Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Il dazio sul grano

«Corriere della Sera», 11 dicembre 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 189-193

 

 

A trattare il tema del dazio sul grano consigliano le recenti dichiarazioni dell’on. Majorana, ministro delle finanze. Non si può certo dire che le dichiarazioni non siano state recise e chiare: «il governo non intende né abolire, né ridurre il dazio sui grani, perché esso è istrumento validissimo di bilancio ed efficace mezzo di compensazione delle gravezze che colpiscono la nostra agricoltura». Noi, che sin dalla state avevamo dimostrato essere necessario che il governo si pronunziasse subito favorevole o contrario alla riduzione, che anche recentemente ci siamo dichiarati contrari al sistema a scala mobile dell’on. Maggiorino Ferraris, non possiamo non essere lieti che il governo abbia manifestato chiaramente il suo pensiero. Forse ha aspettato troppo; ma è meglio sapere che il dazio non si ridurrà, anche se ciò è contrario alle nostre aspirazioni ed alla politica che ameremmo meglio fosse seguita. Niun dubbio infatti che la cosa peggiore di tutte – sia per quelli che vogliono ridotto il dazio, sia per quelli che lo vogliono conservato – è la incertezza; perché la incertezza favorisce soltanto gli speculatori, trattiene l’importazione di grano estero per la speranza che il dazio venga ribassato, favorisce un rialzo artificioso di prezzi all’interno e toglie persino che i ribassi di dazio possano tradursi in ribassi di prezzi. L’esperienza del 1898 a qualche cosa ha giovato; e bene operò il Majorana dichiarando recisamente il pensiero del governo e tarpando le ali alla speculazione, la quale dall’incertezza dei propositi del governo cominciava a trarre suo pro.

 

 

Detto questo, noi dobbiamo aggiungere che avremmo desiderato che l’on. Majorana avesse invece – altrettanto recisamente, come egli fece nel senso della conservazione del dazio – annunciata la sua prossima riduzione a rata fissa ad un limite inferiore all’attuale, per esempio a cinque lire, ed avesse avvertito gli agricoltori che, permettendolo il bilancio dello stato e con opportuni preavvisi, si sarebbero operate anche altre riduzioni graduali.

 

 

In questa sentenza ci inducono motivi svariati che male si potrebbero elencare tutti in un solo articolo. Ben sappiamo che la questione è grave sia sotto l’aspetto finanziario, sia sotto quello dell’economia nazionale. Dal punto di vista del tesoro noi comprendiamo tutta la riluttanza del governo a spogliarsi di un cespite di reddito, il quale fruttava 11 milioni nel 1885-86, 16 nel 1886-87, 33 nell’anno successivo e via via saliva a 40 nel 1899-900, a 74 nel 1900-901, a 69 nel 1901-902, a 93 nel 1902-903 ed a 65 nel 1903-904. Il dazio sul grano è disgraziatamente divenuto una colonna del bilancio dello stato; e noi comprendiamo come, in un periodo in cui da tante categorie di presenti e futuri impiegati dello stato si reclamano miglioramenti di carriera e già sin d’ora si accaparrano i frutti della futura conversione della rendita, sia ardua cosa rinunciare ad un dazio che in media oramai frutta ogni anno una sessantina di milioni di lire. Ed è perciò che noi abbiamo per ora limitati i nostri desideri ad una riduzione da 7,50 a 5 lire per quintale, ossia a quella parte di introiti dello stato che i ministri del tesoro di solito non tengono in conto nelle loro previsioni, le quali debbono basarsi sulle rendite sicure e non sugli aumenti saltuari possibilissimi a verificarsi in un cespite così capriccioso come il grano. Una riduzione a 5 lire al quintale provocherebbe la sostituzione di grano estero a quella parte del grano interno che ora è prodotta in condizioni più costose, ed, almeno per alcuni anni, manterrebbe il gettito del dazio a quel minimo che ora è contemplato nelle previsioni del tesoro. Non vogliamo con ciò accennare ad un programma di riforma tributaria completa e neppure ai rapporti che la riduzione del dazio sul grano può avere con la riduzione di altri dazi, per esempio, sul petrolio o sugli zuccheri. Abbiamo voluto dire soltanto che limitandola in via normale a 20 milioni di lire la perdita dello stato non ci sembrava impossibile a sopportarsi da un bilancio, il quale accusa ogni anno avanzi maggiori; e che fin d’ora non può fare preventivo assegnamento su tutto il gettito del dazio sul grano.

