Il consorzio solfifero siciliano

Tratto da:

L’Unità

Data di pubblicazione: 06/12/1917

Il consorzio solfifero siciliano

«L’Unità», 6 dicembre 1917

 

 

 

Col titolo I risultati di un sindacato semi-statale, Giuseppe Bruccoleri ha pubblicato (Roma, Stabilimento cromo-lito-tipografico Evaristo Armani, 1917) un importante studio sull’opera del Consorzio obbligatorio per le miniere di Sicilia: un esempio tipico dei mali che il socialismo burocratico può produrre in un paese come l’Italia. Luigi Einaudi ha aggiunto allo studio del Bruccoleri una lucida prefazione, che siamo lieti di riprodurre col consenso dell’autore, perché in essa sono magistralmente riassunti i resultati dell’intero lavoro del Bruccoleri.

 

 

Il Consorzio obbligatorio per le miniere di zolfo della Sicilia è stato, come ebbi occasione di scrivere subito dopo l’approvazione della legge ordinatrice di esso, uno dei più singolari esperimenti nella storia dei consorzi (cosidetti «trusts» o sindacati o cartelli) industriali. La singolarità nasceva dal carattere obbligatorio imposto per legge al Consorzio, di cui pochi esempi allora – ora, durante la guerra, gli esempi sono aumentati di numero, quasi soltanto però nei paesi tedeschi – si conoscevano.

 

 

L’avv. Giuseppe Bruccoleri ha scritto, nel volumetto di cui ha voluto cortesemente comunicarmi le bozze, la storia del singolare esperimento. La sua narrazione è riuscita straordinariamente interessante; ed io credo che dovrebbe essere meditato seriamente dagli uomini di Stato, dai pubblici rappresentanti, dai pubblicisti e dagli studiosi i quali dovranno esprimere il loro giudizio intorno alla innovazione del Consorzio ed intorno alla convenienza di estendere, come oggi da tanta gente irriflessiva si chiede, queste forme di ingerenza dello Stato nell’industria.

 

 

L’industria delle miniere siciliane di zolfo era tipicamente adatta alla costituzione di un Consorzio capace di rendere grandissimi servigi a tutti gli interessati – proprietari, coltivatori ed operai – senza danno rilevante per il paese. Un Consorzio è dannoso alla generalità, quando l’aumento di prezzo subito dai consumatori ed il conseguente sacrificio della rinuncia al consumo sono superiori all’aumento del lucro diretto industriale ottenuto dagli esercenti. Nel caso dell’industria dello zolfo, appena il 20% del consumo è assorbito dall’Italia, sicché non v’era dubbio che il guadagno della collettività mineraria siciliana era notevolmente superiore a quello che poteva essere il danno della collettività italiana compratrice, – soprattutto viticultori – alla quale del resto una accorta politica di prezzi differenziati di favore poteva risparmiare qualsiasi inconveniente.

 

 

All’infuori di ciò, era manifesto il vantaggio di sostituire all’azione disordinata di circa 800 esercenti di miniere quella di un Consorzio meglio atto a lottare con l’unico formidabile concorrente sorto nella Luisiana, il quale si annunciava forte di mezzi finanziari e capace di produrre lo zolfo a bassissimo costo. Lo «stock» di tonnellate 600,000 esistenti all’inizio della vita consorziale, da fattore di debolezza, come sarebbe stato in un mercato ingombro di piccoli esercenti impauriti, poteva diventare un’arma potente in mano di un Consorzio ardimentoso e voglioso di lottare.

 

 

Probabilmente, però, affinché la vittoria potesse arridere alla Sicilia zolfifera nella lotta con la «Union Sulphur Company» sarebbe stato necessario che il Consorzio non fosse stato un ente governativo e neppure un istituto obbligatorio. Io non voglio rifare la storia che diligentemente ha scritto il Bruccoleri. Se dessa è incompiuta, se qualche aspetto non ne fu abbastanza lumeggiato, io non ardisco di dire. La pubblica discussione, sola garanzia della verità, metterà in chiaro i punti tuttora dubbi ed oscuri. Ma taluni capisaldi mi sembrano profilarsi già con sicurezza in questo controverso problema:

 

 

1)    Mentre le vendite americane aumentarono, dopo la costituzione del Consorzio siciliano, da 259.622 tonn. nel 1910 a 381.018 tonn. nel 1914, la produzione siciliana diminuiva da 332.000 tonn. nel 1906-907 e da 393.000 nel 1907-908 a 285.000 nel 1915-16. Dal primo posto siamo discesi al secondo e la discesa minaccia di seguitare. Questa non è una vittoria. Anzi suona lugubre come una sconfitta per l’Italia.

