Il consolidamento del debito americano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/11/1923

Il consolidamento del debito americano

«Corriere della Sera», 22 novembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 459-461

 

 

 

Le ragioni, per le quali la commissione americana per il consolidamento dei debiti europei intende ricordare ai governi associati debitori l’opportunità di iniziare in proposito negoziazioni ufficiali, non debbono certamente essere da parte nostra svalutate. Le correnti elettorali le quali, specialmente negli stati del centro, dell’ovest e del Pacifico, premono sugli uomini politici americani per ottenere, attraverso il pagamento degli interessi dei debiti dell’Europa, una qualche riduzione d’imposta sono sempre influentissime; e la crisi dei prezzi del frumento, discesi al disotto della parità antebellica, le ha rese più battagliere ed esigenti.

 

 

Gli uomini di governo ed i parlamentari degli Stati uniti hanno il dovere di dimostrare agli elettori – la campagna presidenziale è in vista – che essi hanno tutelato con zelo gli interessi del proprio paese. Ma gli uomini di stato nord americani sono altresì conoscitori esperti delle condizioni dell’Europa; hanno nei supremi consessi creati dai trattati di pace, nelle ambasciate e nel giornalismo osservatori colti ed acuti, i quali si rendono perfettamente conto delle circostanze economiche e finanziarie in cui versano i paesi europei. Tanto se ne rendono conto che quando un grande paese, che pur fu loro nemico, la Germania, volge alla rovina, essi dimostrano coi fatti di volere e sapere intervenire per la sua salvezza. Senza dubbio, gli americani non possono volere che Francia e Italia precipitino, per fare il servizio dei debiti verso di loro, in una condizione tragica la quale forse sarebbe più grave di quella della Germania. Senza dubbio, ancora, gli uomini di stato sono convinti che condizione preliminare all’inizio delle trattative per il consolidamento è la esistenza di un ambiente interno ed internazionale che renda possibili i pagamenti medesimi. Se questo ambiente esistesse, non verrebbero meno le ragioni morali, economiche, nazionali le quali danno diritto all’Italia ed alla Francia di porre innanzitutto in discussione la esistenza dell’obbligo medesimo di rimborsare il debito, anzi la esistenza stessa del debito.

 

 

Oggi, tuttavia, la discussione, che qui abbiamo ripetutamente fatta, sarebbe fuor di luogo. Non esistono invero le condizioni che sono la logica premessa della discussione. Prima di discutere se si debba pagare e quanto; prima di esaminare a quale epoca lontana debba essere rinviato quel moderatissimo servizio al quale per avventura si giudicasse equo di impegnarci, Italia e Francia debbono trovarsi in ben altra situazione da quella presente.

 

 

In primo luogo, quale sarebbe l’effetto che l’annuncio di un concordato di pagamento dei debiti americani avrebbe sulla delicatissima bilancia dei nostri pagamenti internazionali e sul corso dei cambi? Tutte le monete europee sono in equilibrio instabile. Non basta la più energica volontà italiana di risanare la situazione finanziaria interna per mettere al sicuro la lira contro i colpi di fortunale. Se si annunciasse che i tesori della Francia e dell’Italia dovranno necessariamente, ad una certa data, anche lontana, far rimesse di dollari che non potrebbero non essere cospicue, quell’annuncio potrebbe provocare una debolezza, la quale, nelle attuali caotiche condizioni monetarie del mondo, potrebbe avere ripercussioni sconcertanti. Vogliono gli Stati uniti, avanzando in questo momento richieste di regolazione dei debiti, creare una situazione, la quale renderebbe forse ai paesi debitori impossibile far onore agli impegni che eventualmente si assumessero?

 

 

Sono, si aggiunga, gli Stati uniti disposti a ricevere le somme che noi ci dichiarassimo pronti a pagare? La Francia può pagare esclusivamente coll’esportare sue merci in America. Noi italiani possiamo pagare coll’esportare merci ed inoltre coll’inviare emigranti capaci di risparmiare e di far rimesse alla madrepatria. Altri mezzi di pagamento non si potrebbero immaginare.

 

 

Gli Stati uniti non ci permettono di usare né l’uno né l’altro di quei due mezzi. Essi respingono con dazi doganali formidabili i nostri agrumi, le nostre automobili, le seterie, le paste alimentari, tutto ciò insomma che noi potremmo ad essi spedire. Essi riducono ad un contingente minimo la nostra emigrazione. È il partito repubblicano, è il partito democratico pronto ad impegnar battaglia per la riduzione dei dazi doganali e per l’aumento del contingente degli immigranti a favore dei paesi debitori? Questa sarebbe una maniera efficace di venire incontro all’Italia ed alla Francia, dimostrando ad esse che si vuole creare la possibilità concreta del pagamento dei debiti. Fino a che ciò non accada e fino a che, anche in conseguenza della difficoltà degli scambi internazionali, il franco e la lira non si addimostrino tetragoni ai colpi di fortuna, Italia e Francia, fatte solidali in questo punto dalla identità degli interessi comuni, saranno costrette a rinviare una discussione forse ricca di solenni ammaestramenti morali ed economici, ma priva di contenuto concreto e di finalità immediate.

 

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