialista: il dovere di sforzarsi ogni giorno – non soltanto nella fugace contingenza di un voto politico – a rassodare e migliorare la situazione che le forze reazionarie son congiurate ad abbattere».

 

 

La requisitoria ed il programma esposto dall’on. Turati sono davvero quali era lecito aspettarsi da un uomo di carattere che ha capito i suoi tempi.

 

 

Alla Camera – fenomeno buono fra tanti oscuri – ululati fragorosi hanno accolto le dichiarazioni di voto di coloro che si astenevano per opportunismo politico.

 

 

I deputati, ululando, si sono fatti l’eco del sentimento universale del Paese, il quale non vuole più saperne dei filibustieri politici, che stanno in agguato per fare qualche buona preda per vantaggio personale, e senza curarsi affatto dei principii e degli interessi reali dei loro rappresentati.

 

 

La medesima disapprovazione che ha colpito le piccole bande di astenuti comincia a riflettersi ora sul gruppo di coloro che votarono per puro spirito di opportunismo. Poiché opportunisti furono i deputati ascritti al partito socialista, i quali non temettero di sconfessare ciò che avevano deliberato pochi giorni prima e lo sconfessarono per ragioni di convenienza parlamentare. Che concetto volete voi che si facciano gli operai di deputati i quali nei Comizi cittadini e nelle campagne vanno dicendo corna del Governo, ed arrivati alla Camera finiscono per votare in suo favore? Poiché in politica gli esercizi di funambolismo piacciono poco, per fortuna, è da sperarsi che gli operai abbandonino quei loro deputati, i quali danno così scarsa prova di coerenza politica e di fermezza nei loro propositi.

 

 

Crescerà invece la schiera di quelli i quali hanno un programma ben definito di idee, e che non si reggono soltanto sul saper adulare abilmente la folla.

 

 

Sennonché è lecito chiedersi: Che cosa vogliono in realtà questi socialisti, i quali hanno un vero programma? Essi parlano di lotta per ottenere le riforme politiche, le riforme tributarie, le riforme sociali; vogliono elevare gradualmente, ma sicuramente l’elemento popolare; si contentano del bene relativo per raggiungere il meglio a grado a grado; sono mediocremente entusiasti dell’esercizio di Stato delle ferrovie e quasi quasi preferiscono l’esercizio privato con delle buone garanzie dei ferrovieri; vogliono che il movimento dei contadini eviti di essere precipitato.

 

 

Ora è evidente che costoro, i quali vogliono procedere così cauti ed intendono tenere conto delle condizioni economiche del momento e riluttano dalle trasformazioni improvvise, in realtà sono più lontani dai socialisti agitatori delle masse di quanto non siano, per esempio, da noi stessi!

 

 

Essi formano come un partito intermedio tra il socialismo puro ed il radicalismo. Sono socialisti in teoria e sono radicali nei fatti. Ora, nella realtà della vita le teorie contano poco e molto pesano invece i fatti. Un partito non deve essere giudicato per quel che scrive nei libri che nessuno legge, ma per quel che opera nei fatti. Ora se un gruppo d’uomini opera in guisa da volere soltanto dei miglioramenti graduali; se esso non vuole rivoluzionare la società; se procede d’accordo con i partiti cosidetti borghesi in molti casi; la denominazione di partito socialista diventa a suo riguardo equivoca. Od almeno sarebbe necessario che quel partito compiesse un esame di coscienza per vedere se non convenga di mettere un po’ più d’accordo tra la teoria, da molti anni rimasta immutata, ed i fatti che si sono andati rapidamente evolvendo.

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