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L’Italia e il secondo risorgimento

Il dilemma fondamentale: Disservizio o servizio. Vecchio o nuovo. Vita tranquilla o venturosa

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 5 agosto 1944

 

 

 

Non mi propongo di discutere la sostanza di alcuni problemi dei quali vedo e sento discutere frequentemente: della partecipazione ai profitti dei lavoratori, dell’azionariato operaio e relativa gestione delle fabbriche da parte dei tecnici, impiegati ed operai, della assunzione di talune industrie chiavi o grandi da parte dello Stato e relativa emissione di obbligazioni ad interesse fisso (che di solito si precisa, dover essere basso, suppongasi il 3 per cento) agli ex proprietari ed ex azionisti.

 

 

Problemi, questi, assai grossi, dai molteplici aspetti, irti di interrogativi, che sarebbe d’uopo esaminare attentamente e criticamente, ad uno ad uno. Se il tempo dell’esilio durerà, sarà necessario compiere l’esame; frattanto può giovare dar seguito a quella specie di dizionario di alcune parole più comunemente usate nelle discussioni economiche, già iniziato su queste colonne.

 

 

Si noti, innanzitutto, che le proposte di partecipazione e di azionariato operaio sono messe innanzi allo scopo di trasferire ai lavoratori quel che si chiama il «profitto» dell’industria. Coloro i quali affermano che tutto il profitto sia frutto dell’opera dei lavoratori, vogliono che esso sia dato ad essi integralmente; con passaggio graduale e con una qualche indennità se trattasi di socialisti evoluzionisti; d’un tratto e senza indennità, se trattasi di socialisti o comunisti del tipo, per intenderci, «dittatura del proletariato».

 

 

Che cosa è il profitto, del quale si discorre? Nelle società economiche, le quali s’iniziarono all’idea della iniziativa privata e del mercato, «profitto» è quella somma che rimane netta in mano dell’imprenditore, dopo che costui, avendo organizzato l’impresa, acquistato sul mercato tutti i fattori di produzione e trasformato la materie prime in prodotti finiti, paragona il prezzo ricavato all’insieme dei costi sopportati: prezzi di acquisto delle materie prime, dei combustibili, della forza motrice, salari degli operai, dei tecnici e degli impiegati, imposte, interesse corrente ed ammortamento del capitale preso a prestito da capitalisti (banche, obbligazionisti, azionisti), ed anche salario del proprio lavoro di direzione ed organizzazione.

 

 

Se un residuo esiste, esso chiamasi «profitto». In parte, il profitto è una apparenza, un fantasma inesistente. Se l’imprenditore in un anno guadagna 10 e nell’anno seguente perde 10, il profitto è zero. Se l’imprenditore Tizio guadagna 100, ma gli imprenditori Caio, Sempronio, Mevio ecc. perdono altrettanto, il profitto dell’industria è zero.

 

 

È necessario che Tizio guadagni 100, affinché Caio, Sempronio, Mevio e gli altri siano indotti ad azzardare e perdere il loro capitale 100; ed è necessario «socialmente» che essi azzardino e perdano, nella speranza di afferrare un profitto sfuggente, perché altrimenti nessuno azzarderebbe i propri risparmi nelle industrie, particolarmente quelle nuove o rischiose ed il mondo resterebbe privo di una parte notevole dei beni, che invece esso può consumare.

 

 

Al di là dei pseudo-profitti, che sono compenso di rischi e sono zero, esistono però veri sostanziali profitti. Essi sono, per quantità, assai meno, assaissimo meno di quanto si immagini; ma esistono e si dividono in due specie.

 

 

Vi sono in primo luogo i «profitti» che nascono da un «disservizio» reso alla società. Se una industria è monopolizzata, se cioè un solo imprenditore o un consorzio (cartello, trust, sindacato) di imprenditori domina il mercato e fissa cioè il prezzo in modo da ottenere un massimo di profitto netto o qualcosa che li avvicini al massimo, quel profitto in parte (non si può escludere che per una parte esso provenga da qualche servizio, che anche i monopolisti possono rendere) proviene dal fatto che l’imprenditore monopolista ha ridotto la qualità di merce prodotta e messa sul mercato al disotto di quella che avrebbe potuto produrre e vendere contentandosi del rimborso dei costi come sopra definiti.

