Il conto del tesoro e la sua interpretazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/01/1925

Il conto del tesoro e la sua interpretazione

«Corriere della Sera», 6 gennaio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 14-18

 

 

 

Il conto del tesoro, nonostante la sempre maggiore chiarezza ed abbondanza dei dati in esso contenuti, è oggetto di commenti contraddittori, i quali traggono origine per lo più da una imperfetta valutazione delle cifre che in esso sono contenute. Vorrei chiarire nel presente articolo alcuni equivoci nei quali talvolta si cade per eccesso o per difetto.

 

 

Uno dei principali è quello il quale nasce dalla contemplazione del fondo di cassa: era al 30 giugno 1924 di 1.944 ed è al 30 novembre di 608 milioni di lire. Se risaliamo più indietro, al 30 giugno 1922, troviamo una cifra ancor più elevata: 3.002 milioni di lire. Chi volesse, su questa sola cifra, fabbricare una teoria, potrebbe dire: «quale meravigliosa situazione di cassa hanno lasciato i predecessori di antico regime al governo fascista! L’on. De Stefani, per un po’, quando era ancora pervaso dal sacro ardore delle economie e della salvezza del bilancio, crebbe la cassa, portandola a 3.053 milioni al 31 marzo 1923. Ma poi allargò i cordoni della borsa e lasciò cadere giù giù la cassa, sino ai pochi 600 milioni e rotti della fine novembre».

 

 

In verità, la cifra della diminuzione della cassa non prova nulla. I tre miliardi d’un tempo erano o una fantasmagoria o un danno. Una fantasmagoria, entro i limiti in cui i tre miliardi erano costituiti non da danaro contante – oro, argento, biglietti di stato o di banca – ma da ricevute di tesorieri, i quali, pur avendo già pagato certe somme, non le potevano ancora far uscire sui libri della cassa, perché non erano chiuse le varie formalità e registrazioni all’uopo occorrenti. Ci fu un tempo in cui, per i ritardi nelle formalità relative a certi pagamenti, come quelli delle pensioni di guerra, si accumulavano arretrati enormi di contanti di cassa puramente figurativi. Più si era speso, più grossa era la giacenza delle spese non liquidate e più gonfiava la cassa. Ma era una parvenza. In parte notevole, la diminuzione della cassa da 3.000 a 600 milioni significa per ciò vantaggiosamente la scomparsa di un ingombrante ciarpame di documenti di spese fatte e non liquidate.

 

 

Per un’altra parte, la cassa abbondante era un grosso guaio per il tesoro: al 31 dicembre 1923 c’era una cassa fantastica: 5.192 milioni di lire. Astrazion fatta dei pezzetti di carta di cui si disse sopra, in quel giorno stesso il tesoro teneva depositati presso la Banca d’Italia 2.011 milioni di lire. Ho già spiegato, tempo addietro, che tutto ciò era una sciagura: perché la cassa abbondante, in quanto era reale, permetteva al tesoro di aver forti depositi in banca ed i forti depositi: 1) da un lato fruttavano pochissimo allo stato, sicché questo pagava il 5% sui buoni del tesoro e riceveva l’1% dalla banca; 2) dall’altro lato davano modo alla banca di fare operazioni di sconto, senza crescere la circolazione di biglietti. La circolazione diminuiva, perché lo stato prendeva a mutuo danaro su buoni per depositarli in banca. Operazione costosa per i contribuenti ed illusoria in quanto poteva lasciar credere ci fosse una circolazione minore dell’effettiva.

 

 

Oggi, c’è una cassa di soli 608 milioni ma questa deve essere costituita esclusivamente di danaro effettivo: ed i depositi in banca sono soltanto di 575 milioni; ossia il contante in tesoreria (la Banca d’Italia funge da tesoriere dello stato) è ridotto al minimo necessario per far muovere la macchina governativa. Perché dovrebbe il tesoro avere in cassa una lira di più? Se l’avesse, non dovrebbe subito sbarazzarsene e rimborsar buoni?

 

 

Un’altra cifra, che ha dato luogo ad un certo baccano, è quella dei crediti di tesoreria. Taluno, osservando i crediti della tesoreria al 30 giugno ed al 30 novembre dell’anno 1924 e vedendoli diminuire da 5.173 a 4.368 milioni, ossia di ben 804 milioni, concluse che non solo andava male la cassa – il che non era, come vedemmo sovra, esatto – ma scemavano anche i crediti del tesoro. Si potrebbe osservare che anche i debiti di tesoreria erano contemporaneamente diminuiti da 38.425 a 33.931 milioni ossia di una cifra ben più forte; ma è più interessante notare che, in se stessa, la diminuzione dei crediti non ha un senso ben preciso. Se si vanno a leggere i particolari, si vede che i crediti sono diminuiti, attraverso a parecchi meno e più di varie partite, a causa di un minor credito del tesoro verso l’amministrazione del debito pubblico (1.437 contro 2.998 milioni). Poiché il «debito pubblico» non è un terzo qualunque, ma è parte dello stato medesimo, il minor credito comincia ad assumere aspetto di semplice aggiustamento di partite contabili. Ma il dubbio si converte in certezza quando si va a leggere il noto libro del comm. Luigi Pace, capo gabinetto del ministro De Stefani e benemerito rivelatore dei misteri del conto del tesoro italiano (Note sul conto del tesoro, Libreria dello stato, Roma), e si impara che i 2.998 milioni non erano crediti veri e propri, ma una «partita provvisoria registrata in attesa della verifica delle cedole e dei titoli pagati dai tesorieri». La diminuzione da 2.998 a 1.437 milioni vuol dunque dire soltanto che dal 30 giugno al 30 novembre c’è stato tempo a verificare un bel blocco di cedole pagate, a liquidare arretrati contabili ed a far scomparire certe cifre le quali avevano avuto una vita, correttissima del resto, puramente contabile.

