Il discorso del ministro tedesco del Tesoro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/08/1915

Il discorso del ministro tedesco del Tesoro

«Corriere della Sera», 26 agosto 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 229-236

 

 

Il dott. Hellferich, ministro delle finanze germanico, è un uomo le cui parole meritano di essere tenute in attenta considerazione, come quelle di chi ha saputo in passato conquistare, nel mondo degli studiosi, una alta reputazione di economista e di tecnico della banca. Entrato giovanissimo nell’arringo universitario con alcuni apprezzati scritti bancari, egli abbandonò poscia la carriera accademica per quella pratica di dirigente di forti istituti bancari in Levante e in Germania. Era direttore della Deutsche Bank, quando, subito dopo lo scoppio della guerra, fu chiamato a reggere le sorti del tesoro germanico.

 

 

Fa d’uopo riconoscere, poiché ai nemici va resa giustizia, che egli ha retto finora il suo ufficio con grande abilità. I due primi prestiti germanici, i quali raggiunsero 4,4 e 9 miliardi di marchi furono un trionfo genuino. Erano ingiustificate le critiche rivolte a quei successi nei paesi della quadruplice, come se essi fossero poggiati soltanto sul congegno delle casse di credito. Non è vero che la Germania abbia creato le casse di credito solo per potere mutuare biglietti a coloro i quali dovevano diventare i sottoscrittori dei suoi colossali prestiti; e non è quindi vero che i suoi trionfi sieno solo scritti sulla carta. Il dott. Hellferich ha ragione di affermare che questa è una accusa ingiusta. Certamente, il successo di un prestito è più apprezzabile quando i sottoscrittori pagano tutto l’ammontare con denaro contante, pronto, senza ricorrere a prestiti, come accadde in Italia, in Francia e nel secondo prestito inglese dei 15 miliardi. Ma fa d’uopo riconoscere che è anche legittimo e può essere conveniente sottoscrivere con risparmi futuri, non ancora realizzati, ottenendo da una cassa di credito anticipazioni su titoli, merci, ipoteche, ecc. Quando queste sottoscrizioni sono una parte non rilevante del totale e quando i sottoscrittori, coi risparmi nuovi, a mano a mano restituiscono le somme prese a prestito, nessuna obiezione si può fare al metodo seguito.

 

 

Parimenti mi sembra che ben s’apponga l’Hellferich nel prevedere un nuovo successo al prossimo terzo prestito di 10 miliardi di marchi. Il momento militare è favorevole alla Germania, copiose riserve di risparmio debbono essersi formate durante i passati mesi e saranno aumentate fino alla fine dell’anno e si riverseranno sul prestito nuovo. L’abbondanza del denaro liquido disponibile è un fatto tanto più credibile, in quanto esso non è un fenomeno peculiare alla Germania. Esso è invece un fatto caratteristico di quasi tutti i paesi belligeranti. Nelle linee generali esso può essere spiegato, ricordando che, prima, il paese viveva sul flusso del reddito annuo, il quale periodicamente si distaccava dalle fonti produttive; per esempio sul flusso di 50 miliardi di lire distaccantisi annualmente in Inghilterra od in Germania da un capitale di 300-400 miliardi e dal lavoro della parte produttiva dei 45-67 milioni di abitanti. Scoppiata la guerra, al flusso annuo di 50 miliardi di reddito, ridotti forse a 45 per la sottrazione di notevoli forze produttive, compensata in parte dalla maggiore produttività dei vecchi, donne, ragazzi, disoccupati, oziosi, si aggiunge un nuovo flusso di 10 miliardi prelevati sul capitale e mobilizzati mercé biglietti di banca, buoni di casse di prestito, creazione di crediti bancari. Alla lunga il consumo di 10 miliardi di capitale tornerà dannoso al paese, ma per il momento esso cresce il reddito o flusso annuo dei fornitori dello stato, delle famiglie sussidiate, dei commercianti, industriali ed agricoltori, i quali vendono i loro prodotti a prezzi più elevati. Così si spiega come il periodo bellico sia, in generale, caratterizzato da aumento di redditi, abbondanza di denaro liquido, prosperità. Il fenomeno non è peculiare alla Germania; ché lo osserviamo noi stessi in Italia; e pare si riscontri anche in Austria. In Inghilterra si è anzi talmente preoccupati – ed a giusta ragione – della abbondanza del denaro, la quale, come l’Hellferich osservò per la Germania, potrebbe provocare crisi di speculazione, che tesoro e Banca d’Inghilterra fanno ogni sforzo per tenere alto il saggio dell’interesse. Vi fu un momento in cui il denaro per prestiti brevi non valeva a Londra neppure l’1%; ora rapidamente è risalito al 5%, e di ciò il merito spetta al prestito nuovo emesso al buon saggio del 4,50% Una delle ragioni per cui il signor MacKenna preferì il 4,50% al 4% fu appunto il desiderio di assorbire il troppo capitale disponibile ed impedire che, ribassando troppo di prezzo, fomentasse impieghi cattivi ed influisse sinistramente sul cambio.