 

 

Ossia proviene dal disservizio di privare i consumatori di una parte dei beni, che, date le quantità esistenti di fattori produttivi, si sarebbero potuti produrre. Notisi che fra i monopolisti i quali godono di profitti derivanti da «disservizio» si elencano non di rado anche i lavoratori, quando questi si riuniscono in leghe operaie, così salde e potenti, da spingere i salari al disopra di quello che sarebbe il salario atto ad occupare tutti i lavoratori esistenti.

 

 

Se il salario di mercato, ossia quello dato il quale tutto il milione di lavoratori disponibili sarebbe occupato è di 15 franchi al giorno, e la lega, a cui tutti i lavoratori appartengono o debbono appartenere, spinge i salari a 20 franchi, epperciò gli imprenditori fanno, come per tutti gli altri fattori di produzione, una domanda minore, di soli 900.000 lavoratori, del bene «lavoro», mettendo 100.000 operai a carico del «fondo» di occupazione pagato dai contribuenti, nel salario di 20 è compreso un «profitto» di 5 nascente dal «disservizio» di aver privato la società del frutto del lavoro di 100.000 operai ridotti alla disoccupazione.

 

 

Contro i profitti da disservizio vi è una via sola da seguire, che su queste colonne è stata e sarà costantemente affermata: combatterli e distruggerli.

 

 

Qualunque sia la forza sociale che sta dietro ad essi: imprenditori capitalisti godenti di un monopolio, riuniti in consorzi o cartelli ovvero leghe operaie, degenerate da organi di elevazione materiale e morale dei loro soci e di rinnovamento della vita civile, quali furono in Italia nel periodo eroico della loro vita, tra il 1870 ed il 1900, in organi di privilegio per gruppi scelti di maestranze, quali tendevano qua e là a diventare, alleandosi tacitamente agli imprenditori monopolisti o profittando dei loro disservizi, dopo il 1900 e particolarmente dopo il 1922; – qualunque siano le forze sociali le quali stanno dietro ai profitti da disservizio fa d’uopo, a costo di impopolarità e di ostracismo, lottare contro di esse e tentare di abbatterle.

 

 

La seconda specie è dei profitti derivanti da «servizi». Questa ha reso grande il tempo volto dopo l’inizio del secolo scorso. Di questa specie è il profitto che nasce dal cercare ed applicare invenzioni industriali, di nuove macchine, di nuovi metodi, di nuovi prodotti (ferrovie, piroscafi, automobili, telegrafo, telefono, radio, frigoriferi ed infiniti altri prodotti minori); è il profitto che nasce dal coltivare nuovi terreni fecondi, dal prosciugare paludi, dallo scoprire miniere, dall’utilizzare forze idrauliche prima trascurate. Il profitto di questa specie non costa nulla alla società, non è portato via a nessuno, né lavoratori né consumatori.

 

 

Se gli imprenditori non avessero osato iniziare la nuova industria, applicare il nuovo metodo, i consumatori avrebbero dovuto continuare ad acquistare ai prezzi antichi il vecchio prodotto. I consumatori pagano il profitto dell’imprenditore sotto la forma di un prezzo minore o di una qualità migliore, spesso di un bene nuovo, che essi sostituiscono volontieri al bene antico.

 

 

Il profitto della seconda specie, che non costa nulla a nessuno, è temporaneo. Non dura. Quando il primo imprenditore, più ardimentoso degli altri, ha cominciato a guadagnare, subito due, tre, dieci, cento concorrenti si fanno innanzi e lo imitano. La quantità del bene nuovo o diversamente prodotto messo sul mercato cresce; il prezzo cade ed il profitto derivante dalla novità svanisce. Se si vogliono serbare i profitti, bisogna inventare qualcos’altro; rendere nuovi ulteriori servizi alla società. Profitto e servizio sono due concetti l’uno dall’altro inseparabili: e quasi si possono dire sinonimi.

 

 

Chiarito così il significato della parola assunta ad oggetto del problema conosciuto sotto il nome di partecipazione ai profitti o di azionariato operaio o di devoluzione allo stato di grandi industrie con assegno di obbligazioni ad interesse fisso agli antichi proprietari, è manifesto che i profitti interessanti i lavoratori (tecnici, impiegati ed operai):

 

 

  • non sono i profitti, i quali siano semplicemente un compenso dei rischi, perché essi in media sono zero;

 

  • non sono i profitti derivanti da disservizio, perché questi debbono essere soppressi, e non distribuiti fra monopolisti imprenditori e monopolisti operai;

 

  • ma sono soltanto i profitti derivanti da servizi resi alla società nei modi brevemente sopra delineati.

