Il decreto Villa sulla marina mercantile ed un equivoco tributario

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/10/1918

Il decreto Villa sulla marina mercantile ed un equivoco tributario

«Corriere della Sera», 29 ottobre 1918[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1959, pp. 725-730

 

 

Si è accesa sui giornali quotidiani, a proposito di un decreto cosidetto Villa del 18 agosto 1918, una vivace polemica intorno ai pericoli che quel decreto fa nascere per l’avvenire della marina mercantile. La polemica è irta di questioni minori ed ingarbugliate, su cui non intendo trattenermi. Né il punto principale è chiarissimo. Trattasi di uno di quei molti problemi che la cattiva politica monetaria di tutti i paesi belligeranti, ed anche del nostro, ha inacerbito oltre il suo segno naturale. Quella politica ha fatto sorgere ricchezze nuove, in gran parte immaginarie ed ha dato luogo a contese violente fra classi sociali, fra contribuenti e stato, contese le quali spesso conducono a soluzioni ingiuste e confiscatrici.

 

 

Tento di chiarire quella che si può chiamare la parte tributaria del problema cominciandone ad illustrare un altro: quello della soccida dei buoi nei contratti di mezzadria. Praticamente, il contratto di soccida è quello per cui il proprietario del fondo dà al mezzadro un paio di buoi, da mantenere coi prodotti del fondo e da usare per i lavori inerenti al fondo stesso. Al momento della vendita, se c’è lucro in confronto al prezzo d’acquisto, si divide fra proprietario e mezzadro. Anche le perdite spesso dovrebbero dividersi, ma per lo più si mettono a debito del mezzadro, il quale rimborserà in una futura occasione di lucro. Il contratto appare equo, ed effettivamente è, se si bada al vantaggio di stimolare il contadino ad aver cura del bestiame, sicché questo non deperisca, anzi si ingrassi. Esso si riduce in sostanza ad una divisione del maggior prezzo dovuto all’ingrasso. Ad ogni cambiamento di bovini nella stalla, proprietario e contadino dividono il lucro dell’ingrassamento e, tornando a ricomprare buoi giovani e magri, sperano di ripetere la buona operazione.

 

 

Che cosa è successo durante la guerra, in seguito al fenomenale rialzo dei prezzi dei buoi? La parziale espropriazione dei proprietari a vantaggio dei mezzadri; sicché i primi stanno inferocendosi ed i secondi cercano di svignarsela coll’inopinato gruzzolo. Suppongasi infatti che in illo tempore, nel 1914, un paio di buoi giovani e magri fosse stato acquistato per 1.000 lire. I buoi ingrassano e crescono d’età e sarebbero stati venduti per 1.400 lire; ma il rialzo di prezzi fa realizzare 2.000 lire. Padrone e contadino, lieti, si spartiscono l’utile: 500 lire a testa. Ma il padrone rimane con 1.500 lire (compreso l’utile); ed è molto se con queste può comprare tredici quindicesimi di un paio di buoi giovani e magri. Il resto, 200 lire, li deve rimettere di tasca sua, per comprare il paio completo a 1.700 lire. La volta successiva, l’affare è ancora migliore, per il mezzadro. Il paio di buoi si vende a 3.000 lire, con un lucro di 1.300 lire sul prezzo d’acquisto. Il mezzadro incassa 650 lire ed il proprietario rimane con 2.350 lire, compreso l’utile. Se vuole acquistare il solito paio, ora che i buoi giovani e magri sono saliti di prezzo più dei grassi, deve spendere 2.600 lire. Altre 250 lire investite. La volta successiva il prezzo di vendita è di 5.000 lire. Il lucro, di 2.400, fa guadagnare al mezzadro 1.200 lire, mentre il proprietario rimane con 3.800 lire. Se vuole acquistare il solito paio giovane, il proprietario deve rimettere 700 lire. Fermiamoci qui; ché se si andasse avanti si arriverebbe a cifre sbalorditive. Il sugo della faccenda è che il mezzadro, a diverse riprese, ha intascato 2.350 lire di lucro effettivo, ed il proprietario ha speso 1.150 lire e si trova col paio di buoi di prima. Valgono, è vero, in inventario 4.500 lire; ma v’è ogni probabilità che dopo qualche anno ribassino. Da chi si farà rimborsare la perdita? Il mezzadro se la sarà svignata, col gruzzolo in tasca cambiando podere e rendendosi nullatenente. Nel migliore e quasi impossibile dei casi, si tratterà di un rimborso parziale. Buon per lui che all’agente delle imposte non può venir in mente di tassarlo sui sovraprofitti di guerra, ché i proprietari sono esenti. Altrimenti, gli toccherebbe danno doppio: perdere capitali e pagare imposta su fantasticati guadagni.

