Il convegno per l’esportazione a Milano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/01/1922

Il convegno per l’esportazione a Milano

«Corriere della Sera», 15 gennaio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 519-522

 

 

 

Oggi si apre a Milano il convegno nazionale per l’esportazione. L’iniziativa, lodevole, è stata presa dal ministro dell’industria Belotti allo scopo di consentire al governo di trarre dalla viva voce degli interessati le direttive secondo le quali l’azione di stato deve integrare l’iniziativa privata nella risoluzione del grave problema della ricostituzione economica del nostro paese e principalmente delle nostre esportazioni.

 

 

È probabile che le voci del congresso riescano alquanto disparate e forse contrastanti. Il governo non dovrà faticare poco a trarre dalla moltitudine dei desideri espressi dagli interessati in ogni singolo ramo d’industria e di commercio una idea direttiva feconda.

 

 

Una lettera ricevuta da un industriale può forse indicare la strada che bisogna battere per raggiungere la meta.

 

 

«Ricevo la merce tedesca in pochi giorni. Ho della merce partita in maggio per Bruxelles e non riesco a sapere se è arrivata. Mi dicono di no.

 

 

Spedisco del denaro in Germania e dopo pochi giorni ho la ricevuta. Mi hanno spedito tempo addietro del denaro da Tunisi a mezzo della banca e solo dopo 25 giorni dopo ripetuti reclami e perdite di tempo l’ho incassato.

 

 

Il foglio per l’esenzione dalla tassa sugli oggetti di lusso per la merce che va all’estero o un’altra formalità che mi fa perdere due giorni e, per quanto piccolo, mi genera confusione.

 

 

Per arricchire la mia società, facendo anche l’interesse dell’Italia, a me basterebbe essere appoggiato dal governo italiano, come fa quello tedesco per le vendite all’estero: per tutto il resto il governo mi lasci fare da me, che, modestia a parte, credo di sapere far meglio.

 

 

Il governo mi aiuti a diminuire le tariffe di trasporto, ad usare rigore e sicurezza nei porti, a farmi avere servizi buoni e continui di trasporto, a togliermi tutte le pratiche burocratiche, a mettermi in relazione con abili rappresentanti (per mezzo degli esistenti addetti consolari), a fare le pratiche legali quando il rappresentante mi imbroglia; mi aiuti a ricevere rapidamente i miei soldi ecc. ecc.»

 

 

Se io volessi riassumere in due parole il pensiero di questo industriale e probabilmente di moltissimi altri, i quali chiedono a se stessi, alla propria intelligenza ed alla propria iniziativa la fortuna in patria ed all’estero, io direi che la linea direttiva dell’azione dello stato nel promuovere le esportazioni dovrebbe essere: «ciascuno faccia il suo mestiere».

 

 

I privati producano merce buona, la spediscano bene imballata, si organizzino in consorzi se sono piccoli; le banche annodino relazione con quelle estere e istituiscano una rete propria di filiali o banche speciali per l’esportazione, dove l’ambiente è favorevole. E lo stato faccia per proprio conto il mestier suo, che è ancora sovratutto giuridico. Il ministro dell’industria deve persuadersi che egli gioverà mille volte di più all’esportazione stando come un botolo ringhioso alle calcagna dei suoi colleghi degli interni, degli esteri, della giustizia, dei lavori pubblici e delle finanze, che non intervenendo direttamente ad aiutare le esportazioni. Resista ai suoi impiegati che desiderano nuovi uffici od enti a pro delle esportazioni e faccia fare il loro mestiere ai ministri suoi colleghi. Al ministro degli interni in primo luogo; perché fino a quando la direzione generale della pubblica sicurezza non penserà a liberare da malandrini le grandi stazioni di Milano, Torino, Genova ed i porti marittimi, chi si fiderà ad esportare? Ed ogni collo non arriverà all’estero rincarato oltre misura da una quota di rischio per furti e manomissioni? E che cosa vuol dir ciò se non perdere ordinazioni? A quello degli esteri, per indurre diplomatici, consoli, addetti consolari a rispondere direttamente, rapidamente alle richieste di informazioni, e dare aiuti e consigli a chi è lontano ed ha bisogno di sapere a chi indirizzarsi.

 

 

Dovrà stare alle calcagna del guardasigilli, affinché la giustizia funzioni rapidamente, imparzialmente a pro di nazionali ed esteri. Non si creano correnti di esportazioni senza larghe correnti di importazioni; e si è tanto più propensi a fare affari quanto più si è sicuri contro le lungaggini, contro le denegate giustizie, contro le mangerie nei fallimenti.

 

 

Né lasci pace al collega dei lavori pubblici. Dove le ferrovie non vanno bene, dove nei porti dominano il parassitismo e le organizzazioni di commercianti, intermediari, facchini per svaligiare la merce in transito, non si esporta o si esporta meno di quanto si potrebbe.

 

 

Ed anche il ministro delle finanze dovrebbe essere inquietato quotidianamente. Ai punti di confine e nei grandi porti pullula una coorte infinita di doganieri, il cui compito è di verificare, pesare, bollare, classificare, esigere documenti, far calcoli raccapriccianti per la complessità sui dazi e diritti da pagare. Ed accanto ai doganieri, ci sono i demaniali per le tasse di lusso, i belli di fattura e via dicendo. Tutte cose che rendono pochissimo all’erario e fanno perdere denaro, tempo e fatica moltissima ai commercianti.

 

 

Purtroppo, ho poca speranza che il consiglio di stare con le mani a posto e di limitarsi a far bene e coscienziosamente il proprio mestiere sia seguito. Ognuno e principalmente lo stato ha il prurito di fare il mestiere altrui. Il ministro dell’industria, l’antecessore dell’on. Belotti, non ha forse creduto di avere salvato l’Italia, facendo approvare per decreto legge quella nuova tariffa doganale, che ha dato tanto lavoro inutile alle dogane ed al commercio e che è un metodo magnifico di forzare le esportazioni in modo malsano e distruttivo? Ogni alta tariffa stimola certe produzioni interne a scapito di certe altre. Le industrie stimolate, più o meno presto saturano il mercato interno, espellendo la concorrenza estera. Ma, crescendo ancora la produzione interna al di là del quantitativo che può essere smerciato nel paese agli alti prezzi resi possibili dai dazi protettivi, gli industriali nazionali, per non essere costretti a ribassare i prezzi interni, forzano la vendita all’estero. La esportazione cresce; ma è esportazione malsana, fatta a spese dei consumatori nazionali, costretti a pagare cara la merce che all’estero dagli stessi produttori nazionali si vende a vil prezzo. È una esportazione irritante per gli stranieri, che la dicono sleale, fatta a base di dumping. Essa provoca animosità e ritorsioni contro il paese che se ne rende colpevole, così come accadde contro la Germania, a cui la non bella (sotto questo rispetto) politica esportatrice recò un danno politico grandissimo in occasione della guerra mondiale.

 

 

Quale politica esportatrice ci vuole? Probabilmente, al congresso di Milano, le sue tendenze verranno in contrasto. Auguriamoci che i rappresentanti delle industrie della seta, della canapa, degli agrumi, degli zolfi, dei marmi, delle automobili, delle macchine, per citare a caso le prime categorie che mi vengono in mente tra quelle a cui basterebbe la politica dell’«ognuno faccia il suo mestiere», non si lascino sopraffare dai siderurgici, dai chimici, e da quegli altri industriali i quali hanno bisogno che lo stato fomenti l’esportazione a spese della collettività italiana.

 

 

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