Il delirio del comando e la corsa alla rovina (a proposito del fenomeno Giuffrida)

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/12/1919

Il delirio del comando e la corsa alla rovina (a proposito del fenomeno Giuffrida)

«Corriere della Sera», 26 dicembre 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 532-540

 

 

 

Il discorso pronunciato alla camera dall’on. Giuffrida ha procurato a lui un grande successo, mettendo ancor più in evidenza la figura di uno fra i pochissimi i quali durante la guerra furono i veri dirigenti della economia italiana. Forte, lavoratore instancabile, dotato di una volontà di ferro e di una sicurezza assoluta in se stesso, il Giuffrida percorse rapidamente tutti i gradi della carriera amministrativa, fino a quelli supremi. E fra i due o tre funzionari italiani che si sentono ricordare da ministri e da uomini politici con ammirazione. Ed hanno ragione. Abituati a vedere direttori generali schivi di ogni responsabilità, trincerati dietro il precedente, il parere del competente consiglio superiore, l’ordine scritto del governo, essi hanno soggiaciuto al fascino di questo giovane che pare non dorma mai, che è sempre pronto ad assumersi qualsiasi compito e che mentre gli altri dicono: vedremo, studieremo, invocheremo il parere, sottoporremo a sua eccellenza, dice: faccio io, assumo io la responsabilità, non importa sentire il consiglio, la giunta, il ministro.

 

 

Scrivo così di lui, non per conoscenza diretta, ma per notizie sull’opera sua raccolte da fonti le più svariate. Il ritratto spiega il dolore che io sento nel vedere qualità così rare in un servitore dello stato messe al servizio di una causa così cattiva. Poiché se il Giuffrida sarà messo un giorno in grado di attuare le sue idee farà più male all’Italia di una centuria intiera di deputati socialisti. Tra le rapine, i saccheggi, le distruzioni bolsceviste, ed il collettivismo di stato di Giuffrida, questo è certamente il male minore. Ma è pur sempre un male grandissimo, una preparazione al male peggiore, una causa di distruzione di maggior quantità di ricchezza di quanta gli italiani faticosamente abbiano accumulato in sessant’anni di unità nazionale. L’on. Giuffrida non è, purtroppo, solo. Egli è forse il rappresentante tipico, il più forte e più volitivo di tutta una falange di funzionari venuti su dalla guerra, che durante la guerra per necessità di circostanze, per debolezza di uomini di governo, per il plauso delle masse esasperate dal rialzo nel costo della vita, fermamente credettero di avere salvato il paese, di aver essi fatto tutto, di avere frenato la speculazione, di avere tenuto a freno i prezzi, destinati altrimenti a salire ancor più su di quanto non siano saliti. Giuffrida è capace di dire sul serio, in piena buona fede: io salvai l’Italia dalla fame, io impedii che i cambi salissero al 400 od al 500 per cento. Senza di me i pescicani, invece di 10 o 20, avrebbero lucrato 40 o 50 miliardi di lire. Una vera intossicazione si è prodotta nel cervello di costoro che in guerra dominarono, legiferarono, ordinarono, tesserarono, distribuirono a lor talento merci, noli, cambi, ricchezze. Essi sono convinti che, senza la loro opera, l’Italia è destinata alla rovina, al disordine. Essi soli si ritengono capaci di indicare che cosa si deve produrre, come e dove si deve produrre, quali debbono essere i costi ed i prezzi, quali gli organi della distribuzione. Nella Russia di Lenin esiste un grande commissariato dell’economia nazionale, il quale ha ingoiato i miliardi a centinaia e li ha restituiti ad unità. Giuffrida sogna il ministero della produzione, di cui egli sarà il capo e che regolerà tutta l’economia del paese.