 

 

La possibilità per lo stato di sopportare la perdita non sarebbe motivo sufficiente a farci concludere a favore di una riduzione del dazio sul grano, se essa non fosse richiesta nell’interesse dell’economia nazionale. Noi non possiamo esporre tutti i motivi che ci inducono in questa sentenza. Vogliamo soltanto metterne oggi in chiaro uno che a noi pare di grande importanza e che di rado ci occorse di vedere esposto da coloro i quali dell’argomento si occuparono nella stampa italiana. Il dazio sul grano fu posto cioè in Italia, come negli altri paesi europei, nel decennio 1880-1890 quando sembrava che l’Europa dovesse rimanere sommersa sotto l’inondazione di grano americano, russo, argentino, indiano a buon mercato. Era una barriera contro il mare, contro le flotte colpevoli di trasportare il grano quasi per nulla che la vecchia Europa ergeva dintorno a sé. Ora le cose sono profondamente mutate. Non è più il timore dell’«inondazione» straniera che assilla l’uomo di stato e l’indagatore; è di quando in quando la domanda insolita se e fino a quando l’Europa sovrapopolata riuscirà a trarre dai paesi nuovi il grano di che ha bisogno; è talvolta, nel 1898, l’ansia febbrile di non giungere a tempo ad approvvigionarsi sul grande mercato internazionale; è il timore ricorrente nella state del 1904 di vedere ritornare gli alti prezzi del 1898. Tutto ciò prova che la condizione del mercato mondiale del grano è mutata. Anzi quelli che a noi paiono soltanto indizi di un mutamento profondo, sembrarono ad uno dei più illustri scienziati viventi, sir William Crookes, così gravi da fargli gittare un vero grido d’allarme. Nella sessione del 1899 dell’Associazione britannica per l’avanzamento delle scienze l’inventore del radiometro, l’indagatore acuto della materia raggiante preannunciava il momento in cui non più i bassi prezzi stimoleranno I’agricoltore a raddoppiare di attività, ma le carestie mondiali lo sforzeranno a rendere più produttiva la terra a lui data in retaggio. Ricordiamo brevemente le cifre che il Crookes adduceva e che si trovano riprodotte, confermate e corredate d’altri dati in un libro di rara dottrina del prof. Italo Giglioli[1], libro che il suo autore ha avuto il solo torto di fare troppo grosso perché sia accessibile a molti lettori. La popolazione che consuma frumento va crescendo di anno in anno. Non sono soltanto gli incrementi naturali di popolazione, ma sono nuovi strati di popolo prima adusati al consumo di cereali inferiori che ogni giorno vengono ad aumentare la già numerosa schiera dei mangiatori di pane.

 

 

Secondo i calcoli del Crookes costoro erano 371 milioni nel 1871, diventarono 416 nel 1881, 472 nel 1891 e 516 milioni e mezzo nel 1898. Non solo; ma cresce altresì il consumo individuale; del cento per cento negli ultimi 25 anni in Svezia e Norvegia, dell’80% in Austria – Ungheria, del 50% nel Belgio, del20% nella Francia. Rimane stazionario il consumo soltanto in Russia, in Turchia ed in pochi altri paesi arretrati. Sinora la produzione mondiale ha tenuto dietro all’incremento del consumo; siamo passati da una produzione di 560 milioni di ettolitri nel 1871 a 800 milioni circa nel 1887-91, ad 894 nel 1892-98 ed abbiamo visto persino nel 1903 (secondo il «Bulletin des Halles») una produzione di 1078 milioni di ettolitri. Ma continuerà l’incremento? Il Crookes ha calcolato che nel 1911 la popolazione frumentivora del mondo sarà di 603 milioni, nel 1921 di 674 milioni, nel 1931 di 746 e nel 1941 di 819 milioni di persone. Saranno necessari allora – anche supposto stazionario il consumo individuale – 1.343.500.000 ettolitri di grano per alimentare tutta questa popolazione. Li avremo noi? Il Crookes ne dubita assai.

 

 

Le terre fertili accessibili a buon prezzo e con bassi costi di trasporto vanno diventando sempre più rare. Negli Stati uniti, dall’est siamo passati al centro, dal centro al nord e poi al Canadà, via via spingendoci verso regioni più fredde. Nell’Argentina la colonizzazione dalle provincie mesopotamiche di Rosario e di Santa Fé si spinge verso le Ande e verso le Pampas. Grano ne avremo ancora in abbondanza: ma le nuove quantità di esso si avranno a costi cresciuti. Questa la sintesi del pensiero del Crookes, e del libro pensato del Giglioli, il quale non è soltanto un teorico, ma un agricoltore che ha impiantato a Suessola, nella Campania felice, forse il più bel podere sperimentale d’Italia ed è ora direttore della stazione agraria di Roma. Sono conclusioni queste che fanno pensare assai e su cui noi ameremmo si aprisse larga e feconda la discussione in Italia. Poiché, se la minaccia è vera, se la semi-carestia del 1898 e i timori del 1904 non sono fatti accidentali, ma indizi di una nuova tendenza permanente dei prezzi del grano al rialzo, è chiaro che bisogna ritornare su di noi, domandarci se giovi conservare un dazio messo in tempi di temuta imminente «inondazione» di grano estero e prepararci con un sapiente impiego dei nuovi metodi agrari a lottare per il ribasso dei costi di produzione del grano.

 

 



[1] Italo Giglioli, Malessere agrario ed alimentare in Italia, Portici 1903.

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