Il cosidetto principio della imposta produttivistica. Recensione generica delle applicazioni di un aggettivo malauguratamente usato

Tratto da:

Saggi sul risparmio e l’imposta

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/05/1933

Il cosidetto principio della imposta produttivistica. Recensione generica delle applicazioni di un aggettivo malauguratamente usato

«La Riforma Sociale», maggio-giugno 1933, pp. 373-380

Saggi sul risparmio e l’imposta, Einaudi, Torino, 1941, pp. 281-293

 

 

 

 

1. – Mi accadde alcuni anni or sono di contrapporre in un libro di storia (La guerra ed il sistema tributario italiano, 1927) al sommo principio utilitario del sacrificio minimo, in nome del quale si erano commesse tante sciocchezze durante e subito dopo la guerra, un altro principio verso cui tra il 1922 ed il 1925 erasi iniziato il ritorno nella pratica legislativa italiana ed a cui in quella occasione detti il nome di principio «produttivistico». Quel nome ebbe fortuna; sicché furono divulgate memorie ed articoli per discutere il principio così appellato, quasi che a favore o contro di esso si siano o possano istituirsi scuole opposte di ricercatori, dette con proprietà di linguaggio «scuole» e non «sindacati di imbecilli» come preferiva Pantaleoni, perché costituite attorno ad una idea o teoria e non attorno ad una persona. Senonché più vedevo adoperato l’aggettivo «produttivistico» e più cresceva in me il fastidio del vederlo appiccicato al sostantivo «principio»; e naturalmente il fastidio era aumentato dal ricordo benevolo che talvolta qualcuno faceva di me come autore o rinnovatore o seguitatore di quel principio. Del mio stato d’animo annoiato mi corre obbligo di dar ragione, allo scopo di chiarire la mia parte di responsabilità nel mettere o rimettere al mondo, se non il principio, l’appellazione di esso.

 

 

2. – Quando ne discorsi ubbidii alla necessità di chiudere in poche parole espressive una lunga narrazione storica degli erramenti, in gran parte involontari, accaduti in materia tributaria durante la guerra italiana. Gli italiani, e non soltanto essi, ma i francesi ed i tedeschi e tanti altri, avrebbero potuto, se avessero avuto i nervi saldi, adattarsi a vivere spartanamente, dando ognuno di essi allo stato, a titolo di imposta, il soprappiù del proprio reddito al di là dell’assolutamente necessario alla vita fisica. Se si fossero decisi a siffatta condotta,[1] lo stato avrebbe potuto condurre la guerra senza ricorrere a prestiti e soprattutto senza aprire la cateratta della fiumana di carta moneta la quale tanti danni produsse e produce ancora. A quella ipotetica patriottica condotta diedi nel libro il nome usato dall’Edgeworth di «sommo principio utilitario del sacrificio minimo»; e dedicai gran parte del libro a chiarire le ragioni, alcune delle quali di sommo peso, per cui gli uomini di governo, ubbidendo ai sentimenti manifestati dai popoli con abbondante vociferazione, applicarono, invece di norme inspirate a quella condotta, una improvvisata disordinata demagogica contraffazione di essa. Dopo aver descritte le vicende e gli effetti lacrimevoli di quella applicazione contraffatta ed esposto i disegni di riforma tributaria elaborati nel frattempo dagli stessi governi col consiglio di studiosi e con verbale omaggio alla necessità di ritornare alle tradizioni italiane del tempo del risorgimento e della prima costruzione finanziaria del regno (1860-1866), dimostrai come al ritorno si fosse dato, tra il 1922 e il 1925, vigoroso inizio dal presente governo, ad opera principalmente del ministro delle finanze De Stefani. Poiché l’effetto principale della applicazione contraffatta del così detto principio del sacrificio minimo era di terrorizzare i possidenti ed i risparmiatori, di disamorarli dall’industria e di provocar perciò incremento di miseria e di disoccupazione, dissi che la condotta opposta – ossia una condotta tributaria inspirata sostanzialmente al buon senso, consigliere di imposte «moderate», prelevate a carico di chi può pagare perché ha avuto prima modo di guadagnare e prelevate in modo da lasciar sussistere lo stimolo al lavoro, al risparmio, all’intraprendenza, e di imposte «certe» ossia esatte senza arbitrii, senza imposizioni, senza vane ricerche dei redditi effettivi, con riguardo massimamente ai redditi ordinari – poteva essere chiamata «dell’imposta produttivistica». La mia mala ventura volle che alle norme pratiche di condotta ora indicate dessi il nome di «principi»; parola che, per essere adoperata in un libro di storia, ossia di narrazione di fatti realmente accaduti in un tempo ed in un luogo determinati, male avrei del resto potuto immaginare potesse essere sorta a significare «legge scientifica» ossia, nelle discipline astratte, legge «astratta» o «teorica» di valore universale nei limiti delle fatte premesse.