 

 

Le nozioni che costoro hanno di cose economiche sono piuttosto crude, intieramente empiriche. Leggendo i loro discorsi ci si accorge di trovarsi di fronte alla mentalità irreparabilmente guasta di chi ha lavorato per anni ad uno scopo, ha ottenuto successo e vede tutto il mondo dal punto di vista della sua impresa. Ad un industriale venuto su in una industria protetta è impossibile far entrare nella testa l’idea che il suo interesse forse può essere contrario all’interesse generale. Si offende, quasi gli si desse del rapinatore, mentre egli sa di avere lavorato accanitamente, prodotto ricchezze, dato lavoro ad operai, fatto sorgere un’industria. È prematuro dire quali ricchezze abbiano prodotto i dittatori dell’economia italiana in guerra.

 

 

È probabile che i loro esperimenti bellici siano costati al paese centinaia di milioni, forse miliardi di lire; ed è impossibile dire se i loro errori siano stati a sufficienza riparati da qualche avveduta operazione. Non abbiamo modo di saper nulla al riguardo, perché i conti degli approvvigionamenti governativi e dell’istituto dei cambi rimangono sepolti nel buio più oscuro. Nessun impiegato, neppure il più ardimentoso, paga di propria tasca le conseguenze dei suoi errori; nessuno è remunerato con una percentuale sui benefici netti arrecati all’erario.

 

 

Certa cosa è che il dominio di questi dittatori agli approvvigionamenti, ai viveri, ai cambi, era divenuto insopportabile; e che i successi più strepitosi da essi conseguiti consistevano in un meno peggio in confronto ai danni maggiori che gente più incompetente di loro aveva procacciato allo stato ed alla collettività . L’opinione pubblica unanime reclamava la loro eliminazione ed il ritorno alle condizioni antiche di concorrenza. Tuttavia, colla sicurezza di parlare a chi, afflitto da mali presenti, dimentica i peggiori mali passati e non vede le prospettive di disastri futuri, i capi dei servizi da abolirsi profittano della ventata di collettivismo entrata alla camera con le elezioni generali per proclamarsi i soli capaci di salvare la produzione e di avviare il paese a nuove forme di organizzazione sociale.

 

 

Io non vedo i salvatori del paese in chi rimastica errori vecchissimi. Il cavallo di battaglia dell’on. Giuffrida è l’istituto dei cambi. Finché lo stato tenne il monopolio dei cambi, egli afferma, questi rimasero bassi. Appena il monopolio fu abolito, rialzarono vertiginosamente; il dollaro passò da 6/7 lire a 13/14 lire; e le altre divise crebbero in corrispondenza. Dunque la causa del rialzo fu la libertà delle contrattazioni, fu il disfrenarsi della speculazione. Ripristiniamo il monopolio dei cambi, mandiamo in galera gli speculatori ed i cambi ribasseranno.

 

 

Ragionamenti sbagliati, che l’esperienza antica ha dimostrato erronei da secoli, che l’esperienza nuova ha ridimostrato erronei negli ultimi anni, ma che procacciano applausi scroscianti dalle assemblee politiche, le quali amano partire ogni altro giorno in guerra contro gli speculatori e gli accaparratori. Quando mai si riuscirà a far penetrare nella testa d’uno statolatra che allo speculatore è indifferente speculare all’insù od all’ingiù, pur di guadagnare? E che lo speculatore ha interesse, per non andare in rovina, di speculare nel senso in cui i prezzi tendono naturalmente a muoversi? Se uno speculatore vendesse al ribasso franchi svizzeri o dollari correrebbe gravi rischi, almeno finché al governo di quei paesi c’è gente ben decisa a non dar di mano al torchio della carta. Difatti nessuno si attenta al gioco. Il gioco si tenta e riesce là dove si emette carta-moneta a miliardi, là dove la gente si ostina a mangiare e consumare ed importare dall’estero più che non si produca e si esporti; là dove appena un traffico di esportazione si avvia, subito giornali e politicanti urlano all’affamamento del consumatore nazionale; là dove si vogliono tenere artificiosamente i prezzi bassi e quindi si spinge a dare ai maiali il pane e la farina invece del granoturco e della crusca; là dove insomma continua la politica collettivistica ed accentratrice.

