Il dazio sul grano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/07/1925

Il dazio sul grano

«Corriere della Sera», 28 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 390-393

 

 

 

Il ristabilimento del dazio sui cereali fa parte di un piano complesso indirizzato all’aumento della produzione del frumento e degli altri cereali. Prima della guerra il consumo del frumento, compresa la quantità occorrente per le semine, toccava i 64 milioni di quintali e di questi un quarto era fornito dalla importazione dall’estero. Il dazio vigente in 7,50 lire-oro da circa un quarto di secolo non era riuscito a far variare sensibilmente questa proporzione, seppure essa non era nel frattempo, sebbene non si possa dire per colpa del dazio, peggiorata.

 

 

Le circostanze di guerra, la necessità di non ostacolare l’importazione di un alimento necessario fecero sospendere i dazi protettivi sui cereali. Il consumo crebbe in media da 64 milioni di quintali nel 1909-13 a 76 milioni nel 1921-24; e, tolte le quantità destinate alle semenze, da 58 a 70 milioni. L’importazione dall’estero che prima forniva un quarto di 58 milioni dopo contribuì con un terzo ai 70 milioni; poiché la produzione interna che prima batteva, comprese le semenze, sui 50 milioni era rimasta suppergiù stazionaria su questa cifra, o erasi innalzata solo a 54 milioni, se si include nella media l’abbondante raccolto del 1925.

 

 

Il ristabilimento del dazio sul frumento dovrebbe avere per iscopo di incoraggiare i produttori a coltivare meglio e con risultati più brillanti la preziosa derrata. Si dice che il prezzo medio non è sufficientemente remuneratore; ché, se oggi il quintale di frumento nostrano vale circa 160 lire e toccò nell’inverno scorso le 200 lire, nel luglio 1924 fu appena di 104 lire e nel novembre 1923 era caduto ad 87 lire. Nel 1913 il prezzo medio del nostrano era stato di 28 lire oro, equivalenti al cambio odierno dell’oro a circa 150 lire ed al rapporto della potenza d’acquisto della lira a circa 176 lire. Usavano gli agricoltori lamentarsi anche nei tempi antebellici del prezzo di lire-oro 28; ma chi tra essi ricordava i tempi maligni in cui il frumento americano era posto sulle banchine del porto di Genova a 12 lire il quintale, tra sé e sé concludeva che 28 lire erano un prezzo tollerabile.

 

 

Dunque, il ristabilimento del dazio avrebbe per iscopo di garantire ai produttori la conservazione del prezzo attuale di circa 160 lire, che è equivalente all’incirca – o si consideri il cambio sull’oro o la potenza d’acquisto della lira – al prezzo antebellico di lire 28. Se il fine immediato è la stabilità del prezzo attorno ad un livello remuneratore, fine mediato è lo stimolo agli agricoltori a produrre di più ed a sottrarre il paese al tributo dei 22 milioni di quintali importati in media dall’estero.

 

 

Quale è il costo della operazione? Evidentemente, il maggior prezzo pagato dai consumatori. Il prezzo del frumento nostrano, che finora era di lire 160 al quintale, perché esso subiva la concorrenza del frumento estero, libero di entrare nel regno franco di dazio, dovrà crescere perché il frumento estero dovrà d’or innanzi assolvere, entrando nel regno, il tributo di 7,50 lire oro, equivalenti, al cambio attuale, a circa 40 lire-carta per quintale. Se il frumento estero finora poteva essere posto sul carro-Genova a 170 lire per quintale, domani il costo crescerà a 170 + 40 ossia a 210 lire. Il frumento nostrano, pur tenendosi un po’ al disotto, tenderà a salire a 200 lire. In ogni caso, il prezzo interno in conseguenza del dazio tenderà ad essere 40 lire più alto di quanto sarebbe stato in assenza del dazio. Lo stato incasserà le 40 lire per i 22 milioni di quintali importati dall’estero; i proprietari di terre a grano incasseranno 40 lire di più per quintale per il grano da essi venduto. L’aumento, entro certi limiti, non si farà sentire invece per il frumento consumato dai proprietari medesimi.

 

 

Le 40 lire di maggior prezzo garantite per tal maniera ad ogni quintale di frumento nazionale venduto sono il prezzo pagato per ottenere un fine.

 

 

Il fine non è quello di estendere la cultura del frumento.

 

 

Se si considera, – osserva giustamente il Mortara nelle Prospettive economiche per il 1925, – che i seminativi occupano già una buona metà della superficie produttiva, che i boschi e le colture arboree ed arbustive specializzate ne occupano meno d’un quarto e meno d’un quarto ne occupano i prati naturali ed i pascoli, in buona parte situati in zone di montagna e d’alta collina non utilizzabili per la granicoltura, è facile concludere che una razionale ripartizione dei terreni produttivi condurrebbe a restringere, non ad ampliare la granicoltura.