 

 

3. – Quelle due regole del «sacrificio minimo» – vero e contraffatto – (poi detta dello stoicismo e meglio si direbbe dello eroismo o spartanesimo) e del «produttivismo» sono invero mere norme di condotta pratica, espresse abbreviatamente con parole stenografiche volte ad illustrare la condotta degli uomini in due momenti storici successivi della vita collettiva. Nel primo momento, della guerra o del pericolo nazionale imminente, gli uomini, dimentichi delle urgenze e delle comodità della vita, sacrificano tutto il disponibile sull’altare della patria (finanza di guerra). Nel secondo momento, non si può pretendere che gli uomini dimentichino la loro natura e cessino di desiderare di vivere e di operare per conseguire i fini a cui sono propensi; epperciò bisogna che l’imposta sia prelevata tenendo conto che gli uomini non lavorano, non producono, non risparmiano, non azzardano senza l’aspettativa di un reddito bastevole a legittimare il loro affannarsi nel lavorare, risparmiare ed intraprendere (finanza di pace). Due quadri di condotta; non due leggi teoriche. Di legge teorica, ossia di impostazione astratta delle due specie di condotta non v’è traccia nei due quadri; né doveva esservi. Per assurgere alla dignità di «principio» o di «legge teorica» della distribuzione delle imposte, le due regole di condotta avrebbero dovuto rispondere alla domanda: come la condotta tributaria degli uomini si incastra nel corpo di leggi le quali ne dichiarano la condotta economica generale?

 

 

4. – A dare una risposta era certamente incapace il principio del sacrificio minimo che dirò edgeworthiano dal nome del suo più insigne espositore. Affinché non mi si dica che il fastidio odierno della ripetizione altrui di principi prima da me accettati mi fa andare in cerca di postume critiche, riproduco esposizione e critica del principio del sacrificio minimo da un mio vecchio corso universitario del 1910-1911.

 

 

Se noi supponiamo una collettività composta di tre contribuenti, Tizio fornito di un reddito di 1.000 lire, Caio di 2.000 e Sempronio di 3.000 lire, se noi supponiamo che la utilità delle successive dosi (per brevità migliaia di lire) del reddito sia decrescente e che la utilità del primo migliaio di lire sia indicata dall’indice 1.000 ut[ilità], quella del secondo migliaio da 500 ut, e quella del terzo da 333,33 ut, il reddito della collettività risulta il seguente in lire ed in ut:

 

 

 

Reddito in lire

Reddito in ut

Tizio

1.000

1.000

= 1.000 –
Caio

2.000

1.000 + 500

= 1.500 –
Sempronio

3.000

1.000 + 500 + 333,33

= 1.833,33

Totale …

6.000

4.333,33

 

 

Se noi supponiamo che il fabbisogno dello stato sia di 3.000 lire, è evidente che, se si vuole cagionare alla collettività il minimo sacrificio, bisogna cominciare a prelevare il terzo migliaio da Sempronio, perché, così operando, gli si cagiona il minimo sacrificio di 333,33 ut; ed in seguito continuare prelevando 1.000 lire di nuovo su Sempronio ed insieme 1.000 lire su Caio, perché così si cagiona ad ognuno di essi un sacrificio di 500 ut; ed in totale, esentando del tutto Tizio, un sacrificio di 1.333,33 ut sulla intiera collettività. Che è il minimo sacrificio possibile. Qualunque diversa distribuzione dell’imposta produrrebbe un sacrificio maggiore del minimo; e deve perciò essere scartata.

 

 

Questa l’esposizione del principio, alla quale facevo subito seguire la critica, esaminando il problema dai punti di vista psicologico, economico e finanziario. Riproduco[2] solo la critica psicologica: «facendo il calcolo, così semplice a prima vista, si è dovuto sommare una quantità di sacrificio di 333,33 di Sempronio con una ulteriore quantità di sacrificio di 500 di Sempronio e con una quantità di 500 di Caio. Ma è possibile fare questa somma? Bisogna vedere cosa sono i sacrifici individuali. Essi sono sensazioni che hanno i singoli individui nel perdere una certa quantità di ricchezze o nell’acquistarne una quantità supplementare. Ora questa sensazione è individuale di Sempronio quando egli la prova e così pure di Caio quando la prova Caio. Ciascuno può misurare e paragonare in sé le proprie sensazioni e dire che l’una è maggiore o minore di un altra; ma sempre, dico, individualmente. Come si farebbe mai a paragonare le sensazioni di Tizio con quelle che ha avuto Caio? Sono quantità che sono incommensurabili e imparagonabili tra di loro, né si è ancora inventato uno strumento per misurare [paragonare] le diverse sensazioni degli individui. L’operazione è corretta apparentemente; ma in fondo uguale a quella di chi sommasse 333,33 asini con 500 cavalli ovvero con 500 sacchi di grano. Quindi in realtà non ha nessun significato».[3]