 

 

I cambi erano rimasti bassi fino al principio del 1919 e rialzarono dopo? E sia; ma i prezzi delle merci all’interno in moneta italiana di carta erano altresì bassi in confronto ai prezzi esteri? Che cosa importa ai consumatori italiani che l’aggio sia solo del 20%, quando essi pagano le merci a prezzi accresciuti del 50 e del 100% in confronto ai prezzi esteri? Il cambio basso, quando i prezzi interni sono alti, vuol dire solo che ci sono alcuni fortunati i quali ottengono le materie prime estere a buon mercato e rivendono i prodotti finiti a caro prezzo all’interno. Il prezzo interno delle merci non varia in ragione dell’altezza dei cambi, ma della quantità di moneta che i consumatori nazionali offrono per aver la merce. E quando la moneta è abbondante, non c’è forza che possa impedire a chi l’ha di spenderla. La politica dei cambi tenuti artificiosamente bassi da un istituto dei cambi ha per unico effetto di far dipendere la vita delle industrie e delle imprese dalla benevolenza dei funzionari distributori dei cambi. Se i milioni di cambi da distribuire sono 1.000 e se ne richiedono 4.000 si possono usare due metodi per ristabilire l’equilibrio: o lasciar salire i cambi quanto basta per ridurre la domanda a 1.000, ovvero tenere i cambi bassi, scegliendo a sorte o per favore coloro fra i richiedenti i 4.000 milioni a cui i 1.000 devono essere dati. Preferisco nettamente il primo sistema. Otterranno con esso i cambi coloro che avranno convenienza a pagarli più cari, ossia coloro che hanno le migliori industrie, quelle più redditizie, quelle che sono in grado di pagare più care le materie prime e più alti i salari. Il secondo metodo è disastroso, antieconomico; favorisce i 1.000 che sanno intrigar di più ai ministeri, rivestire di bei colori di interesse nazionale il proprio interesse privato. Ciò quando i funzionari sono onesti. Quando i dispensatori dei cambi sono disonesti, il secondo sistema favorisce coloro che sanno corrompere. La disonestà è fortunatamente rara; ma i suoi effetti deleteri sono centuplicati dal sospetto, dal timore della responsabilità , dalla vendita di fumo. Il primo metodo favorisce la speculazione sana, ardimentosa, progressiva, coincidente coll’interesse generale; il secondo nutre la speculazione torbida di avvocati e mediatori pratici dei corridoi ministeriali, la speculazione abietta e corruttrice di chi vive a danno della collettività. L’on. Giuffrida ama parlar male della speculazione; ma si dimentica di aggiungere che mai nella storia economica italiana crebbe tanto la genia dei mediatori e degli speculatori di basso conio come quando lo stato volle ingerirsi in faccende non sue.

 

 

Oggi, come all’epoca degli scandali bancari, della crisi edilizia, e della regia cointeressata, il grande allevatore della speculazione malsana fu lo stato, fu l’ingerenza dei politicanti e dei funzionari. Questa è speculazione dannosa sul serio, perché pagata dai contribuenti. L’altra speculazione, quella libera, se riesce, torna vantaggiosa alla collettività; se fallisce, manda in rovina sovratutto gli speculatori.

 

 

Il rialzo dei cambi è un guaio grosso; ma bisogna aggiungere che finché non si sradica la causa del male, che è l’eccesso della moneta cartacea circolante, è meglio che il cambio salga sino al suo livello naturale, anche se questo dovesse essere altissimo.

 

 

È meglio per ragioni politiche. Il rialzo del cambio è una campana d’allarme, che spinge governo, uomini politici e paese ad arrestarsi sulla sdrucciolevole china della stampa dei biglietti che li condurrebbe al precipizio.