 

 

A questo punto si impone la conclusione: poiché non val la pena di discorrere di ripartire o di assegnare quel che non esiste, e poiché gli unici profitti esistenti e repartibili sono quelli che nascono da un servizio reso alla collettività, quale è il metodo migliore per provocare la creazione del servizio e quindi del profitto?

 

 

Perché profitto esista è necessario che qualcuno abbia trovato la via nuova, il prodotto diverso, la qualità migliore, il metodo di produrre a costo più basso, che sono la condizione necessaria perché il profitto nasca. Faccio astrazione dall’ipotesi che questo qualcuno sia lo Stato, un Consiglio economico supremo, il quale diriga l’intiera produzione del paese. è un’ipotesi la quale può essere discussa; ma che si trasporterebbe su un campo diverso da quello al quale si riferiscono le proposte di partecipazione e di azionariato operai.

 

 

Coloro che fanno proposte di questo tipo non partono dalla premessa di uno Stato intieramente collettivizzato, nel quale produzione e distribuzione siano regolate da una autorità, secondo criteri fissati dall’autorità medesima, autoeletta o scelta per via di elezioni democratiche.

 

 

Essi partono dalla premessa che esistano, le une accanto alle altre, imprese private, semi-pubbliche e pubbliche; che si riesca ad impedire la nascita di profitti da disservizio; e che tutte le imprese esistenti, private o comunali o statali o parastatali cerchino di rendere servizi alla collettività allo scopo di conseguire profitti. Essi partono dalla premessa che nella gestione delle imprese abbiano parte i lavoratori, dal più alto al più umile e la partecipazione alla gestione sia organizzata in modo tale da dare la prevalenza, nelle decisioni, a coloro, (azionisti, imprenditori, dirigenti, tecnici, impiegati e lavoratori) che sono meglio atti a recare servizio altrui, ai consumatori, epperciò meglio atti a guadagnare profitti. In siffatta ipotesi, i propugnatori della partecipazione e dell’azionariato operai tendono a sostituire, subito o gradualmente, al tipo attuale dell’impresa nel quale l’imprenditore paga salari fissi ai lavoratori ed interessi fissi ai capitalisti creditori e riserva per se e per il capitale dei proprietari od azionisti il profitto eventuale residuo, un altro tipo d’impresa, nel quale a tutto il capitale, anche a quello fornito dai proprietari od azionisti, sia assegnato un interesse fisso, ed ai lavoratori, compreso tra i lavoratori l’imprenditore medesimo, sia assegnato, accanto ad un salario fisso, il profitto eventuale residuo.

 

 

La diversità fra l’oggi ed il domani parrebbe dunque essere questa: che debba essere aumentata al più possibile, sino forse all’intiero, la quota del capitale al quale sia pagato solo un interesse fisso, senza alcuna partecipazione al profitto residuo; e sia invece il profitto medesimo devoluto per intiero al lavoro, a tutto il lavoro, compreso quello dirigente dell’imprenditore.

 

 

I problemi, i quali nascono da siffatto capovolgimento, meno così numerosi e complessi, che sarebbe un fuor d’opera persino accennarli. Basti qui accennare a un principio fondamentale; che la fissità delle remunerazioni è una dura necessità; ma una necessità la quale è in parte non piccola responsabile di quei fenomeni che si chiamano crisi, depressioni, disoccupazione.

 

 

Purtroppo, l’imprenditore deve pagare interessi fissi al capitale dei creditori, dei banchieri, degli obbligazionisti. Purtroppo il lavoratore, dal più umile al più alto, non può fare a meno di un salario o stipendio fisso. Purtroppo, lo Stato richiede imposte in gran parte fisse. Epperciò, quando i prezzi ribassano e non coprono più tutti questi costi fissi, gli imprenditori perdono e, scoraggiati, riducono la produzione e licenziano operai. Perciò nascono le crisi e si diffonde la disoccupazione. Questa analisi non dà la spiegazione piena di fenomeni di crisi e di disoccupazione; ma pare indubbio che la fissità dei costi contribuisca al loro inasprirsi.

 

 

Contrariamente perciò a quel che molti partecipazionisti e socializzatori pensano è interesse evidente dei lavoratori che si riduca e possibilmente si annulli la quota del capitale dell’impresa alla quale si paga un interesse fisso; ed è loro interesse che a tutto il capitale si paghi soltanto una quota del profitto eventuale residuo.