 

 

Alla critica pensata nel 1910 non ho nulla da mutare. Il solito timor reverenziale da cui sono sovraprese le persone bene educate dinanzi ai grandi nomi mi aveva trattenuto, pur dopo avere smantellato pezzo a pezzo la teoria edgeworthiana, dal dichiarare apertamente che essa era erronea e che perciò le deduzioni relative all’imposta progressiva che se ne ricavavano erano parimenti prive di senso; ed avevo cercato di conservare a quella teoria un posto di eccezione per i tempi di eccezione, come quelli di guerra, in cui gli uomini è bene non ragionino troppo quando, per salvare la nave che minaccia di affondare, si devono decidere a gettare in mare tutte le loro suppellettili. Sta di fatto che il cosidetto principio del sacrificio minimo non è né il capo né la coda di un principio di ripartizione delle imposte. Semplicemente, non esiste. A dare un nome alla condotta tributaria degli uomini nell’ora del pericolo si possono usare altre vie fuor del ricorrere all’abracadabra della somma dei sacrifici sentiti da individui differenti.

 

 

5. – Le parole «produttivismo» o «imposta produttiva» o «principio produttivistico delle imposte» adoperate ad indicare la condotta degli uomini in tempi normali sono forse meno illogiche, perché pongono esigenze di buon senso, di prudenza, di astensione dal terrorismo da parte dei finanzieri; ma, in qualità di parole teoriche, valgono forse anche meno di quella di «principio del sacrificio minimo». Troppi equivoci possono venirne fuori.

 

 

6. – Primo e più grossolano di tutti, quello del trarre i laici ad immaginare che il pagare o prelevare imposte possa essere paragonabile senz’altro al lavorare, al risparmiare, all’investire, allo intraprendere; e che, come dall’atto del lavorare ci si attende un risultato del lavoro, da quello del risparmiare un interesse, così dall’atto del pagare imposte il contribuente debba attendersi un incremento immediato e diretto nella produzione sua. Poiché nessun uomo sensato può accogliere una così goffa teoria, il lasciarla, anche per equivoco, intravvedere, basta per screditare chi fu supposto enunciarla. Tutti sanno che quanto si è pagato allo esattore delle imposte, più non ritorna. Laddove se si paga altrui salario od interesse si riceve l’equivalente in prodotto di lavoro o in uso di capitale. La capacità a fornire un equivalente è un non senso in materia di imposta.

 

 

7. – Cadrebbe parimenti in equivoco chi, tratto dal suono delle parole, interpretasse il principio produttivistico nel senso che lo stato debba prelevare le imposte: primo negativamente, in guisa da scemare per il minimo ammontare la produzione della ricchezza da parte dei privati, lasciando il più possibile invariate le posizioni relative dei contribuenti e costante il loro interesse a produrre; e secondo positivamente, in guisa da crescere al massimo la produzione della ricchezza da parte della collettività. Questi due effetti negativo o positivo sono di solito – direi sempre se la parola «sempre» non fosse impropria a designare avvenimenti storici prevedibili secondo l’esperienza ordinaria della vita, ma non razionalmente necessari per logica dimostrazione – susseguenti ad un buon sistema tributario; ma non chiariscono il principio informatore dell’azione dello stato. Il quale appunto perché stato, non è un produttore di ricchezze alla pari dell’industriale ed agisce come stato, ossia per fini i quali non hanno a che fare con la produzione della ricchezza. Non può quindi lo stato proporsi, come norma fondamentale della sua condotta, uno scopo, come è quello di rendere minima la distruzione o massima la produzione della ricchezza, il quale è estraneo alla sua natura.