 

 

Alla marina mercantile sta succedendo qualcosa di simile a quanto capita per i buoi nei contratti di soccida. Al posto del proprietario di terreni mettiamo l’armatore di navi ed al posto del mezzadro lo stato. In uno dei punti più controversi – ve ne sono molti; ma è impossibile occuparsi di tutti in un articolo – il sistema del decreto Villa pare sia questo: lo stato, che noleggia una nave, deve pagare il premio di assicurazione contro i rischi di guerra. E fin qui va bene. Chi usa una nave a proprio vantaggio, deve pagare le spese di esercizio; e fra queste v’ha il premio di assicurazione. Ma quando la nave va a fondo, l’indennità è divisa in due parti: il rimborso del prezzo di costo ed il maggior valore della nave al momento della perdita. La nave costava all’armatore 1 milione di lire ed era invece stata assicurata per 2 milioni di lire, perché tale era il suo valore corrente, in seguito all’aumento del prezzo delle navi? Della indennità di 2 milioni pagata dall’istituto di assicurazione, una metà, 1 milione di lire, è pagata all’armatore, come rimborso della sua spesa; l’altra metà, considerata come lucro, 1 milione di lire, va allo stato, il quale, bontà sua, le anticiperà a condizioni di favore, all’armatore affinché possa acquistare o far costruire una nuova nave intiera.

 

 

La cosa pare equa, ma in effetto conduce dritto dritto all’espropriazione, senza indennità, degli armatori di navi. Già ora l’armatore possiede solo la proprietà di mezza nave. Se messa in mare, questa, del costo di 2 milioni di lire, gravata di un’ipoteca navale a favore dello stato di 1 milione di lire, torna a perdersi, per fatto di guerra, quando il suo valore corrente è divenuto di 3 milioni di lire – faccio un esempio teorico, ma in passato gli aumenti furono ancor più fenomenali – lo stato rimborsa al proprietario 2 milioni di lire di costo e si tiene per sé 1 milione di lire, anticipandole nuovamente all’armatore. Questi fa costruire la terza nave, spendendo 3 milioni di lire. Supponiamo che a questo punto la guerra finisca e si sia alla fine del periodo di intensi trasporti immediatamente successivi. L’armatore ha una nave, che gli costò 3 milioni e su cui egli deve allo stato 2 milioni di lire. In apparenza, egli ha sempre il vecchio milione che aveva investito. In realtà, egli ha una nave, che, quando entreranno in servizio civile i milioni di tonnellate ora adibiti a servizio militare ed i milioni che i cantieri del nord America e dell’Inghilterra si stanno costruendo, andrà giù di prezzo a rotta di collo. Basterà che la nave ribassi da 3 a 2 milioni, cosa facilissima, perché l’armatore sia ridotto al verde: 2 milioni all’attivo e 2 milioni di debito verso lo stato al passivo. Se la nave andrà più giù, l’armatore deve fallire e lo stato potrà portargli via, oltreché la nave, anche il resto del suo patrimonio.

 

 

Oggi, nelle campagne a mezzadria, i contadini non vorrebbero far altro che comprare e vendere buoi, e fanno ogni sorta di angheria ai buoi stessi, per persuadere i proprietari del pericolo di tenerli. I proprietari, dal canto loro, vedono con terrore avvicinarsi l’epoca della vendita. In mare, in regime di decreto Villa, ogni siluramento sarà una manna provvidenziale per lo stato ed una confisca per gli armatori.

 

 

È evidente che lì sotto c’è un equivoco fondamentale. L’equivoco sta nel fare un fascio di due cose ben diverse: il sovraprezzo della nave vecchia o perduta in confronto al prezzo d’acquisto ed il guadagno derivante dall’esercizio dell’industria dell’armamento. In un primo momento si era esagerato a danno dello stato, esentando, in date condizioni, dall’imposta sui sovraprofitti, il sovraprezzo e il lucro d’esercizio. Questo era un errore, a cui il decreto Villa solo parzialmente ripara, perché il lucro d’esercizio era un vero lucro e non si vede la ragione di esentarlo solo perché gli armatori lo reimpiegavano nell’acquisto di navi. A tale stregua, perché non esentare il lucro di qualsiasi altra industria, se reinvestito in nuovi impianti di quella industria? Non dico che queste esenzioni siano sbagliate, ché anzi corrispondono a concetti da me difesi ripetutamente. Sono in contraddizione con lo spirito delle leggi vigenti in Italia e sono ingiuste, perché limitate ad una classe di persone.

