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Corriere della Sera

Il credito per i contadini. Non è giusto l’opporvisi

« Corriere della sera», 18 giugno 1906

 

 

 

Alla Camera italiana gli «studi» riacquistano favore. Cosa strana con un presidente del Consiglio che non ha mai fatto professione speciale di studi.

 

 

Con l’on. Sonnino – uomo studiosissimo, scrittore di libri pregiati, direttore di riviste, – anche gli oppositori mordevano il freno e professori di economia politica e di diritto pubblico raccomandavano l’approvazione sollecita ed integrale di provvedimenti pel Mezzogiorno. Ma l’on. Sonnino, uomo di studi, possessore di una delle più belle biblioteche private d’Italia, li aveva minacciati di ritirare i provvedimenti pel Mezzogiorno, mettendoli in mala vista presso gli elettori, se essi seguitavano a voler studiare.

 

 

Oggi la scena è cambiata; da quando l’onor. Giolitti ha proposto le inchieste sui lavoratori della terra nelle isole e nel Mezzogiorno, alla Camera italiana tutti sono stati presi dalla fregola di leggere, studiare e magari scrivere dei volumi; tutti, anche quelli che poca dimestichezza hanno con la roba stampata e che non hanno mai spinto la loro devozione alle lettere nemmeno fino a leggere gli articoli di fondo dei giornali ministeriali.

 

 

Questa smania di investigare e di studiare a fondo ha già prodotto un malanno grave: il rinvio della legge pel riscatto delle ferrovie Meridionali. Così le quattro o cinque persone che al Parlamento conoscono il problema a fondo, avranno il piacere di ripetere ancora una volta le loro dimostrazioni ad un pubblico di deputati ignari e disattenti; ma per ottenere un risultato così consolante, si sarà scritta una relazione di più e si saranno persi almeno sei mesi di tempo. Oggi è la volta dei provvedimenti per il Mezzogiorno. Che monta che delle gravezze pesanti sulla agricoltura meridionale si sia oramai detto tanto che tutto è ormai risaputo? Il generale Dal Verme è d’avviso che ridurre del 30 per cento l’imposta fondiaria sia un metodo grossolano e sperequato di venire in aiuto dell’agricoltura meridionale; e crede che un catasto nuovo gioverebbe meglio all’uopo. Egli, peritissimo nella materia catastale, non trova difficoltà a dimostrare che una imposta perequata val meglio di una imposta vecchia e capricciosa, sia pure in questa maniera egli assicura soltanto 25 anni di studio ai suoi colleghi desiderosi di non far nulla e di acquistare una sapienza che oggi non hanno.

 

 

Che importa che da un trentennio si parli dell’usura meridionale come di un terribile flagello che dissangua le plebi lavoratrici? Il progetto Sonnino, che obbliga i proprietari a fare credito, con anticipazioni di sementi e di vitto, ai contadini, è giudicato espediente rozzo, contrario a non si sa quali principi di diritto: e si vorrebbe studiare qualcosa di meglio.

 

 

C’è un proverbio il quale dice: chi troppo studia matto diventa. Ma il proverbio deve essere sbagliato, se si vedono uomini astutissimi e parlamentari navigati dedicarsi improvvisamente a studi profondi per cavarsi dall’imbarazzo di far cosa sgradita a sé stessi, agli amici ed alle clientele elettorali. Chi studia non opera; e il non operare è condizione necessaria di vita per conservare attorno a sé maggioranze strabocchevoli, le quali hanno interessi collidenti ed aspirazioni contrarie.

 

 

Ma se i parlamentari amano chi promette di studiare ed assicura pel momento l’inazione, il paese guarda invece con favore manifesto a chi, avendo studiato per tempo, si era messo all’opera con concetti chiari e definiti.

 

 

Nel progetto pel Mezzogiorno dell’on. Sonnino vi erano dei punti criticabili – e noi stessi l’abbiamo indicati -; ma v’era altresì un complesso organico di provvedimenti utili. Oggi – che al banco del Governo non è più a difenderlo l’autore del progetto – sono sorti i temporeggiatori e gli interessati e vorrebbero ridurlo ad un moncone privo di efficacia profonda.