 

 

8. – Fin qui, trattasi di grossi equivoci, chiari alla prima meditazione. Più sottile è l’equivoco, in che può essere caduto il lettore non attento di una mia memoria del 1919. Usando lo strumento della tabella mengeriana, dimostrai allora che il ragionamento puro economico porta «a collocare la destinazione ad imposta nel quadro generale della ripartizione della ricchezza ed a concludere che la destinazione di una certa quota di ricchezza ad imposta e di quella quota precisamente la quale risulta dalla osservanza della legge della ripartizione più conveniente della ricchezza è condizione necessaria per rendere massima la fecondità della ricchezza posseduta dall’uomo. …Nello stesso modo come non è pensabile e possibile… il soddisfacimento del bisogno del cibo senza quello del bisogno di bere, vestir panni, aver casa, così non è né pensabile né possibile vivere, allevar figli, risparmiare, così come si conviene ad uomo, se lo stato non garantisce le condizioni del vivere civile e non apparecchia migliori condizioni per l’avvenire. Nello schema teorico, la destinazione di una certa dose complessiva di ricchezza ad imposta e la sua conversione in beni pubblici non è… più o meno feconda della destinazione di quella medesima dose ad impieghi privati. Essa, se il calcolo fu condotto correttamente, è la destinazione la quale dà il massimo risultato pensabile. Destinare ad imposta una quantità maggiore o minore, sarebbe un errore economico».

 

 

9. – Il discorrere, che in questo brano si fa, di imposta come «condizione necessaria per rendere massima la fecondità della ricchezza» e l’uso successivo del concetto di imposta «come fattore della massima produttività complessiva della ricchezza» può dare ragionevolmente luogo alla seguente interpretazione:

 

 

a)    in primo luogo, il cittadino: supposto consapevole dell’esistenza di fini individuali e collettivi e, in qualità di membro della collettività, atto ad apprezzare l’importanza rispettiva di essi, distribuisce la propria ricchezza tra fini privati individuali e fini collettivi, ossia raggiungibili soltanto attraverso l’azione coattiva statale, tra fini presenti e fini futuri, in modo che l’utilità marginale delle ultime dosi soddisfatte dei diversi fini sia uguale. Rispetto ai fini pubblici ed ai beni relativi il giudizio di uguaglianza è dato dallo stato in rappresentanza degli individui;

 

b)    in secondo luogo, il prelievo delle imposte operato così come impone la regola ora detta, ha per effetto di rendere massima la fecondità o produttività complessiva della ricchezza.

 

 

10. – La proposizione b è razionale entro i limiti in cui i cittadini, agendo attraverso lo strumento coattivo statale, si propongano fini economici. È certissimo che il mantenimento della difesa nazionale, della sicurezza, della giustizia, della pubblica viabilità, di un congruo apparecchio di pubblica educazione, di legislazione sociale e simili giova potentemente anzi è condizione necessaria perché gli uomini lavorino, producano, risparmino. È certissimo che l’opera dello stato è fattore potente di massimizzazione del reddito nazionale, e cioè della somma dei redditi degli individui. «Il massimo di produttività è uno solo e questo si raggiunge con una data combinazione dei vari fattori, quella che l’esperienza dimostra più conveniente. La teoria economica finanziaria afferma che in quella data combinazione entra anche lo stato e che quindi il pagamento di una data imposta, quella dimostrata più conveniente dall’esperienza, è condizione necessaria perché lo stato intervenga nella misura più opportuna, come fattore di quella combinazione complessa, la quale dà luogo al massimo di produttività». E cioè, ove gli uomini si propongano fini di acquisto della ricchezza, lo stato rende possibile la consecuzione di quei fini. «Naturalmente» – osservavo nel 1919 – «lo stato agisce come fattore produttivo in conformità all’essere suo: non cioè come industriale od organizzatore della produzione, ma come ente politico: soldato magistrato educatore difensore degli interessi generali esercente quelle imprese che non sarebbero affatto o sarebbero male esercitate dai privati imprenditori» (cfr. qui sopra, pag. 199).

 

 

11. – Non è necessario tuttavia che gli uomini si propongano fini di acquisto di ricchezza; essi possono proporsi non solo la massima produzione di beni materiali, ma, aggiungevo, pure il massimo di beni «spirituali», la «massima elevazione» propria. L’indipendenza della patria, la predicazione di un credo religioso, la consecuzione di un ideale di vita, il raggiungimento di un alto livello di cultura, la preservazione della libertà individuale, il perfezionamento dei singoli componenti la collettività, sicché il massimo numero di essi sia messo in grado di partecipare consapevolmente alla vita pubblica sono fini che possono non avere un legame diretto e forse neppure indiretto con il fine della consecuzione di beni economici, valutabili in lire, soldi e denari. Pur sono fini che gli uomini si propongono mercé lo strumento dell’azione coattiva statale. Ecco che l’imposta cessa di essere «produttiva» persino nel senso più largo esposto dianzi (proposizione b), senza cessare con ciò di essere «economica» o, come altrove dissi, «ottima» (proposizione a).

