Il controllo delle industrie nel progetto governativo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/01/1921

Il controllo delle industrie nel progetto governativo

«Corriere della Sera», 26 gennaio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 18-21

 

 

 

Bisogna distinguere nel progetto di legge presentato dal governo all’esame dei consigli superiori dell’industria e del lavoro due parti essenzialmente distinte: gli scopi che il controllo operaio si propone e i mezzi tenuti per attuare quegli scopi.

 

 

Gli scopi sono plausibili, come promuovere il miglioramento dell’istruzione tecnica, delle condizioni morali e materiali degli operai e dei metodi di produzione; assicurare l’esecuzione delle leggi istituite a protezione delle classi operaie; rendere pacifici i rapporti fra datori e prenditori di lavoro; ovvero desiderabili come quello di fare che i lavoratori conoscano le condizioni nelle quali le industrie stesse si trovano. In realtà, il solo scopo nuovo è quest’ultimo, perché i primi appartengono al bagaglio comune dell’opera svolta da enti pubblici e associazioni padronali e operaie; né occorreva l’istituzione di uno specifico controllo operaio per avvicinarsi sempre meglio al loro raggiungimento.

 

 

Il modo tenuto dal progetto per far conoscere agli operai le condizioni nelle quali le industrie si svolgono appare complicato per un verso e fecondo di dissidi e di gravi pericoli per un altro verso.

 

 

Operai e principali sarebbero mantenuti separati gli uni dagli altri. Divise le industrie in categorie, di cui sarebbero indicate 9, per ogni categoria si istituirebbero due commissioni, ciascuna di 9 membri, l’una tutta composta di operai e l’altra tutta composta di industriali.

 

 

Ognuna lavorerebbe per conto suo e delegherebbe due suoi membri ad assistere, senza diritto di voto, alle sedute dell’altra. La commissione operaia avrebbe l’ufficio del controllo; quella industriale non si capisce bene che cosa dovrebbe fare. O almeno il disegno di legge dice soltanto che essa dovrebbe curare le trattative che occorressero per imporre ai singoli industriali l’adempimento degli obblighi imposti dalla legge.

 

 

Ma la legge, quella di cui si tratta, non impone alcun obbligo agli industriali, salvo per ciò che riguarda le assunzioni e i licenziamenti delle maestranze, il che è un fuor d’opera in tema di controllo; e, quando dà luogo a controversie, il disegno di legge espressamente dispone siano risolte da un collegio di arbitri. La commissione di controllo potrà esprimere dei desideri rispetto all’istruzione tecnica o a miglioramenti nei metodi produttivi; ma come da questi consigli può nascere un obbligo giuridico? Se ad una commissione di controllo salta in mente di consigliare l’uso di una data macchina invece che di un’altra, quel singolo industriale sarà costretto a comperarla e a usarla? Chi assumerà di quell’uso la responsabilità? E se l’industriale protesta di non possedere i capitali a ciò occorrenti o di non ritenere conveniente l’arrischiarli? Consiglierà la commissione di comperare materie prime o vendere i prodotti in tempi e luoghi e prezzi diversi da quelli osservati dall’industriale? Come tradurre in atto simili consigli, dati da chi non ha responsabilità alcuna dei risultati dell’azienda, da chi non prende parte alle deliberazioni dell’impresa, da chi all’impresa stessa non appartiene?

 

 

La commissione nazionale di controllo, per attuare principalmente il fine di far conoscere agli operai le condizioni in cui le industrie si svolgono, nomina due delegati in seno a ogni singola azienda, delegati i quali avrebbero diritto di avere i dati necessari per conoscere i salari degli operai, la costituzione del capitale, gli utili dell’azienda, il modo col quale sono eseguite le leggi che tutelano i lavoratori e le disposizioni relative al reclutamento e ai licenziamenti di operai. E fin qui la cosa può andare, trattandosi di fatti risultanti da documenti interessanti in modo specifico gli operai o già resi di pubblica ragione, o, se si tratta di utili, dai bilanci delle società e dalle denunce circostanziate da farsi agli agenti finanziari. Il guaio si è che il progetto vorrebbe che quei due delegati potessero anche conoscere il modo di acquisto e il costo della materia prima, i prezzi di costo della produzione, i metodi amministrativi, i metodi di produzione, escluso tutto ciò che dipende dai segreti di fabbrica. Il governo dimostra di avere con ciò una idea ben vaga di quello che è segreto di fabbrica. Può essere un segreto altrettanto e forse più geloso di quello che si suole comunemente indicare con tale nome l’altro dei rapporti con la clientela, con i fornitori, coi prestatori di capitale, con singoli membri del personale amministrativo e direttivo. Mettansi in piazza tutti quegli elementi, traducansi in rapporti scritti che i due delegati mandano a Roma alla commissione nazionale per le industrie e fanno necessariamente conoscere ai due delegati industriali; e l’individualità di ogni impresa è svanita. Finora gli stranieri si sono limitati a disdire, per paura del controllo, gli ordini già dati di nuovi impianti industriali in Italia. Quando sapranno di questo progetto, si asterranno in molti casi persino dallo stringere rapporti di affari con industriali italiani; perché avere rapporti finanziari vuol dire segretezza, vuol dire riserbo, vuol dire possibilità di far meglio e più presto della concorrenza e con metodi che è desiderabile non far conoscere ad altri.

 

 

Il progetto merita di venire discusso più particolareggiatamente, e un cenno speciale dovrà essere fatto del modo con cui esso pretende risolvere, non si sa a quale proposito, il problema del licenziamento e dell’assunzione della mano d’opera. Ma già da questo esame sommario si può conchiudere che in sostanza esso è l’accettazione del concetto sindacale del controllo. Ora il concetto sindacale è una cosa profondamente diversa dal controllo per categorie di industrie, il quale, se avesse da avere un significato, dovrebbe essere costituito per rappresentanze paritetiche di operai e di industriali, incaricate di discutere dei salari, dell’orario e delle altre condizioni del lavoro, in rapporto alla situazione economica dell’industria in generale.

 

 

Invece il controllo del progetto governativo ha per iscopo di mettere ogni azienda sotto l’inchiesta continua di due delegati, nominati da una commissione estranea di provenienza sindacalista, i quali male riterrebbero di adempiere al loro mandato se non vessassero gli industriali con una inframmettenza deleteria intorno alle faccende più gelose dell’amministrazione dell’azienda. Invece delle attuali commissioni interne, nominate dagli operai di ogni stabilimento e aventi un compito strettamente limitato alle questioni del lavoro, avremo dei pseudo sindaci, privi di ogni interesse nell’impresa, e scelti di fatto dagli «organizzatori» della lotta contro gli industriali. La pacificazione sociale in tutto ciò non c’entra. Il vero scopo è la riaffermazione dei poteri del sindacato anche attraverso la rovina della produzione.

 

 

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