 

2)    La sconfitta si è verificata in un mercato di consumi crescenti e di prezzi tendenti all’aumento. Si comprende una restrizione della produzione in tempi di prezzi calanti, per scemare le perdite; sebbene anche questa sia una politica debole di chi si rassegna a scomparire dal mercato, non quella di chi dal ribasso dei prezzi trae incitamento a ridurre i costi ed a ripartire le spese generali su una massa maggiore di prodotto. Ma la diminuzione del prodotto mentre i prezzi salgono è fatto di cui non riesco a vedere le ragioni economiche. Forse una spiegazione si può trovare in una singolarissima affermazione contenuta nella relazione del conto consuntivo del 1912-13 del Consorzio, secondo la quale «l’aumento sempre crescente del consumo e la limitata produzione dello zolfo siciliano» dovrebbero «agevolare la coesistenza senza gravi attriti nel mercato mondiale dei due più grandi produttori di zolfo». Ecco il termine verso cui sarebbero spinte le industrie burocratizzate, messe in concorrenza con le industrie libere: rassegnarsi ad invocare quel piccolo posto al sole che la misericordia del vincitore e la incapacità sua a soddisfare il crescente consumo può generosamente abbandonargli. Ma per questo fine fu costituito il Consorzio siciliano o non piuttosto per quello di resistere e di lottare e di conservare la preminenza del suo concorrente?

 

3)    Il Consorzio non fu neppure in grado di far partecipare gli esercenti al beneficio dei prezzi crescenti. Ottenevano bensì prezzi più costanti ma sempre modestissimi. Sotto questo punto di vista, specialmente, la dimostrazione del Bruccoleri mi sembra calzante. Il Consorzio non fu neppure in grado di sfruttare le differenze nei cambi e soltanto la spinta della guerra europea, insieme con l’altissimo proibitivo costo dei trasporti, poté indurlo ad aumentare i prezzi. Io non dico che il Consorzio dovesse aumentare i prezzi senza badare alla reazione sui consumi; ma un modesto aumento, in tempi di consumi crescenti, non mi pare fosse contrario all’indole di una industria la quale soddisfa prevalentemente ad una domanda straniera. Se poi fosse reale quella che il Bruccoleri cautamente mette innanzi solo come ipotesi e che meriterebbe di essere corroborata da una accurata indagine, ossia che la politica dei prezzi bassi praticata dal Consorzio nelle vendite sia per contanti che per consegna futura, sia andata sovratutto a favore degli intermediari forestieri compratori dello zolfo siciliano, il giudizio sulla politica dei prezzi bassi del Consorzio dovrebbe essere assai più duro.

 

4)    Stupefacente è anche un altro fatto che la storia del Consorzio mette in luce. Prima si sapeva che i Consorzi industriali erano costituiti a beneficio degli interessati, non mai a vantaggio dell’ente «Consorzio», il quale non ha ragione di trattenere per sé se non il minimo indispensabile al costo vivo del suo funzionamento. Pare invece che, appena creato, il Consorzio si sia permesso di essere tutto ed i consorziati nulla. È la mentalità del perfetto burocrata, per il quale il pubblico è costituito da seccatori, ed a cui non cade in mente che egli è un servitore di coloro che ricorrono ai suoi uffici. Solo per questa mentalità fu possibile che alla fine del 1915-16 il prezzo netto effettivamente realizzato dai consorziati per ogni tonnellata di zolfo ammontasse a lire 80.29, mentre i prezzi di vendita del Consorzio erano sempre stati assai superiori, da lire 91.20 a lire 122.25. Solo così fu possibile che il Consorzio trattenesse – a vantaggio di chi? – negli ultimi quattro esercizi ben lire 17.58, 15.50 ed 80.18 rispettivamente sul prezzo di vendita.

 

 

Solo così si comprende come il Consorzio facesse passare come una graziosa concessione quell’anticipo di 80 lire per tonnellata che era il meno si potesse dare ai veri padroni dell’impresa industriale! Oggi (fine marzo 1917) il Consorzio ha in cassa la enorme somma di lire 29.457.481,16, che è di proprietà dei consorziati; ma che questi finiscono per credere di dovere impetrare dalla grazia dell’ente, oramai trasformatosi in loro sovrano e padrone.

 

5)    Invece di incoraggiare gli industriali all’aumento della produzione con il solo incitamento che il buon senso e l’esperienza hanno saputo finora inventare, ossia con il prezzo rimuneratore, il Consorzio, allo scopo di crescere il proprio dominio e di farsi credere indispensabile per la felicità dei suoi sudditi, vorrebbe che lo Stato, sotto i suoi auspici e col suo concorso, concedesse un premio di 30 lire per ogni metro lineare che sarà scavato oltre 50 metri di profondità nei fori di trivellazione aventi per oggetto la ricerca di zolfo. Ognuno ricorda l’esperienza miserabile che dei premi di trivellazione si fece per il petrolio, premi che sono lieto di avere per il primo e tempestivamente denunciato al disprezzo della pubblica opinione italiana. Recentemente l’ingegnere Toso ha dimostrato che più aumentavano i premi dati ai trivellatori di Stato, più scemava la produzione del petrolio in Italia. Auguriamoci che altrettanto non abbia ad accadere, per sciagura nostra, alla grande industria siciliana dello zolfo.