 

 

12. – La sostanza dell’azione «economica» non sta invero nell’essere «produttiva» di beni economici; ma nell’essere congrua rispetto al raggiungimento del fine che l’uomo si propone. Vuole l’uomo arricchire? È azione «economica» quella che conduce all’arricchimento, non quella che trascina alla povertà. Vuole l’uomo perfezionare la propria mente o il proprio carattere, anche a costo di rinuncia a ricchezza posseduta o sperata? È azione «economica» quella che consiglia di impiegare i mezzi esistenti (numerario, lavoro, risparmio) in modo da raggiungere il fine dell’elevazione morale od intellettuale. L’economia non è scienza di fini, ma di mezzi. Perciò l’imposta è «economica» (ottima), se congegnata in modo da favorire il conseguimento, per mezzo dell’azione coattiva statale, dei fini di incremento della ricchezza collettiva, o di potenza o di elevazione intellettuale o morale o religiosa che gli uomini si propongono.

 

 

13. – L’aggettivo «produttivo» applicato all’imposta è dunque proprio nel solo caso in cui siano soddisfatte due condizioni: che il fine voluto dagli uomini radunati in società politica sia l’incremento della ricchezza e che il mezzo tributario all’uopo scelto sia congruo. Tutto sommato ritengo tuttavia prudente abbandonare l’uso di quell’aggettivo perché:

 

 

  • fa scambiare ai tonti la produttività intesa come conseguenza dell’azione dello stato operante secondo la sua natura con una assurda produttività diretta di ogni singolo ammontare di imposta pagata;

 

  • fa scambiare ai frettolosi una delle conseguenze dell’imposta ottima (incremento della ricchezza) con il fine diretto dell’imposta;

 

  • trae i disattenti ad immaginare che lo stato si proponga solo fini economici e perciò l’imposta debba essere ordinata alla consecuzione di quei fini.

 

 

14. – Anzi; poiché è difficilissimo svellere dalla mente degli uomini l’idea che gli economisti quando parlano di operare economico intendono riferirsi non solo all’operare ma anche al fine per cui si opera, opinerei conveniente abbandonare, negli scritti non destinati agli iniziati, persino l’uso dell’aggettivo «economica» applicato all’imposta. Gli iniziati sanno che quell’aggettivo non si riferisce ai fini degli uomini, ma esclusivamente ai mezzi atti a raggiungere quei fini. Fa d’uopo però osservare che accanto agli iniziati, vivono e prosperano gli impermeabili, i consaputi calunniatori ed i laici; e riflettere sull’opportunità di non dare alimento ai vaniloqui ed alle perversità. Perciò proposi l’aggettivo «ottima»; il quale non avendo una precostituita significazione, può servire efficacemente ad indicare quella imposta la quale meglio raggiunge, secondo l’enunciato della proposizione a, i fini che l’uomo politicamente organizzato si propone. Qualunque altro aggettivo (a cagion d’esempio «logica» o «razionale»), del resto, sia il benvenuto, purché ci liberi dal vano crescente frastuono intorno al cosidetto principio dell’imposta produttivistica.

 



[1] Che in un libro più recente, pur di storia, chiamai «stoica». Spero che mal non si incolga pel nuovo aggettivo e che non sorga una nuova battaglia intorno al principio «stoico» della ripartizione delle imposte. Ché di nuovo l’errore dei battaglianti di assumere come «stoica» sul serio una condotta la quale con la condotta dichiarata dalla filosofia stoica non ha nulla a che fare, ricadrebbe su di me, che invece adoperai quell’aggettivo attribuendolo, in conformità all’uso corrente, proprio a tanti discorritori in lingua italiana e lecito perciò a me narratore di avvenimenti, a chi rinuncia, con consaputa freddezza di calcolo, agli agi della vita ordinaria per conseguire un fine di ordine superiore, nel caso presente l’incolumità della patria. Eroico o spartano o patriottico, sarebbero stati aggettivi ugualmente vantaggiosi; senza che evidentemente, sia essi sia quello usato contenessero in sé qualsiasi pretesa alla dignità di «principio», utilizzabile per chiarire teoricamente il problema della ripartizione delle imposte.

[2] Da pagina 362 a 364 del Corso di scienza delle finanze, raccolto dal dott. Giulio Fenoglio, Torino, 1911.

[3] Cfr. Paul N. Rosenstein-Rodan su La complementarietà, in «La Riforma Sociale», 1933, pag. 273. Il mio ragionamento del 1910 applicava al problema fondamentale della finanza la perspicua dimostrazione del no bridge data dal Wicksteed in Alphabet of economic science, 1888, pag. 69-77.

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