Il dazio sul frumento

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 02/07/1898

Il dazio sul frumento

«La Stampa», 2 luglio 1898

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 81-84

 

 

La camera dei deputati, nella sua seduta del 25 giugno, ha approvato i decreti in forza dei quali la sospensione del dazio di 7,50 al quintale scade col 30 di giugno e solo continua fino al 15 di luglio la riduzione a 5 lire. Dopo ripiglierà vigore il dazio integrale di lire 7,50.

 

 

Il provvedimento è provvisorio e la camera dovrà tornarvi sopra per dare un assetto definitivo a tale parte del nostro sistema fiscale e protettivo. Importa perciò assai di rispondere ad una domanda: nelle attuali condizioni economiche d’Italia, è opportuno conservare il dazio sul grano ed in quale misura?

 

 

Alla domanda rispondiamo categoricamente: il dazio deve essere abolito integralmente, ma gradualmente.

 

 

La abolizione deve essere integrale. Gli ultimi dolorosi avvenimenti hanno dimostrato quanto incompatibile riesca ogni incremento artificioso del prezzo del pane, quando le condizioni naturali del mercato granario spingono i corsi all’insù, ed hanno dimostrato altresì come in tempi di carestia la sospensione dei dazi non valga a diminuire i prezzi del grano. In questi tempi infatti il sovrano padrone dei prezzi è il mercato, il quale eleva i prezzi di tanto quanto diminuiscono i dazi. Un fatto solo basta per spiegare le cose. Quando a Buenos Aires giunse la notizia che il nostro governo aveva ridotto il dazio di lire 2,50, subito i noli aumentarono di lire 1,50 al quintale ed il prezzo chiesto dai proprietari del grano crebbe di una lira; dimodoché la rinuncia di una cospicua entrata da parte del governo non giovò ai consumatori italiani, ma valse ad accrescere i profitti delle società di navigazione e delle grandi case esportatrici dell’Argentina.

 

 

L’esempio vale a condannare la scala mobile dei dazi che ora si vorrebbe proporre per giovare ai consumatori in tempi di prezzi alti col ribasso automatico dei dazi, e agli agricoltori in tempi di prezzi bassi col rialzo del dazio.

 

 

La scala mobile favorirebbe invece la speculazione, non porterebbe nessun vantaggio all’erario e frustrerebbe le speranze degli agricoltori e dei consumatori.

 

 

Ma, si dice, l’agricoltura nazionale ha bisogno del dazio, perché, senza questo, in tempi normali i grani esteri inonderebbero il mercato a 15 lire al quintale ed anche meno e renderebbero impossibile ai nostri produttori di sostenersi nella lotta per la concorrenza. I dazi servono a mettere in grado li agricoltori di perfezionare i loro metodi produttivi per poter produrre ad un costo tanto basso come i loro rivali americani o russi.

 

 

La esperienza passata prova che i dazi non hanno servito a nulla di tutto questo, che gli agricoltori sono rimasti in massa immobili, ed hanno visto solo nei dazi una comoda garanzia delle loro rendite. La superficie coltivata, che era nel 1870-74 di 4.737.000 ettari discese nel 1896-97 a 4.600.000 ettari. La produzione che era di circa 51 milioni nel primo periodo, si aggirò nel 1890 – 97 fra un massimo di ettolitri 51.180.000 nel 1896, ed un minimo di 30.400.000 ettolitri nel 1897. Il rendimento medio per ettaro discese così da ettolitri 10,75 ad ettolitri 9,56. La decadenza non solo relativa rispetto ad altre nazioni, ma assoluta rispetto al passato dell’Italia stessa, non potrebbe essere maggiore.