 

 

È meglio per ragioni economiche. Il rialzo del cambio frena le importazioni, che diventano troppo care, e promuove le esportazioni, per cui si possono ottenere prezzi in oro remuneratori. Voler mantenere i cambi bassi quando la carta-moneta è sovrabbondante è un delitto contro il paese, delitto aggiunto a quello di non far nulla per ridurre la circolazione cartacea. È un delitto, perché artificialmente tiene bassi i prezzi della merce estera e quindi spinge ad importazioni e consumi disordinati; è un delitto, perché distrugge o sminuisce grandemente la convenienza di esportare all’estero per acquistare, coi dollari, con le sterline, coi franchi ricevuti in cambio delle merci esportate, molte lire italiane. Coi cambi bassi gli esportatori ottengono poche lire italiane e, data la difficoltà di reggere alla concorrenza sui mercati esteri, preferiscono di vendere all’interno. E così, per una seconda via, i consumi interni crescono ed il baratro tra importazioni ed esportazioni cresce.

 

 

Grazie anche ai cambi alti e crescenti, le importazioni, le quali erano di 1 miliardo e 304 milioni al mese in media nel primo trimestre del 1919, diminuivano a 1 miliardo e 164 milioni nel trimestre luglio-settembre, ultimo di quelli per cui si posseggono dati; mentre le esportazioni crebbero da 264 a 464 milioni di lire; sicché il disavanzo commerciale si ridusse da 1 miliardo e 40 milioni a 700 milioni di lire in media al mese. Cifra tuttora formidabile; la quale però va scemando naturalmente, sicché si può sperare di ritornare più o meno presto all’equilibrio.

 

 

Vogliamo noi rimettere in piedi il monopolio dei cambi e crescere lo sbilancio dei pagamenti esteri, che è , non dico la seconda causa, ma il secondo aspetto, insieme con l’abbondanza cartacea, del rialzo del cambio? Anche se lo volessimo, non potremmo, perché nessuno stato estero, nessun banchiere consentirebbe ad aprir crediti di miliardi ad un paese il quale si ostinasse in una politica economica fatalmente destinata a crescere la differenza fra importazioni ed esportazioni, a provocare indebitamenti senza speranza di rimborsi.

 

 

L’on. Giuffrida sa che la sua politica è destinata a frangersi contro la chiusura dei mercati esteri, contro la serrata dei crediti stranieri; epperciò dirige i suoi strali contro il capitalismo nordamericano e britannico e vuole dal governo l’impossibile: persuadere gli stranieri a fare il danno proprio ed il danno degli italiani. Egli trova applausi tra i socialisti ufficiali e tra la gente leggera, la quale immagina stoltamente di poter sostituire agli scambi con il mondo occidentale, con gli alleati e con la Germania, gli scambi con il mondo orientale, con gli stati sorti dal disfacimento austro-ungherese e da quello russo. Noi dovremmo essere, proprio noi, i meno forti economicamente, gli antesignani della riscossa dei popoli vinti e poveri contro le egemonie tiranniche anglo-sassoni.

 

 

Qui bisogna parlar chiaro e rude. Questa dei popoli poveri e ricchi, sfruttati ed egemoni è una chiacchiera senza senso, in cui indulsero scioccamente nazionalisti dell’avanti guerra ed indulgono oggi neutralisti rabbiosi e socialisti ansiosi di aiutare la Russia comunista, mandando in rovina l’Italia. Qual commercio si può fare con paesi rovinati, la cui produzione è spaventevolmente ridotta, i quali posseggono forse materie prime in potenza, ma, per non possedere capitali, uomini ed organizzazioni, è come le avessero nel mondo della luna o nel centro della terra, paesi a cui per risorgere occorreranno decine d’anni? Vogliamo noi aspettare a mangiare quando, fra anni, il grano russo tornerà a partire da Odessa? Val più, dal punto di vista della capacità d’acquisto dei nostri prodotti, un sol distretto manufatturiero degli Stati uniti o dell’Inghilterra, che tutto l’ex impero russo. La convenienza di vendere e di esportare e di comprare non si misura a chilometri quadri ma in funzione della civiltà, dell’ordine, del lavoro fecondo.

