Il consolidato alla pari. Le cause e gli effetti sociali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/05/1924

Il consolidato alla pari. Le cause e gli effetti sociali

«Corriere della Sera», 17 maggio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 716-718

 

 

 

Nelle borse italiane, ieri, il consolidato italiano ha toccato il corso di 100. L’avvenimento merita di essere notato come una pietra miliare nella storia della finanza italiana. È impossibile prevedere se il corso di 100 sarà tenuto fermo, se sarà superato, o se qualche momentanea inflessione si verificherà. Le vicende giornaliere interessano il privato; il fatto della pari toccata è d’interesse nazionale.

 

 

Dopo la guerra del Risorgimento l’antico 5% aveva durato più fatica a toccare la pari. Il corso medio del 1867 era stato di 53,32 lire. Fu la media annua più bassa dopo l’unificazione. Dieci anni dopo, nel 1877, eravamo ancora a 75,79. Passati altri dieci anni la meta sembrava prossima: il 1887 segna il corso medio di 98,46. Ma nel decennio successivo non muovemmo passo, e ancora nel 1897 eravamo a 97,37. La pari si supera solo nel 1899 con un corso medio di 100,81. Per altri dodici anni ci mantenemmo superiori a 100. L’antico 5%, divenuto netto da imposta 4%, tocca la media annua più alta con 105,26 nel 1905. Il nuovo 3,5% netto, succeduto al 5% lordo, conserva la pari fino al 1911, quando la media annua fu di 103,17.

 

 

L’era di guerra apertasi col 1912 fa scadere il titolo principe nostro, come del resto la più parte dei titoli europei, dal culmine cui era arrivato. Nel luglio 1914 il 3,5% quota 94,91.

 

 

È inutile seguire nei particolari l’opera di erosione esercitata dalla guerra sui corsi del nostro massimo titolo. Il nuovo 5% netto, che nel novembre 1918 era quotato 90,43, sotto la pressione delle emissioni a getto continuo e della sfiducia sorta nel pubblico intorno alle condizioni del bilancio italiano, via via precipita in basso fino a toccare, nell’ottobre 1920, la media minima mensile di 69,23. Eravamo più in alto del minimo di 53,32 del 1867; ma lunghi anni, se non proprio i 32 di un tempo, pareva dovessero trascorrere prima di riguadagnare la pari. Invece nel dicembre 1921 eravamo già a 77,32; nel giugno 1922 a 81,37; nel dicembre 1922 a 86,84. La media del 1923 fu di 87,70, quella del gennaio 1924 di 90,19, del febbraio di 94,42, del marzo di 95,58. Ora con passo accelerato abbiamo toccato il 100.

 

 

La causa immediata sta, come ha detto l’on. De Stefani all’adunanza dei banchieri di Roma, nella cessazione di ogni nuova emissione di stato. Ogni anno si forma in Italia una massa di nuovo risparmio, la quale può essere calcolata in 12 miliardi di lire. Finché lo stato, con le offerte continue di nuovi titoli sul mercato, assorbiva la parte maggiore del risparmio nuovo, il corso dei valori pubblici non poteva salire. Non appena lo stato cessò di assorbire il risparmio nuovo, questo dovette gettarsi sui titoli vecchi e farne aumentare i prezzi. Ancor oggi, e ragionevolmente, il titolo di stato è il principale se non forse l’unico rifugio di una gran parte dei risparmiatori italiani. Chi non ha capitali sufficienti e attitudine a comperare terre o case, chi non conosce a fondo industrie e società, che cosa può fare se non comperare consolidato 5%, rendita, 3,5%, o uno qualunque degli altri valori statali o pubblici? La riconquista rapida della pari è dunque dovuta all’abbondanza del risparmio nuovo e alla mancata offerta di nuovi titoli di stato. Il tesoro offre, è vero, indirettamente obbligazioni venete; ma ritira buoni del tesoro. Se il tesoro ritornasse ad offrire titoli, ossia se il bilancio dello stato ricadesse nel disavanzo, la pari tornerebbe ad essere perduta. Pareggio del bilancio e alti corsi dei titoli di stato sono dunque due facce del medesimo fenomeno.

 

 

Socialmente il corso di 100 ha una significazione forse ancor più grande di quella finanziaria. Esso equivale ad una spinta dal basso in alto, dai piccoli risparmiatori contro i grandi e contro gli intermediari. Finché lo stato emetteva nuovi titoli, tutte le classi di risparmiatori – banchieri, grossi capitalisti, piccoli risparmiatori – potevano abbeverarsi all’inesausta fonte. Ora che la fonte s’è disseccata, sorge la concorrenza dei compratori intorno ad una massa fissa di titoli. L’acquisto fatto dagli uni vuol dire vendita di altri. Comprano, a prezzi sempre più alti, i piccoli e medi risparmiatori, i capitalisti della campagna e dei piccoli borghi, gli impiegati e i professionisti, i quali non possono trovare migliore e più sicuro impiego ai loro risparmi. Vendono le banche, le casse di risparmio, i grossi capitalisti, ai quali meno difficili si aprono le altre vie di investire. Il titolo di stato si democratizza, si diffonde, e diffondendosi caccia di seggio i grossi investitori e li costringe a correre le alee delle industrie e dei commerci. La diffusione del titolo di stato a prezzo alto cresce il numero di coloro che sono interessati alla robustezza e alla prosperità della compagine sociale e rigetta i rischi delle nuove avventure economiche sugli omeri di chi è, per la sua educazione, più chiamato a sopportarle.

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