 

 

Il dazio sul frumento non fu nell’ultimo decennio di alcuno stimolo a procedere nelle vie della cultura intensiva. Eppure, anche se si diminuisse la superficie seminata a grano a 4 milioni di ettari, ma si facesse aumentare il rendimento medio per ettaro alla modestissima cifra di 15 ettolitri, raggiunta e superata nelle regioni meglio coltivate d’Italia, si potrebbe ottenere un prodotto totale di 60 milioni d’ettolitri, bastevole ad esentarci da ogni bisogno di importazione estera. E l’aumento nella produzione potrebbe conciliarsi con una diminuzione nel costo di produzione dell’unità di misura del grano, tale da metterci in grado di lottare contro il grano estero, anche se questo si offrisse a 15 lire per quintale nei porti di mare. Ce lo assicurano agronomi distinti come il Solari ed il Valenti, la cui testimonianza favorevole all’abolizione graduale del dazio sul grano deve essere tenuta in gran conto, in quanto proviene da persona che è segretario generale della società degli agricoltori italiani.

 

 

Ma per ottenere a costo di concorrenza il grano in quantità bastevole alla alimentazione italiana, è necessario che gli agricoltori non si addormentino all’ombra protettiva del dazio e si istruiscano invece nelle migliori pratiche agricole, nell’uso delle rotazioni razionali a base di leguminose e dei concimi chimici, che soli possono permettere di sostenere la concorrenza estera.

 

 

Si aggiunga che la enorme maggioranza degli agricoltori italiani non ha mai provato alcun beneficio dal dazio sul grano. Nei paesi di piccola e media proprietà, che coprono tanta parte del suolo d’Italia, i coltivatori non vendono il grano, ma lo consumano per usi familiari; anzi nelle annate di carestia devono comprare il grano a prezzi altissimi per poter giungere alla fine dell’anno. In molti comuni rurali non più del 5% dei proprietari vende grano ed è interessato a prezzi alti.

 

 

Quello che avviene nei singoli comuni avviene in media in tutta Italia. I beneficiari del dazio sul grano sono stati i grandi proprietari della pianura padana e delle regioni interne del mezzogiorno e della Sicilia.

 

 

Per fare a questi latifondisti (fra cui non si annoverano davvero gli agricoltori più progressivi ed intelligenti) il regalo di un notevole numero di milioni all’anno a guisa di rimborso delle imposte che tutti gli altri contribuenti (anche i piccoli e medi agricoltori) pagano, si è imposto un pesante tributo sui consumatori, il quale in ciò solo si differenzia dal macinato, che esso va a beneficio in piccola parte dell’erario, ed in massima parte di privati cittadini non certo meritevoli di compassione per ristrettezze finanziarie.

 

 

Siccome tutti gli interessi meritano tuttavia di venire presi in considerazione, così i grandi proprietari, a cui la legge finora ha garantito un prezzo alto del grano, possono ragionevolmente chiedere non sia d’un tratto distrutto l’edificio economico su cui essi si erano basati nei loro calcoli.

 

 

L’abolizione del dazio dovrebbe perciò essere graduale: entro un termine di cinque anni, ad esempio, od anche di dieci se fosse ritenuto opportuno, si dovrebbe ribassare il dazio odierno di 5 lire (si suppone fermo questo saggio e non riportato a 7,50), di una lira o di 50 centesimi all’anno. Gli agricoltori, avvertiti, provvedono nel frattempo a trasformare o ad intensificare le culture. Lo stato avrà anche il tempo necessario per riparare la falla aperta nel suo bilancio.

 

 

La riforma può essere l’inizio di una più ampia riforma tributaria e doganale. Le riduzioni di dazio non si potranno fermare lì. Troppe altre industrie vi sono che godono di una protezione che i più autorevoli economisti e statisti hanno riconosciuto doversi togliere e diminuire. Si tratta di un’opera coraggiosa di risanamento della nostra vita economica e del nostro sistema tributario.

 

 

Se quest’opera non viene iniziata a tempo, la tranquillità e la pace interna saranno, forse a non lunga scadenza, turbate più di quanto non sia avvenuto nei mesi scorsi.

 

 

È lecito sperare che nel parlamento italiano siano abbastanza numerosi gli uomini capaci di guardare al lontano futuro ed agli interessi non di una piccola classe di proprietari fondiari, ma di tutta l’economia nazionale.

 

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