Il credito italiano nel momento presente. Confronti internazionali

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/10/1911

Il credito italiano nel momento presente. Confronti internazionali

«Corriere della sera», 24 ottobre 1911

 

 

 

Qual è, nel momento presente, la situazione internazionale del credito dello Stato italiano? Alcuni autorevoli giornali finanziari tedeschi hanno rilevato, con parole di lode, la tranquillità dimostrata in generale dalle borse italiane contrapponendola al nervosismo delle borse tedesche durante il conflitto marocchino. A voler fare un paragone compiuto ed esatto, sarebbe indispensabile un’analisi minuta sovratutto dei valori bancari ed industriali; onde non volendo azzardare confronti sul contegno delle borse in generale, e neppure far previsioni sull’avvenire, possiamo limitarci a constatare quale sia oggi la posizione del credito dello Stato italiano in confronto al credito degli altri Stati europei. Leggasi all’uopo il seguente specchietto:

 

 

STATO

TITOLO

corso medio metà di ottobre

Reddito netto per ogni 100 lire del prezzo di borsa

Consolidato inglese

2,5 %

esente 78,–

3,20

Gran Consolidato inglese

2,5 %

tassato 78,–

3,–

Bretagna Prestito per l’Irlanda

2,75 %

esente 79,–

3,48

Prestito per l’Irlanda

2,75 %

tassato 79,–

3,28

Francia Rendita francese

3 %

94,20

3,20

Belgio ” belga

3 %

88,–

3,40

Italia ” italiana

3,75 –

3,25 %

101,70

Olanda ” olandese

3 %

84,–

3,55

Svizzera ” svizzera

3,5 %

94,25

3,70

Germania ” prussiana

3,5 %

92,–

3,85

Spagna ” esteriore spagn.

4 %

91,30

4,40

Austria ” austriaca

4 %

91,40

4,45

Ungheria ” ungherese

4%

90,65

4,50

Russia ” russa

4,5%

100,55

4,50

 

 

La colonna più importante da leggere è l’ultima la quale enuncia il reddito netto che si può ottenere dall’impiego di 100 lire nei differenti titoli di Stato indicati sopra. Si sono arrotondate le cifre, per tenere calcolo dei piccoli scarti da un giorno all’altro. Non è inopportuno notare subito che in una certa parte del pubblico sono frequenti alcuni strani errori di calcolo; quello per esempio di credere che la rendita italiana, che si suol chiamare 3,75 per cento renda davvero il 3,75 per cento. È vero che il nostro titolo di rendita ha ancora attaccato un cupone al 3,75 per cento ma è anche vero che, siccome si tratta di un solo cupone, quello dell’1 gennaio 1912 e tutti i successivi sono al 3,50 per cento, l’unica differenza fra il nostro 3,75 e un titolo 3,50 per cento consiste in 12,5 centesimi per una volta tanto.

 

 

Tenendo calcolo di questa piccola differenza e del fatto che il cupone dell’1 gennaio 1912 è già per metà maturato, si ha che a metà ottobre la rendita italiana dava un frutto netto di 3,47 per cento. Facendo lo stesso calcolo per gli altri titoli si hanno i vari tassi di reddito netto che sopra si leggono; a proposito dei quali vuolsi solo aggiungere che per il consolidato inglese diedi due tassi di reddito netto, quello tassato per i portatori colpiti dall’imposta sull’entrata (income tax), e sono la maggior parte e fra essi tutti i portatori esteri, e quello esente per i portatori meno agiati, esenti dall’imposta stessa. In ambedue i casi si tratta di redditi netti, deducendosi nel caso della tassazione l’ammontare media dell’imposta. Per l’Inghilterra, aggiunsi i corsi del prestito 2,75 per l’Irlanda, il quale, malgrado la speciale destinazione, è a carico del tesoro britannico e non differisce in nulla dal consolidato. Esso frutta di più, non essendo ancora entrato nelle abitudini del pubblico. Per tutti gli altri paesi si parla sempre di redditi netti.