 

 

Il punto che è preso sovratutto di mira e che si vorrebbe rinviare ad ogni costo è quello del credito ai contadini. Orbene, noi riteniamo nostro dovere di insorgere contro questa tendenza che non esitiamo a dichiarare inquinata di ogni egoismo di classe, quale non avremmo immaginato osasse ancora manifestarsi di questi giorni al Parlamento italiano. Poche argomentazioni basteranno a dimostrare giusta la nostra severa condanna dei fautori di rinvii.

 

 

Le cause della depressa condizione delle terre meridionali sono oramai notissime. La larghissima discussione svoltasi su queste colonne l’autunno scorso, le ha poste ancora una volta in chiaro: cause telluriche, come la siccità e la difettosa precipitazione acquea, storiche, come la scarsa istruzione primaria, tributarie, come la gravezza delle imposte, politiche, come la mala amministrazione, legislative, per la uniformità di leggi generali non adatte al Mezzogiorno, internazionali per la chiusura degli sbocchi all’estero, ecc., ecc. Presumere di togliere tutte queste cause di male, non è possibile d’un tratto; ed è assurdo credere che un rimedio solo, come il leggendario frazionamento del latifondo, possa bastare a cambiar la faccia del Mezzogiorno da un giorno all’altro. È necessario invece creare a poco a poco un ambiente tale che le energie produttive possano svilupparsi e dare i loro frutti. Nella creazione di questo nuovo clima sociale il Governo non può tutto; ed avrà già fatto molto se sarà riuscito a non comprimere e ad eccitare gli sforzi individuali.

 

 

Praticamente uno dei mezzi più potenti che il Governo ha a sua disposizione per agire sullo sviluppo della ricchezza nazionale è l’imposta. Le imposte eccessive, mal congegnate opprimono chi lavora e tarpano le ali a chi vorrebbe progredire. Le imposte moderate e ben costrutte lasciano libero l’individuo nei suoi movimenti e permettono che la ricchezza si crei.

 

 

Nessuno può negare che il sistema tributario in tutta Italia, ma specialmente nel Mezzogiorno, sia opprimente e pernicioso alla prosperità pubblica. La imposta fondiaria, altissima, massime coi centesimi addizionali, toglie il respiro ai proprietari che non possono far calcolo sicuro sui prodotti, incertissimi a causa della siccità, e devono invece sicuramente pagare le imposte e gli interessi dei mutui ipotecari. Di qui le loro frequenti insolvenze, le vendite all’incanto, lo svilimento della terra, l’accumularsi di una enorme manomorta bancaria, l’impossibilità di trovar credito a buone condizioni. Chi, se non gli usurai, impresta denari ad un proprietario al quale, un anno su due, nulla avanza del prodotto della terra dopo aver pagato l’esattore e i vecchi creditori.

 

 

L’imposta sui fabbricati, cattiva dappertutto, è iniqua nel Mezzogiorno dove, contro lo spirito della legge, colpisce anche le abitazioni dei lavoratori rurali, che laggiù non vivono sparsi nelle campagne, ma concentrati nei grossi borghi. L’imposta di ricchezza mobile par fatta apposta per sorprendere al varco chi non si contenta di prestar denari ad usura per cambiali o di esercire professioni liberali; ma ardisce impiantar fabbriche od iniziar commerci.

 

 

A tutti questi mali il progetto pel Mezzogiorno non ripara intieramente; ma pure ne toglie le asprezze maggiori. Ai fabbricati dei lavoratori rurali l’on. Sonnino non aveva provveduto ed a torto. O perché gli oppositori, ora al Governo, non hanno posto riparo alla lacuna? Ma l’on. Sonnino aveva pensato a togliere le punte più acerbe dell’imposta di ricchezza mobile, sancendo l’esenzione decennale per le industrie nuove, che tanti buoni frutti comincia a dare per Napoli. Ma il progetto pel Mezzogiorno riduceva del 30 per cento l’imposta fondiaria, diminuendone quindi non poco l’asprezza complessiva. Certo, sarebbe stato meglio avere un nuovo catasto da applicare con equità; ma poiché il catasto nuovo non lo si può avere per un quarto di secolo, la riduzione del 30 per cento nel frattempo dovrà essere proclamata cosa inutile?