 

 

La coltivazione cerealicola, può, sì, estendersi a terreni nuovi; ma occorre prima bonificare le paludi, dissodare brughiere, fabbricare la terra. Impresa altissima, che è gloria d’Italia l’avere intrapresa da secoli con successo ammirando; ma impresa che richiede tempo e mezzi che non hanno nulla a che fare con il dazio sul frumento.

 

 

Questo non può avere altro scopo fuorché: promuovere l’intensificazione delle culture cerealicole già esistenti. Nessuno può ipotecare l’avvenire; ma l’esperienza dei lunghi anni in cui il dazio sul grano fu in vigore dimostra che il dazio è un mezzo poco adatto e troppo costoso per raggiungere un siffatto risultato. È l’antica controversia se per far produrre di più una certa derrata o merce convenga meglio dare un premio o un dazio. Non discuto per il momento se convenga allo stato incoraggiare la produzione frumentaria. A me pare che, se lo stato deve incoraggiare ed astrazion fatta dai metodi di incoraggiamento proprii allo stato, bisognerebbe incoraggiare la cultura più redditizia, quella che produce massa maggiore di beni. Ed agli occhi miei il modo più efficace per incoraggiare le culture più redditizie è di abolire accuratamente ogni impedimento frapposto alla loro libera scelta da parte dei produttori.

 

 

Supponendo, cosa non provata, che la cultura frumentaria sia in generale la cultura più redditizia, è evidente che se lo stato vuole incoraggiarne direttamente e positivamente l’intensificazione, il metodo più efficace è il premio: premio a chi accresce la produzione del frumento per ettaro; a chi fa i lavori più profondi; a chi meglio usa concimi; a chi sceglie le varietà più pregiate e le seleziona e perfeziona; a chi adotta le rotazioni migliori. Dar premi non è cosa facile; ed il buon agricoltore trova il premio nel successo ottenuto, più che nei sussidi statali. Tuttavia, il premio va o dovrebbe andare a chi ha fatto, ha faticato, ha sacrificato.

 

 

Il dazio invece fa aumentare per tutti il prezzo di 40 lire al quintale. Per chi lo merita e per chi non lo merita; per il coltivatore che ne potrebbe fare a meno, perché il suo terreno è tale che il prezzo corrente, senza dazio, è remunerativo; e per colui a cui il dazio non giova, perché il suo terreno è tale che, prezzo alto o prezzo basso, non si può produrre in modo remunerativo.

 

 

In ogni industria e quindi anche nell’industria cerealicola esiste una scala di costi. V’ha chi produce frumento al costo di 100 lire al quintale, chi a 120, chi a 130, chi a 140, chi a 160, chi a 180, chi a 200. Lo stesso produttore, il quale produce frumento al costo di 120 lire per quintale, finché si limita a produrre 12 quintali per ettaro, se vuole spingere la produzione a 15 quintali dovrà produrre i 3 quintali supplementari a 160 lire. Se vuol andare a 20, i 5 quintali supplementari gli costeranno 200 lire l’uno. Se volesse forzare ancora la produzione con lavorazioni extra e con trapianti ecc., il costo unitario per le produzioni aggiuntive crescerebbe ancora. Un agricoltore pratico, diplomato, amante del progresso agricolo, a cui spiegavo i tentativi di trapianto del frumento ed i successi ottenuti in taluni luoghi, subito osservò: a che costo? dove troveremmo noi la mano d’opera? ogni quintale in più non ci costerebbe una somma eccessiva?

 

 

Il dazio che tende oggi a portare il prezzo del frumento da 160 a 200 lire; che domani, se il prezzo sul porto ribasserà a 120, tenderà a mantenere il prezzo interno a 160 lire; è dunque utilizzabile solo da coloro che producono frumento a costi alti. Per i produttori a costi bassi esso è industrialmente inutile ed economicamente ha per unico effetto l’aumento delle rendite fondiarie e dei prezzi delle terre. Concludendo, parmi che il ristabilimento del dazio sul frumento sia contraddittorio allo scopo che si propone la battaglia per il grano. Questa, promuovendo la selezione delle sementi, la cultura profonda, le rotazioni razionali, le semine a righe, la concimazione appropriata ha per iscopo di incoraggiare la produzione a bassi costi. Il dazio è utile ed incoraggia soltanto la produzione a costi alti. I mezzi consigliati dal comitato del grano agli agricoltori sono dunque economici; il dazio appare anti-economico. Esso è in contrasto con le sane norme agricole di cui il comitato si è fatto banditore, e che gli agricoltori farebbero assai bene ad adottare.

 

 

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