 

 

Fatte queste avvertenze d’indole formale, importa sovratutto notare che il credito di una Stato è tanto più alto quanto meno il titolo emesso dallo Stato medesimo rende ai capitalisti. È chiaro, ad esempio, che tra tutti gli Stati elencati nello specchietto l’Inghilterra è quella che gode di più alto credito, perché essa, se oggi volesse emettere del consolidato, troverebbe dei capitalisti disposti a contentarsi di un interesse di lire 3,00 per ogni 100 lire versate all’erario. È vero che il consolidato inglese è molto al disotto della pari, a 78 lire circa; ma poiché lo Stato paga per ogni titolo del valore di borsa di 78 lire un interesse annuo di sole L. 2,50 lorde e di circa L. 2,35 nette da imposta, così è chiaro che, volendo emettere un titolo alla pari, ossia a 100, l’Inghilterra dovrebbe solo pagare in corrispondenza L. 3,20 lorde e L 3,00 nette di interesse. Faccio astrazione, per non complicare troppo il ragionamento, dalla differenza fra titoli alla pari e sotto la pari. Se l’Inghilterra è quella che gode del credito più elevato, la Russia e l’Ungheria sono gli Stati a credito più basso, s’intende tra quelli indicati nella tabella, dove non è fatta menzione del Portogallo, degli Stati balcanici, e dei paesi extra-europei. La Russia invero se oggi volesse procurarsi 100 lire effettive a prestito dovrebbe pagare un interesse del 4,50 per cento: ovvero, il che fa lo stesso, ogni capitalista può comprando titoli russi del tipo 4,50 per cento, procurarsi all’incirca, tenuto conto dei cuponi in corso, un reddito netto del 4,50 per cento netto per ogni 100 lire del suo capitale.

 

 

* * *

 

 

Si vede subito che l’Italia tiene posto onorevolissimo nella scala degli Stati europei. Poiché gli Stati non menzionati sono finanziariamente deboli, come gli Stati balcanici ed il Portogallo, o godono, come gli scandinavi, di una posizione simile a quella Svizzera, si può dire che l’Italia viene subito dopo, nella considerazione dei capitalisti, dopo due colossi finanziari, come l’Inghilterra e la Francia ed il piccolo ricchissimo Belgio, ed è meglio accreditata di Stati piccoli, ma solidissimi come l’Olanda e la Svizzera e di Stati potenti sulla cui solvibilità non v’e` dubbio, come la Germania, l’Austria, l’Ungheria, per non parlare della Spagna e della Russia, due paesi che hanno negli ultimi anni mirabilmente camminato sulla via del progresso economico.

 

 

Perché l’Italia venga così innanzi alla Svizzera ed alla Germania – a non voler accennare all’Austria – Ungheria, le condizioni del cui bilancio sono sempre un po’ stiracchiate, sebbene sostanzialmente sicure, – non è difficile spiegare. La Svizzera ha dovuto emettere negli ultimi anni una serie quasi ininterrotta di obbligazioni per il riscatto e l’arredamento delle ferrovie federali: e si capisce come la grande offerta di titoli provochi un ribasso del loro prezzo. Gli Svizzeri inoltre non sono per nulla affezionati ai loro titoli paesani; anzi li lasciano volontieri comprare dai capitalisti esteri, per poter investire alla loro volta i propri capitali in altri titoli esteri più produttivi. C’e` da scommettere che la Confederazione ha venduto una bella proporzione dei suoi titoli di debito pubblico ai capitalisti francesi, i quali sono ben contenti di impiegare i propri capitali al 3,70 per cento, mentre se comprassero rendita francese dovrebbero contentarsi del 3,20 per cento. Mentre alla loro volta gli svizzeri, invece di imprestare denari al 3,70 per cento al loro Governo, comprano rendita tedesca e ne ottengono il 3,85 per cento o rendita austriaca, cavandone il 4,40 per cento, o vanno ancora più lontano, avventurosamente, fuori d’Europa in cerca del 5 o del 6 per cento od impiegano capitali nelle industrie nazionali ed estere (elettricità e tranvie in Italia) e ne ricevono il 7, 8, 10 per cento. Diversamente dagli Svizzeri, gli Italiani sono patriottici e non amano che i loro titoli di debito rimangano all’estero; appena poterono, li riscattarono quasi del tutto, dimodoché la rendita italiana posseduta all’estero è ridotta oramai a ben poca cosa. Inoltre gli italiani non amano gli impieghi esteri e collocano i loro risparmi quasi esclusivamente all’interno, onde per la continua domanda nuova il valore dei titoli si innalza e il frutto ne diminuisce.

 

 

Il minor credito della Germania in confronto all’Italia si spiega con altre considerazioni. Ricorderò le principalissime. A causa del difettoso sistema tributario dell’Impero e alle esigenze ferroviarie della Prussia, i bilanci imperiale e prussiano si chiusero ripetutamente, nell’ultimo decennio, in disavanzo; così da richiedere ogni anno l’emissione di parecchie centinaia di milioni di marchi di consolidato. La continua offerta premette naturalmente sui corsi, i quali a poco a poco si ridussero al livello attuale. L’Impero che aveva, tempo fa, osato emettere un prestito al 3 per cento, dovette risalire al tipo 3,5 per cento, poi vendere quest’ultimo al disotto della pari, per ridursi finalmente a tornare al tipo 4 per cento. Il ribasso dei corsi della rendita ed il rialzo dell’interesse netto goduto dai capitalisti furono favoriti da altre circostanze ancora: le emissioni a gitto continuo delle città, che negli ultimi 20 anni aumentarono i loro debiti del 300 per cento, portandoli ad 8 miliardi circa in capitale; il crescere delle obbligazioni industriali, che oramai si aggirano sui 3 miliardi; la tendenza dei capitalisti tedeschi a pretendere un alto tasso di interesse, per controbilanciare, come dicono lassù, il rincaro della vita; onde i copiosi impieghi all’estero, più rischiosi ma più remunerativi, e i larghissimi impieghi industriali all’interno.