 

6)    Di fronte a questi fatti, diventano piccoli incidenti, consueti nella storia, dei roditori dei pubblici bilanci, i fatti che il Bruccoleri raccoglie intorno all’enormità ed alla non giustificazione delle spese di amministrazione, di propaganda, di pubblicità, ecc., del Consorzio. O che lo Stato non dava un sussidio annuo di 850 mila lire al Consorzio? E come mai può un sussidio di Stato essere definito logicamente in modo diverso da questo: «somma che lo Stato da per incoraggiare l’incremento di una industria, intendendo per incoraggiamento l’esclusiva distribuzione del sussidio di stipendi, assegni, gratificazioni tra quei funzionari e parassiti ai quali è dato l’incarico di disciplinare l’industria: ed intendendo, inoltre, per disciplina dell’industria la sua progressiva mortificazione, sino a renderla fonte del minimo disturbo e fastidio per i suoi controllori»? Io non vorrei che le mie parole, potessero essere reputate acerbe per l’industria solfifera siciliana e per l’idea stessa di un Consorzio fra industriali solfiferi. No. Esse sono solo una critica, che i fatti sin qui conosciuti mi sembrano giustificare, del Consorzio retto con le dande dello Stato, soggetto a tutte le influenze giuridiche e retto con criteri burocratici. Questo tipo di consorzio è stato – giova ripeterlo – causa di una grave sconfitta per l’Italia. Se continuato con gli stessi criteri, potrebbe, ove la fortuna non ci aiuti facendo esaurire le miniere della Luisiana, ridurci ad una posizione subordinata e trascurabile in confronto al nostro concorrente.

 

 

Un altro tipo di Consorzio vagheggio. Oramai da 800 i produttori di zolfo si sono ridotti a 300; e di questi 60 forniscono l’85,10% della produzione. Se questi 60 grandi produttori – e probabilmente sono assai meno, perché molte miniere sono accentrate nella proprietà e nell’esercizio – non sono capaci di mettersi d’accordo per costituire un Consorzio libero, bisognerebbe disperare dello spirito d’organizzazione degli industriali italiani. Non è affatto necessario che il Consorzio comprenda il 100 per cento della produzione. Nessuno dei grandi Consorzi industriali esteri giunge a tanto; e molti si reputerebbero invincibili se abbracciassero il 70 o l’80% della produzione. Ed è utile che vi sia qualche «outsider»; qualche libera lancia spezzata. Impedisce gli eccessi e i soprusi del consorzio; lo tiene sveglio; lo incita a migliorarsi.

 

 

Oramai, del resto, il Consorzio libero è una realtà. Sotto gli auspici della «Montecatini» – «Società generale per l’industria mineraria» – si è costituito un raggruppamento industriale padrone dell’80% della produzione del 1917 dello zolfo siciliano. Ecco un Consorzio formato, industrialmente gerito, capace di fare del gran bene all’industria zolfifera, spingendola verso il progresso tecnico e commerciale. Sovrapporre a questo Consorzio libero un Consorzio obbligatorio sarebbe una superfetazione burocratica, uno scandalo morale -: denari dei contribuenti non si regalano a chi può far da sé! – ed uno strumento di oppressione per i minori coltivatori di miniere.

 

 

No. Questo non può consentire il Governo, non può permettere il Parlamento.

 

 

Il Consorzio libero abbandoni allo Stato le sue inutili 850 mila lire di sussidio annuo, lasci che lo Stato eserciti le sue funzioni comuni di tutela, presieda eventualmente ai magazzini generali; e rivolga tutta l’opera sua, con intelligenza, con energia e con abilità tecnica, al perfezionamento della produzione, alla lotta per la conservazione e la conquista dei mercati esteri. E se riterrà di venire ad accordi con il concorrente americano, sia un accordo tra forti e non l’acquiescenza di chi si rassegna a sfruttare i mercati che il concorrente non può servire. Un Consorzio siffatto non potrebbe nuocere a nessuno in paese – si ricordi la possibilità di applicare prezzi differenziati di favore ai consumatori nazionali, mediante accordi, ad esempio, con la Federazione nazionale dei Consorzi agrari, – e potrebbe essere fecondo di profitti alla Sicilia. Perché i siciliani dovrebbero ostinarsi a chiedere allo Stato di fare il loro danno; e non dovrebbero cercare di far da sé il beneficio proprio ed il vantaggio del paese?

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