Il dazio sulle farine

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/12/1922

Il dazio sulle farine

«Corriere della Sera», 22 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 1005-1008

 

 

 

Il presidente dell’«associazione granaria» di Milano manda alla direzione una lettera di commento al mio articolo «Lo scandalo del dazio sulle farine» ed un comunicato di rettifica ai dati ufficiosi trasmessi da Roma ai giornali. Trascrivo nelle loro parti essenziali, e fondendoli insieme, i due documenti:

 

 

Lasciamo stare pel momento la questione se sia bene ridurre il dazio sulle farine da 11 lire-oro a lire-oro. Questa è cosa che riguarda il ministero delle finanze e, se mai, l’industria molitoria potrebbe dire solamente che, quando tutte le altre industrie sono protette, non sarebbe un delitto se anche essa fosse trattata al pari delle altre.

 

 

D’altra parte, è bene sia noto che i molini non hanno mai fatto richiesta di protezione di 11,50 lire-oro sulla farina, ma questo dazio vigeva fino dall’anteguerra. E nessuno mai si è accorto che questo dazio esisteva, perché l’importazione delle farine è sempre stata ed è pressoché nulla; e, ridotta come era alle poche qualità di gran lusso, proveniva dall’Ungheria e dagli Stati uniti ed era destinata ad usi particolari.

 

 

Dice il sen. Einaudi che l’orrore sta nel fatto che «mentre il dazio sul frumento rimaneva sospeso, ossia il frumento estero entrava senza pagare dazio, le farine estere pagavano tutte le 11,50 lire-oro di dazio: uguali da 45 a 48 lire-carta per quintale», ed aggiunge che tutti «i grandi molini importavano dall’estero il frumento senza pagare dazio, lo sfarinavano e poi, essendo sicuri che le farine estere non potevano servire da calmiere, perché, per entrare nel regno, avrebbero dovuto pagare da 45 a 48 lire-carta, aumentavano di altrettanto il prezzo delle farine proprie», e ne trae la conclusione che un bel mucchio di milioni i mulini devono averlo guadagnato.

 

 

Ma come si possono scrivere di queste enormità?

 

 

Anzitutto i molini dal 1915, epoca in cui venne abolito il dazio sul grano, fino all’agosto del 1921, hanno sempre lavorato per esclusivo conto del governo e dei consorzi granari.

 

 

Dall’agosto 1921 ad oggi i listini ufficiali delle camere di commercio del regno stanno ad indicare i prezzi dei frumenti esteri e nazionali ed i prezzi delle farine e degli altri derivati del frumento. Trovi il sen. Einaudi una sola volta, in un solo listino, e di conseguenza in un solo prezzo di farine, una differenza a favore dei prezzi di queste ultime. Ancora ieri, quindi in regime di scandalosa protezione, tutti potevano constatare la perfetta corrispondenza dei prezzi delle farine con quelli dei frumenti.

 

 

Tenuto calcolo delle spese di lavorazione e di finanziamento del grano, calcolate approssimativamente in 10 lire-carta per quintale, ammesso anche che si possano sempre ricavare dalla vendita delle farine e dei cascami i prezzi medi del listino, risulterebbe una media di utile di circa 2 lire al quintale sul grano.

 

 

Ora, dove sono le 45 o 48 lire al quintale o quella qualunque cifra approssimativa di lucro?

 

 

L’asserzione poi, contenuta nei dati telegrafati da Roma ai giornali, che l’importazione di 25.000 quintali di farina basta a frenare il monopolio dell’industria molitoria italiana, è ridicola.

 

 

Come potrebbero 25.000 quintali di farina regolare la produzione di 70 milioni di quintali di grano?

 

 

Se fosse così sarebbe facile al governo, con un piccolissimo sforzo, frenare gli appetiti dell’industria molitoria, se pur ci sono!

 

 

E da quale causa è determinato il fatto che i consumatori erano costretti a pagare il pane ad un prezzo non corrispondente a quello del grano? Bisognerebbe dimostrarlo!