 

 

Se si aggiunga che mancano in Germania alcuni presidii che in Italia rafforzano il credito dello Stato, come l’obbligo fatto dalle nostre leggi alle Casse di risparmio, società di assicurazioni ed altri enti di comprar rendita; mentre in Germania le Casse di risparmio posseggono appena 1,5 miliardi di rendita di Stato su una massa di depositi di 15,5 miliardi, e le società di assicurazioni hanno investito in tal modo appena 54 milioni di marchi su un complesso di attività di 3.761 milioni, si avrà un concetto delle principali ragioni per le quali il frutto dei titoli tedeschi è più alto di quello dei titoli italiani, ossia il ,credito dello Stato nostro è migliore del credito dello Stato tedesco.

 

 

* * *

 

 

Vuolsi notare ancora, perché il paragone sia meno incompiuto, che se l’Italia oggi segue davvicino l’Inghilterra e la Francia, non è gran tempo che le cose andavano ben diversamente. Quindici anni fa all’incirca il consolidato inglese 2,75 – 2,5 per cento valeva 113 lire e poteva calcolarsi rendesse – tenuto calcolo dell’imposta e della riduzione allora non ancora verificatasi dal 2,75 al 2,50 per cento – non più del 2,25 per cento netto.

 

 

La rendita italiana 4 per cento era caduta verso il corso di 90 e rendeva quasi il 4,50 per cento. D’allora in poi noi siamo passati da una condizione simile a quella ungherese o russa d’oggi ad uno dei primi posti: mentre le rendite inglesi e francesi, pure restando sempre in prima fila, sono notevolmente decadute, in minor grado le francesi e più le inglesi: onde il nostro progresso fu non solo assoluto, ma anche relativo a quello degli altri paesi. L’interesse è rialzato all’estero o meglio nei paesi esteri di prim’ordine ed è ribassato da noi, che dalla lista dei paesi finanziariamente di second’ordine siamo passati nel novero dei paesi di prim’ordine. Poiché il ravvicinamento è proceduto da due cause, il miglioramento del credito nostro (ribasso italiano nel reddito netto dei titoli pubblici), e il peggioramento del credito altrui (rialzo inglese e francese del medesimo reddito), converrà dire del peggioramento altrui, essendo ben noti i motivi del nostro progresso.

 

 

Le cause dell’indebolimento del credito inglese e francese sono in parte simili a quelle che cagionarono il declinare del credito tedesco: indebitamento crescente dello Stato e poca rispondenza del pubblico ad acquistare, ai prezzi antichi, le masse crescenti di titoli messi sul mercato.

 

 

In Francia il fenomeno si limitò ad un ribasso di 6-8 punti, perché ivi i nuovi debiti dello Stato furono meno importanti e perché le risorse dei risparmio francese sono davvero inesauribili. Non pare sia stata priva d’importanza, a provocare il ribasso delle rendite francesi, la politica del blocco radico-socialista, minacciosa ai capitalisti. Le imposta cresciute di successione e le minacce di imposte sul reddito spinsero invero molti capitalisti a cercar rivantaggio.

 

 

Della più fragorosa caduta del consolidato inglese, da 113 a 78, e poche settimane fa persino a 76, in capitale, con conseguente aumento del frutto netto dal 2,25 al 3,00 per cento, la causa prima fu la guerra anglo-boera, che fece aumentare il debito inglese da 600 a 760 milioni di lire sterline: 160 milioni di aumento, uguali a 4 miliardi di lire nostre. Ma non fu la sola causa. La pacificazione economica dell’Irlanda richiede l’emissione annua di parecchie centinaia di milioni di lire di titoli di debito irlandese a carico del tesoro britannico. Leggi recenti autorizzarono i trustees, specie di tutori od amministratori fiduciari di patrimoni di pupilli, federcommessi, opere pie, ecc., i quali prima erano obbligati a comprare esclusivamente consolidati, ad investire capitali altresì in titoli municipali, coloniali, ferroviari. Offerta crescente di titoli di debito pubblico e domanda decrescente da parte di coloro che erano obbligati a comprarli, provocarono il ribasso, davvero spettacoloso e che ad un finanziere redivivo della generazione passata dovrebbe parere incredibile del consolidato inglese da 113 a 78. Se si aggiunga che i capitalisti esteri, specie anglo-sassoni e tedeschi, sono negli ultimi anni divenuti accaniti nella ricerca degli interessi alti e disprezzano l’antico 3 00, si saranno spiegate, rapidamente ed incompiutamente, ma tuttavia con sufficiente approssimazione, le ragioni per cui l’Italia sta raggiungendo, quanto ad altezza del credito pubblico e tenuità del reddito netto dei titoli di Stato, paesi che tre lustri or sono sembravano tanto più innanzi di noi.