 

 

Così è di molte delle cifre scritte sul conto. Prima di avventurarsi a darne un giudizio, bisogna meditare, scartabellare conti precedenti, consultare la memoria di Pace; e poi, dopo tante cure, c’è il rischio di dire ugualmente uno sproposito.

 

 

Ciononostante, ci sono talune cifre, il cui significato è chiaro. Si legga a pagina dieci del conto 30 novembre il riassunto del totale dei debiti pubblici (in miliardi di lire):

 

 

Debiti interni

30 giugno

1923

30 giugno

1924

30 novembre

1924

Consolidati e pluriennali 

60,1

60,5

61,6

Buoni a non più di un anno 

24,9

22,2

20,2

Conto corrente fruttifero con la Cassa Depositi e Prestiti

0,3

0,6

0,7

Totale

85,3

83,3

82,5

Biglietti 

10,2

9,9

9,7

Totale

95,5

93,2

92,2

Debiti esteri

22,3

22,7

23,0

 

 

Lasciando star da parte la cifra dei debiti esteri, la quale, se sul serio dovesse essere presa in considerazione, equivarrebbe a forse 110 milioni di lire carta, il totale e la composizione del debito interno sono mutati vantaggiosamente. Al totale c’è una diminuzione di 3,3 miliardi: e quanto alla composizione sono aumentati i debiti a lunga scadenza (da 60,1 a 61,6) e diminuiti quelli a breve scadenza: i buoni da 24,9 a 20,2 ed i biglietti da 10,2 a 9,7. Forse la trasformazione dei debiti brevi in lunghi avrebbe potuto essere più accentuata, se non si fosse recentemente scelto a strumento di tale trasformazione un infelice titolo 4,75% redimibile in 25 anni, di cui il pubblico non vuol sapere, perché frutta meno, a parità di prezzo, del consolidato 5% e perché soggetto ad estrazioni ed a conversione in qualunque momento. C’erano i buoni novennaIi a premio, desideratissimi dal pubblico, che si potevano emettere ad un saggio di interesse minore del 5 percento. Perché abbandonarli, per andare in cerca di un nuovo titolo, mal noto e non accetto e che si fu costretti ad affibbiare alle casse di risparmio?

 

 

Ad ogni modo, la trasformazione del debito breve nel lungo si fa ed il totale scema. Questo è un fatto certo: il quale dimostra che la situazione finanziaria dello stato è buona. Occorre renderla ancora migliore, resistendo alle spese; e si può sostenere che sia più opportuno ridurre l’acerba pressione tributaria che non pagar debiti. Ma, non essendosi mai visti pagar debiti da tesori rovinosi, è giuocoforza concludere che il tesoro va bene.

 

 

Passiamo alla situazione monetaria. Riproduco alcune cifre, sempre in miliardi di lire:

 

 

 

Circolazione totale

Portafoglio italiano degli Istituti di emissione

Credito verso la sezione autonoma del Consorzio valori industriali

31 dicembre 1913

2,8

31 dicembre 1919

18,5

31 dicembre1920

22,0

31 dicembre1921

21,5

31 dicembre 1922

20,3

31 dicembre 1923

19,7

4,7

3,3

30 novembre 1924

20,3

4,9

4,1

 

 

Dopo essere salita ininterrottamente dalla fine del 1913 alla fine del 1920, la quantità dei biglietti circolanti ricominciò a scendere sino alla fine del 1923. Diminuì poi ancora nel 1924 sino a toccare 18,7 il 20 maggio.

 

 

L’avvento del governo fascista non interruppe una diminuzione che dal massimo di 22 al minimo di 18,7 può attribuirsi per giusta metà ad esso ed al regime precedente. Ma dopo il maggio, stiamo risalendo; ed ora siamo all’incirca di nuovo al punto di partenza del regime attuale. In parte la diminuzione è dovuta alla riduzione delle giacenze inutili del tesoro presso gli istituti di emissione, come spiegai sopra; sicché gli istituti, non volendo rinunciare a scontar la carta del commercio, stampano biglietti.

 

 

Se questa è l’origine della cresciuta circolazione, bisogna far due riflessioni: la prima se convenga stimolare l’economia del paese con fabbricazione di carta monetata; la seconda se questa carta monetata non vada in eccessiva misura a sussidiare i gobbi, guerci e storti della sezione autonoma del consorzio valori industriali. Da 3,3 miliardi alla fine 1923 siamo saliti a 4,1 miliardi anticipati a questa brava gente al 30 novembre 1924. L’on. De Stefani ha assicurato che dall’1 gennaio 1924 in poi nessun nuovo salvataggio è stato operato; e di ciò gli va data lode. Gliene dovrà essere attribuita una maggiore quando avrà estirpata del tutto la famiglia parassitaria dei guerci, gobbi e storti, i quali sembrano aver fatto nidiata nella casa ospitale del consorzio.

 

 

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