 

 

Sugli effetti largamente benefici che si attendono dalla riduzione dei dazi sulle farine, abbiamo i nostri dubbi. L’unica importatrice potrebbe essere l’America (Stati uniti), la quale però dovrebbe in questi momenti attuare il «dumping» se vuole esportare. I prezzi dei suoi grani sono attualmente molto alti: da dollari 5,40 a dollari 5,70 al quintale cif Genova (pari a 115 lire circa franco Milano, e quindi superiore di circa 5 lire ai nostri prezzi) e il costo della macinazione viene calcolato molto più alto che da noi (dollari 2 al quintale).

 

 

Non sarebbe male che i rappresentanti degli interessi molitori imparassero a ragionar meglio.

 

 

Lasciamo stare l’innocenza dei mugnai rispetto al dazio sulle farine, alle 11,50 od alle 4 lire e simili. Essi si danno l’aria di non essersi mai accorti dell’esistenza del dazio, perché l’importazione delle farine è sempre stata, prima e dopo la guerra, insignificante. Ma sanno anche i paracarri che lo scopo dei dazi «protettivi» è appunto quello di rendere «pressoché nulla» l’importazione della derrata protetta dall’estero. L’osservazione dell’associazione granaria prova soltanto questo: che già il dazio di 11,50 lire meno 10 lire compensatrici di quello sul frumento, ossia il dazio di 1,50 lire era fortemente protettivo e rendeva antieconomica l’importazione delle farine. Arrivederci il dazio di 11,50 lire intieramente protettivo, senza il compenso di quello di 7,50 sul frumento! La conseguenza logica che l’on. De Stefani potrebbe ricavare dalle asserzioni dei mugnai sarebbe di affrettarsi a ridurre ulteriormente il dazio sulle farine a 2,50 lire-oro. E farebbe benissimo.

 

 

Quanto all’argomento che i mugnai non profittavano della scandalosa protezione loro accordata – la quale resta scandalosa anche se concessa per una svista od anche se per caso oggi praticamente efficace – il presidente dell’associazione granaria dimentica di dare la sola spiegazione possibile del fatto. Avevo già accennato anch’io alla possibilità che i mulini non potessero aumentare i prezzi interni di tutto l’ammontare del dazio. Ciò accade, in misura maggiore o minore, ogni qual volta è viva la concorrenza tra i produttori interni. E ciò dimostra, dal punto di vista del dazio, che bisogna affrettarsi ad abolirlo, perché:

 

 

  • la sua inutilità presente è chiarita dal fatto che i produttori interni concorrenti vivono senza utilizzare il dazio e, se non guadagnano oltre misura, godono dei lucri normali industriali;
  • il suo danno eventuale non è compensato da alcun vantaggio pubblico di dar vita ad un’industria nuova o simili. Il danno consiste in ciò che gli attuali concorrenti potrebbero in seguito mettersi d’accordo, riunendosi in sindacato o trust, per sfruttare in pieno la protezione doganale. Non è certo che in tempi passati, recenti o lontani, ciò non sia accaduto nell’industria molitoria e non è affatto certo che ciò non abbia ad accadere nuovamente in avvenire.

 

 

Quanto all’asserzione che dai listini dei prezzi del frumento e delle farine risulti una media di utile di 2 lire al quintale, mi si consenta di tornare a manifestare, per le farine, quello stesso dichiarato scetticismo che ogni calcolo di questo genere provoca. Esso è un calcolo di costi; e gli economisti hanno la cattiva abitudine di non credere nei calcoli di costi. I costi variano da caso a caso, da momento a momento. Perché fare il confronto tra prezzi del frumento e prezzi delle farine nello stesso momento? È probabile che i prezzi di acquisto del frumento e di vendita delle farine non coincidano affatto; ed è probabile che, se non fosse il dazio sulle farine, le variazioni dei due prezzi non sarebbero quello che sono. Per sapere qualcosa di preciso in merito, bisognerebbe e non basterebbe controllare i conti interni dei mulini; impresa impossibile e gigantesca. Sembra che le borse abbiano, rispetto ai guadagni fatti dai mulini, un’opinione diversa da quella del presidente dell’associazione granaria, poiché i valori molitori hanno recentemente subito aumenti cospicui, a grandi balzi. Se il dazio sulle farine non ha niente a che fare con tali aumenti, quale ne è stata la causa?

 

 

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