 

 

Da questo errore, dannosissimo all’erario, oggi si passa, in un dato caso, quella delle perdite per fatto di guerra, all’altro opposto: si considera come lucro il sovraprezzo di vendita sul prezzo d’acquisto. Lucro vi sarebbe, se l’armatore o l’industriale, in genere, venduta la nave, che gli costava 1 milione, per 2 milioni, tenesse il ricavo in serbo o lo investisse in buoni del tesoro ed aspettasse a ricomprare la nave quando essa sarà nuovamente ribassata ad 1 milione. Ma se egli reinveste i 2 milioni in una nuova nave, lucro non c’è od almeno è un lucro potenziale che potrebbe trasformarsi in una perdita effettiva, se attendesse a rivendere la nave quando valesse solo, ad esempio, 300.000 lire.

 

 

Purtroppo, errori fondamentali e distruttivi cosifatti minano lo spirito d’intrapresa e vanno moltiplicandosi. Le nostre leggi d’imposta soffrono del vizio di considerare ogni anno a sé stante, senza alcuna concatenazione con quelli precedenti e successivi; sicché i contribuenti pagano imposta anche quando in realtà, in una media d’anni, perdono capitale. Ma i recenti aumenti di prezzi han dato alla testa a contribuenti ed a stato. I contribuenti, quando vedono crescere di valore il terreno che posseggono da 1.000 a 2.000 lire l’ettaro, o l’azione da 100 a 200 lire, immaginano d’essere diventati sul serio più ricchi, mentre hanno lo stesso terreno o la stessa azione di prima, espressi in un numero maggiore di unità di moneta di prima, ognuna delle quali ha una potenza d’acquisto assai diminuita. Lo stato, d’altro canto, eccitato da chi farnetica di vedere dappertutto arricchimenti, oggi tende ad espropriare gli armatori di navi, domani esproprierà i possessori di azioni o di terreni, spogliandoli di parte del capitale che possedevano anteriormente.

 

 

La conclusione è: bisogna farla finita con decreti luogotenenziali male studiati, rivolti solo a procacciare popolarità, obbedienti al grido impulsivo della piazza. Il ministero delle finanze deve impedire in modo assoluto che qualsiasi altro ministero improvvisi imposte senza capo né coda, contradittorie ai principii di ogni sano ordinamento tributario. E deve finirla, anch’esso, una volta per sempre, di creare nuove imposte persecutorie. Vedo oggi i giornali parlare di due nuove imposte sui foglietti bollati dei contratti di borsa e sugli speculatori. Spropositi e divagazioni. Gli speculatori non sono forse contribuenti mobiliari e non possono essere forse colpiti dalle imposte esistenti sulla ricchezza mobile e sui sovraprofitti di guerra? Che bisogno v’è di creare un nuovo tributo «di fama pubblica» che vada a fare il paio con quelli speciali ed ingiustificabili sugli amministratori e gerenti di società, sui canoni enfiteutici, ecc. ecc. ? E non fu forse una riforma sana, utile all’erario ed alla fede pubblica, la riduzione di prezzo dei foglietti bollati, che li popolarizzò e li impose, sinché oggi tutti se ne servono? Altre sono le vie per procacciare redditi allo stato. Bisogna cercare imposte che siano generali, che obbediscano a criteri di giustizia per tutti, che non perseguitino a casaccio ma distribuiscano con equità il peso tributario su quelli che possono pagare. Nei paesi dove si ragiona sensatamente, le persone di buon senso, gli specialisti ed i governi concentrano la loro attenzione su tre strumenti fiscali: 1) imposta progressiva sul reddito; 2) imposta sul patrimonio, per lo più concepita in modo straordinario, una volta tanto; 3) imposta sui consumi cosidetti di lusso. Bisognerebbe anche da noi finirla una buona volta di farneticare utili giganteschi da colossali monopoli e di andare alla caccia di arricchimenti, incrementi di valore, speculazioni e simili bazzecole. Troppo si è tardato a tessere la rete che possa colpire tutti, in proporzione al reddito ed a ricchezza. Il ritardo ci trova impreparati a risolvere i formidabili problemi del domani.

 

 



[1] Con il titolo Il decreto Villa sulla marina mercantile. Un equivoco fondamentale tributario. [ndr]

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