 

 

* * *

 

 

Rimane ancora da accennare una circostanza la quale, se non è peculiare all’Italia, anzi fu sapientemente imitata dall’esempio francese, ha contribuito moltissimo a fare apprezzare il titolo italiano. Si tratta di una circostanza tecnica, la quale ha avuto profonde conseguenze sociali e finanziarie. È evidente che il prezzo della rendita dipende in parte notevole dall’abilità maggiore o minore dei governanti nell’offrirla e venderla alla clientela migliore. Questa abilità i governanti francesi ed italiani l’ebbero in grado massimo; e lo Stato francese, prima, e quello italiano, ora, ne traggono profitto. La rendita italiana è al portatore o nominativa a scelta del cliente; è venduta a tagli piccoli e grossi, da 100, da 200, da 500, da 1000, da 20.000 lire a seconda della borsa del capitalista. Costui sa che con facilità somma egli può, in pochi minuti, vendere o comprare un titolo di rendita; sa che, se egli non lo desidera, nessuno può venire a conoscenza del suo investimento. Le formalità per il tramutamento dei titoli dal portatore a nominativi sono poche e sufficientemente rapide. In ogni ufficio postale del Regno, anche nei più piccoli e remoti delle città, i possessori di un libretto possono senza spese acquistare il titolo desiderato. Nessuna tassa od imposta colpisce la rendita. In Francia, con queste regole sapienti, il titolo di rendita è arrivato nei più modesti casolari di contadini. In Italia ha conquistato le classi medie, gli impiegati e qualche titolo già si trova nelle mani dei piccoli proprietari di campagna delle regioni più progredite.

 

 

In Inghilterra, dove queste regole sono sconosciute, la fortuna del consolidato rimase sempre legata alla clientela ricca. La rendita francese ed italiana è un titolo democratico, posseduto da milioni e da centinaia di migliaia; il consolidato inglese è un titolo aristocratico in mano di poche decine di migliaia di ricchi. Ed è aristocratico perché è quasi soltanto nominativo; perché sino a quest’anno occorreva andare di persona a Londra o a Dublino per effettuare un trasferimento od eleggere per atto pubblico un procuratore speciale all’uopo; perché al possessore non veniva rilasciato alcun certificato, onde accadde che talvolta gli eredi ignoravano la proprietà dei defunti ecc. ecc. . Quando la clientela ricca trovò altri impieghi più remunerativi – e li trova tanto più facilmente dalla clientela media e modesta la quale sovente diffida degli impieghi azionari – il consolidato inglese cominciò a perdere terreno. Da anni l’Economist di Londra conduce una viva campagna per popolarizzare il consolidato inglese: e da anni il metodo italiano è citato, insieme a quello francese, ad esempio da imitarsi oltre Manica. È bene ricordare anche questo che può sembrare un umile particolare tecnico; poiché se è vero che la finanza forte e l’economia prospera fanno elevare i corsi del consolidato, mentre la finanza leggera o persecutrice li fa ribassare; se è vero che nessuna forza al mondo può impedire che i titoli ribassino quando la tendenza del tasso d’interesse è al rialzo e rialzino quando la tendenza dell’interesse è al ribasso: giova non dimenticare che a parità di altre condizioni, uno Stato ha sempre vantaggio ad evitare di chiedere denari a prestito in maniere antipatiche al pubblico o a chiedergli con espedienti atti a lasciar credere che nulla si domandi. Il metodo migliore è quello di offrire al pubblico il titolo che il pubblico desidera, e nella forma e modalità che sono popolari nel paese. La clientela media, agiata, piccolo – borghese e popolare, che è la grande consumatrice della rendita pubblica, ha le sue predilezioni tradizionali che i finanzieri italiani del passato seppero abilmente soddisfare e coltivare. Alla loro opera accorta è dovuta in parte la odierna elevata condizione del credito italiano.

 

 

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