 

 

Inutile sarebbe, se fosse fine a sé stessa; se i proprietari si contentassero di tenere in tasca e di consumare improduttivamente le somme non più pagate a titolo d’imposta. Probabilmente è ciò che vogliono molti proprietari del Mezzogiorno ed è ciò che vogliono quei deputati che ora dimostrano tanta tenerezza per più maturi studi sul credito agrario. Ma è appunto ciò che non vogliamo noi; e che non vuole – ne siamo sicuri – la immensa maggioranza di coloro che sentono l’amore di patria. Se la riduzione del 30 per cento dovesse servire solo ad aumentare i redditi dei proprietari di terre, tanto varrebbe non farne nulla. Se lo Stato deve rinunciare ad una decina di milioni di lire all’anno di imposte, lo deve fare per un alto fine pubblico. Il progetto dell’on. Sonnino aveva indicato questo fine pubblico nella necessità di dare i mezzi ai proprietari fondiari per una buona coltivazione della terra. Dieci milioni all’anno sono per sé stessi poca cosa; ma possono produrre effetti notevoli se con quel maggiore reddito i proprietari possono ottenere credito dalle Banche, dai privati e dalle istituende Casse di credito agrario per un 150-200 milioni di lire in capitale; e se di questo credito essi faranno buon uso. Il Sonnino ha voluto costringerli a far buon uso della loro maggiore capacità di credito, costituendo i proprietari di terre quasi in banchieri dei contadini. La parte del progetto pel Mezzogiorno relativa ai contratti agrari, che ora si vorrebbe rinviare, in sostanza ha questa significazione. Oggi gli affittuari, i mezzadri, i coloni che conducono terre altrui si trovano in condizioni miserrime sia perché il prodotto della terra è piccolo, sia perché su 100 lire di valore della loro quota di raccolto, 20 o 30 od anche più vanno all’usuraio che ha loro imprestato le sementi, il grano per mangiare e qualche soldo per vivere sino alle messi. Se il contadino potesse ottenere le anticipazioni di cui ha assoluta necessità per vivere al 5 od al 6 per cento, le sue condizioni migliorerebbero assai.

 

 

Il capitolo sui patti agrari intende appunto a raggiungere questo scopo. Il proprietario, dovendo pagare il 30 per cento di meno d’imposta, potrà – sul nuovo suo margine di reddito – ottenere credito a buone condizioni dagli Istituti che la legge crea e da quelli che già esistono; e delle somme così ottenute una parte sarà obbligato per legge ad impiegarla in anticipazioni ad interesse normale ai piccoli affittuari, mezzadri e coloni dei suoi terreni. In quest’operazione – che oggi non può fare per difetto di capitale, o non vuol fare per difetto di solidarietà sociale o fa a scopo usuraio – il proprietario ha tutto da guadagnare, circondandosi di una classe affezionata, tranquilla, di contadini; e nulla da perdere: poiché delle sue anticipazioni egli si rimborserà sul prodotto sul quale gli è concesso uno speciale privilegio. Gli istituti di credito agrario non possono imprestare direttamente ai contadini, perché dovrebbero fare innumere piccole operazioni con poca garanzia, essendo il prodotto malsicuro e già soggetto a vincoli verso il proprietario. Faranno invece più volontieri prestiti al proprietario, costituito intermediario fra l’istituto ed i contadini.

 

 

Ecco a che cosa si riduce in sostanza la riforma contro la quale si scagliano tante accuse: a facilitare il credito agrario a coloro che ne hanno maggiormente bisogno, e che in altra maniera non potrebbero sperare di ottenerlo; accollandone l’onere ai proprietari, nel momento in cui lo Stato si spoglia a favore di questi del 30 per cento dell’imposta fondiaria.

 

 

Eppure vi sono dei proprietari, che, pur desiderando i milioni dell’imposta, non vogliono sentir parlare di corrispondenti doveri sociali verso le classi inferiori; e costoro trovano alla Camera dei deputati che se ne fanno i difensori. Non è questa forse politica di classe? E non è vergognoso che se ne facciano paladini coloro che hanno entusiasticamente votato a favore di un Ministero, il cui programma è tutto un inno – a parole – alle rivendicazioni delle classi lavoratrici?

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