 

 

Le nostre esportazioni crebbero da 243,2 milioni di lire al mese nel primo bimestre 1919 a 387,5 milioni nel bimestre giugno-luglio; ma l’aumento si accentuò specialmente verso i paesi ricchi (qui i dati si fermano al luglio): da 36,2 a 56 milioni al mese per la Gran Bretagna, da 23 a 54,7 per la Svizzera, da 6,5 a 30 per gli Stati uniti: e, si può aggiungere, da 3,9 ad 8 per l’Egitto e da 6,6 a 9,8 per l’Argentina. Se, cosa improbabilissima, la Svizzera acquistasse anche qualcosa per conto della Germania, vuolsi affermare che la Germania potrà ridiventare un mercato conveniente per l’Italia, perché ha saputo reprimere, grazie a Noske, i movimenti spartachisti, che avrebbero distrutto lunghi anni di lavoro, perché i suoi operai gradatamente si sono rimessi al lavoro, perché cominciano a ripudiare di loro iniziativa le fantasie dei consigli operai di fabbrica, perché si riconosce che senza ordine e tranquillità e serietà e rinuncie non si ricostruisce un paese distrutto dalla megalomania militarista.

 

 

All’Italia conviene commerciare, aver rapporti, prendere a prestito dai paesi sani e forti, non da quelli decadenti e poveri. Nel mondo dell’economia, non esistono paesi egemoni e paesi sfruttati. Queste sono parole insensate di letterati inconcludenti. Esistono solo paesi che lavorano e paesi che impigriscono; paesi che pagano il prezzo corrente e paesi che pretendono di avere tutto sotto prezzo. Noi siamo gli uguali degli Stati uniti e dell’Inghilterra finché comperiamo da essi la merce che ci occorre ai prezzi del giorno; e facciamo altrettanto per le merci che sappiamo vendere. Finché e se gli italiani terranno il loro paese in ordine, non minacceranno ad ogni piè sospinto rivoluzioni od imitazioni leniniste, finché e se agiranno da uomini d’affari, lealmente ed apertamente, troveranno materie prime, merci, crediti. Nessuno crederà di averci fatto alcun favore; e noi non dovremo dir grazie a nessuno. Arricchiranno gli altri, commerciando con noi, ma arricchiremo noi insieme e probabilmente più degli altri.

 

 

Se noi invece manterremo il paese in continua, convulsa agitazione, se noi distruggeremo i frutti morali e materiali grandissimi della vittoria, scatenando la guerra dei contadini contro i proprietari, degli inquilini contro i padroni di case, degli operai contro gli agricoltori, degli impiegati contro tutti, finché i socialisti ufficiali ed i cattolici rossi alimenteranno incendi sociali nelle città e nelle campagne, finché non si taglierà energicamente sulle spese militari e non si romperà il torchio dei biglietti, finché a gara deputati d’ogni partito rimprovereranno al governo di avere istituito la sacrosanta imposta sul vino, finché, invece di attuare sul serio le imposte sul reddito e sui patrimoni recentemente istituite, i deputati chiederanno al governo di inasprire demagogicamente le aliquote coll’unico risultato di mettere in fuga i capitali e di distruggere la materia imponibile; finché si persisterà in questi errori, i cambi rimarranno alti e cresceranno a dismisura, la fiducia scemerà , il lavoro dovrà contrarsi; cresceranno il malcontento, i prezzi, le agitazioni e si accumuleranno rovine. Sarà inutile che i laudatori dei monopoli di stato chiedano al governo di procurarci i dollari a 7 lire, le sterline a 30 lire ed i franchi svizzeri a 130 lire. Gli stranieri, sui quali gli statolatri d’Italia non hanno presa, volteranno le spalle con scherno a pretese tanto stravaganti e ci abbandoneranno ben volentieri alle corone che valgono un centesimo l’una ed ai rubli di Lenin, che si comprano a sacchi od a peso di chilogrammi e di quintali.

 

 

Non credo che in Italia la gente sensata, la quale sa ragionare con calma, sia tutta scomparsa; ed ho perciò fiducia che noi sceglieremo la via della ricostruzione, non quella della miseria e dell’isolamento.

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