Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Il dazio sullo zucchero

«Corriere della Sera», 8 febbraio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 62-64

 

 

 

Il ristabilimento del dazio sullo zucchero può essere studiato da due punti di vista: del momento e dell’avvenire.

 

 

Quanto al momento presente, fu già detto che il dazio era stato sospeso perché la produzione era stata in passato scarsa ed occorreva incoraggiare l’importazione dall’estero, e cioè dalla Boemia. Ma quest’anno la produzione nazionale giunge a 3,8 milioni di quintali; ed essendosi già importati dalla Boemia, al 31 gennaio, 672.700 quintali, avevamo esuberanza di disponibilità in confronto ad un consumo calcolato in 3,2 milioni di quintali. Da forse due mesi le fabbriche nazionali non vendevano un quintale di zucchero, perché avevano fissato un prezzo, loco fabbrica, di 3,05 lire prima, e di 2,75 lire poi al chilogrammo, laddove i fabbricanti boemi consegnavano il loro prodotto a Trieste al prezzo di lire 2 ed ora, pare, di lire 1,90. S’intende che il consumatore paga molto di più, perché al prezzo in fabbrica bisogna aggiungere 4 lire di imposta di fabbricazione, 0,30 di dazio consumo e da 0,40 a 0,70 di spese di trasporto e guadagno dei grossisti e rivenditori.

 

 

I fabbricanti avrebbero, ciononostante, potuto vendere se si fossero decisi a ribassare anch’essi il prezzo a 2 lire loco fabbrica. Non vollero, perché affermano di perder troppo. È vero che pare sia stata in gran parte loro colpa se lo zucchero della presente campagna costò ad essi tanto di più che ai boemi, perché consentirono a pagare troppo care le barbabietole; ed è vero che le fabbriche più importanti avrebbero potuto sopportare la perdita, prelevando l’occorrente da fondi di riserva cospicui, accumulati negli anni scorsi e messi in rilievo dall’alto corso di borsa dei valori zuccherieri. Perdere danari, anche se questi sono guadagni passati, è tuttavia poco piacevole; ed i vecchi zuccherieri ebbero buon gioco a fare i sordi additando l’esempio dei nuovi impianti, i quali essendo sprovvisti di riserve avrebbero dovuto perdere in questa sola campagna una buona metà del capitale versato. Si gridò alla rovina dell’industria, e si reclamò un compromesso per cui lo zucchero boemo praticamente sarebbe escluso per mezzo del dazio protettore, gli zuccherieri nazionali avrebbero nuovamente il dominio del mercato nazionale e i consumatori sarebbero tutelati mercé un calmiere.

 

 

Sarebbe così salvata ancora una volta questa che afferma di essere una grande industria nazionale; e ciò risolverebbe con un ingente sacrificio dei consumatori a beneficio dei produttori, il punto di vista del momento. Oggi, infatti, non sono in discussione l’avvenire dell’industria e il lavoro assicurato ai 25.000 campagnuoli coltivatori di bietole. Le bietole furono già coltivate e raccolte l’anno scorso, lo zucchero è già in magazzino. Tutti gli interessati avevano già coltivato, lavorato, prodotto, ecc., ecc. sulla base della libertà di introduzione dello zucchero estero in franchigia. Avevano fatto il conto di poter seminare, coltivare, lavorare, raffinare su quella base. Poi si sono accorti di aver sbagliato. I bieticultori non perdono niente, perché hanno già incassato il prezzo pattuito, che era di tutta loro convenienza. Gli zuccherieri, invece, dovrebbero, appunto per aver pagate le barbabietole care, chiudere i loro bilanci in perdita. Hanno gridato per ottenere che il saldo sia fatto, d’autorità, dai contribuenti.

 

 

Naturalmente, la vita rincara. Altri ha precorso gli zuccherieri ed ha scaricato le proprie perdite sui contribuenti. Moltissimi non possono effettuare lo scarico e questi pagano per tutti.

 

 

Qui sorge il problema dell’avvenire. Quale ragione esiste perché i contribuenti italiani siano assoggettati, in proporzione al loro consumo di zucchero, ad una imposta annua da 200 a 300 milioni di lire? Quando si chiamano i contribuenti a pagare imposte, si sa il perché. Bisogna pagare l’esercito, la polizia, la magistratura, le scuole. Tutte spese necessarie, di altissima importanza nazionale.

 

 

Esiste qualche simigliante ragione nazionale per assoggettarci tutti ad un tributo allo scopo di consentire a taluno di fabbricare al costo di 3 una merce che vale 2 lire? Gli zuccherieri dicono di sì. Vedremo un’altra volta le loro ragioni. Qui si è voluto mettere ben bene in chiaro che, eventualmente, queste ragioni si riferiscono solo all’avvenire. Per l’anno in corso, essi avevano accettato di far senza l’aiuto del dazio. Poi si sono accorti di avere sbagliato; e reclamano ugualmente la protezione doganale. Non pare che le regole del gioco economico consentano siffatto cambiamento di posizione, e non possiamo credere ancora che il governo italiano voglia dar causa vinta agli zuccherieri sacrificando gravemente in momento di ascesa dei prezzi l’interesse dei consumatori.

 

 

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