 

 

È interesse evidente delle leghe operaie di lottare non per ottenere il salario minimo fisso più alto possibile, ma di contrattare salari elastici, variabili in relazione alle variazioni dei risultati eventuali, se non dell’impresa singola, dell’industria delle leghe operaie, le quali non intendano esercitare una azione monopolistica contraria al vantaggio collettivo, fissare i salari a quel livello il quale sia capace di assorbire tutti i lavoratori disponibili.

 

 

È interesse evidente dello Stato non gravare la produzione con oneri fissi tributari, ma prelevare le imposte sui profitti netti eventuali, accertati o presunti.

 

 

È interesse generale di tutta la collettività sostituire ad una remunerazione del capitale, del lavoro e dello Stato la quale pesi, col suo prelievo fisso ed obbligatorio, sul bilancio delle imprese economiche, un tipo di remunerazione il quale sia quanto più possibile elastico e calcolato in base ai risultati dell’impresa.

 

 

Gli ostacoli che si oppongono alla consecuzione dell’ideale sono davvero formidabili. Vi sono da un lato gli Stati e gli enti pubblici i quali offrono al capitale interessi fissi che, anche se si parla solo del 3 per cento, sono sempre allettanti e tali da scoraggiare i capitalisti dall’investirli nelle industrie, dove i redditi in media, tenuto conto del rischio di perdere il capitale, sono con tutta probabilità, per non dire certezza, inferiori.

 

 

Vi sono, dall’altro canto, i lavoratori, dall’ingegnere capo al manovale, i quali desiderano sapere a priori su quale stipendio certo essi possono fare assegnamento per mantenere la famiglia. Due verità sono al tempo stesso incontrovertibili: che i lavoratori desiderano da un lato partecipare ai risultati effettivi del meccanismo produttivo in mezzo al quale vivono; e che capitalisti e lavoratori, dall’altro lato, vogliono assicurarsi contro le incertezze dell’avvenire e pretendono di ricevere interessi fissi e salari fissi. Questa seconda esigenza cresce a mille doppi i rischi delle imprese e le spinge ad andare alla caccia di profitti da disservizio. Guadagnar profitti col rendere servigi alla collettività è difficile e provvisorio. Richiede una tensione continua alla ricerca del nuovo e del migliore. Quanto più facile ottener profitti da disservizi, concertandosi per ridurre la produzione, aumentare i prezzi ed i salari!

 

 

Sempre si ritorna a battere sullo stesso chiodo; che il nemico numero uno, il creatore di miseria, di crisi e di disoccupazione è il monopolio, è l’accordo, è il consorzio tra imprenditori, è la lega operaia monopolistica.

 

 

Ed oggi aggiungo: che il movente psicologico del monopolio è il desiderio, che è umano, verso la vita sicura, verso il reddito sicuro, reddito sicuro e fisso di capitale, reddito sicuro e fisso di lavoro.

 

 

Gli uomini vogliono migliorare le loro condizioni, vogliono progredire, vogliono star meglio; ma respingono quella che è la condizione necessaria del progresso economico, che è la distribuzione dei capitali già investiti, la formazione di nuovi risparmi ed il loro rischio avventuroso in nuovi impianti, l’abbandono dei vecchi metodi provati e la ricerca dei nuovi metodi malsicuri, l’ansia verso il nuovo e l’imprevedibile.

 

 

Gli uomini vogliono partecipare al profitto del progresso; ma respingono la condizione del progresso, che è il rischio del cadere, dell’essere travolti. Vogliono andare verso l’alto; ma chiedono che qualcuno li spinga all’insù. Il problema della partecipazione e dell’azionariato operai, della gestione aperta a tutti dell’impresa non è piccolo problema economico, di bilanci e di conteggi e di regolamenti e di amministrazione.

 

 

Gli uomini non possono delegare a nessuno, neppure ad un consiglio di periti, economisti e tecnici sommi, il compito di risolvere un problema che non è economico, sibbene umano e morale. Solo gli uomini possono decidere il tipo di vita preferito: se modesta e sicura ovvero varia ed avventurosa. Fa d’uopo che la decisione, invece che a caso, a forza od inconsapevolmente, sia in avvenire sempre meglio presa a ragion veduta ed in piena libertà di scelta.

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