 

 

In altri punti del suo discorso mi sembra tuttavia che l’Hellferich dimentichi quella serenità ed oggettività che dovrebbe essere connaturata nell’uomo di scienza, anche se a lui capiti di coprire l’ufficio di ministro del tesoro. Non mi soffermo sulla fiducia che egli nutre di far coprire gran parte delle spese germaniche di guerra con le indennità dei paesi nemici vinti. Questa non è una tesi economica, bensì una tesi politica. I popoli della quadruplice sono fermamente persuasi che non essi furono gli istigatori della guerra, bensì il blocco austro – tedesco; e quindi non sono affatto disposti a consentire non che nella possibilità, neppure nella giustificazione addotta dal ministro tedesco delle indennità che essi dovrebbero pagare. Bensì si può ammettere con l’Hellferich che, quanto più si prolunga la guerra, tanto meno facile riuscirà a qualunque dei due gruppi riesca vincitore di far pagare una indennità al vinto. Come il pagamento possa farsi, è difficilissimo immaginare.

 

 

Sovratutto non sono giuste le critiche sprezzanti che il ministro tedesco rivolge ai paesi stranieri nemici. Egli si attacca a piccole cose senza importanza od il cui valore è grandemente controvertibile. Nota che il nuovo titolo inglese 4,50% perdette un punto, mentre il 5% tedesco apprezzò. Il paragone non è valido. Occorrerebbe conoscere i prezzi correnti, per molte e quotidiane transazioni, dei due titoli sullo stesso mercato. Invece noi abbiamo da pochi giorni i prezzi del 4,50% inglese a Londra, in un mercato relativamente libero, ed in una moneta, la sterlina, convertibile tuttora in oro; e per contro ascoltiamo le affermazioni governative tedesche, che io ritengo esatte, di un aumento di prezzo del 5% germanico, le quali si riferiscono ad ogni modo ad un mercato, in cui le borse sono aperte, ma sono proibite le quotazioni, è proibita la pubblicazione di prezzi privati ed il marco è moneta a corso forzoso, perdente dal 10 al 17% in confronto alle monete estere d’oro.

 

 

Né vale rimproverare alla Inghilterra di aver fatto una pubblicità da circo al suo prestito; mentre la Germania ha ottenuto grandi successi con metodi più austeri. Queste sono bazzecole. La realtà invece è che l’Inghilterra ha dovuto vincere, per assicurare il successo del suo secondo prestito, difficoltà maggiori di quelle che si presentarono in Germania ed oserei dire, sotto un certo rispetto, persino di quelle che si incontrano in Italia. Sul continente d’Europa, i titoli di debito pubblico sono da anni un titolo democratico, diffuso in tagli piccoli tra la media e la piccola borghesia ed in Francia anche tra i contadini e gli operai. È noto come in Inghilterra invece il consolidato sia sempre stato un titolo aristocratico posseduto da poche decine di migliaia di persone, laddove in Francia ed in Germania si arrivava ai milioni ed in Italia alle centinaia di migliaia di portatori. Per il medio inglese i celebri Consols erano e sono un mito, di cui aveva vagamente sentito parlare, senza averli mai visti. Il signor Lloyd George continuò nel vecchio sistema: il primo prestito dei 350 milioni di lire sterline rimase un prestito per le banche ed i grossi investitori e fu caratteristica la esclusione delle sottoscrizioni inferiori a 100 lire sterline. Per il primo, il signor MacKenna vide che bisognava mutare strada; ed, accogliendo idee propugnate da decenni dall’«Economist» ammise i tagli piccoli, favorì le sottoscrizioni operaie, offrì il titolo al portatore. Il merito maggiore del MacKenna non fu di avere ottenuto 15 miliardi di lire, bensì di averli raccolti fra 550.000 sottoscrittori grossi e 547.000 sottoscrittori piccoli, a cui si aggiungeranno certamente numerosissimi altri sottoscrittori operai, grazie alle ricevute di 5 scellini. Riuscire a siffatti risultati non si poteva, senza energici metodi di richiamo a strati nuovi di risparmiatori. Non metodi da circo, dunque, bensì metodi altamente educativi, che auguro di vedere applicati dappertutto.

 

 

È impossibile valutare la preminenza che l’Hellferich assegna agli imperi centrali in confronto alla quadruplice, per quanto riguarda le economie nelle spese. È possibile che la quadruplice spenda di più: per il territorio più disseminato, per le maggiori forze navali, per l’alto costo del soldato inglese, per la impossibilità di taglieggiare territori nemici occupati. Ma non è di buon gusto affermare che l’Inghilterra ci tenga al record delle alte spese, nel momento in cui in quel paese si istituiscono comitati per curare l’economia nei pubblici uffici e nelle amministrazioni militari. Per quanto riguarda l’Italia, le spese specifiche del primo mese di guerra sono state di 316 milioni di lire. Portiamo pure la cifra a 500 od a 600 milioni; ed otteniamo una somma la quale immagino sostenga bene il paragone con quelle austro-tedesche. Dico il paragone all’ingiù, poiché ha ragione il dott. Hellferich a preferire quei paesi i quali cercano di fare la guerra col minimo dispendio possibile.

 

 

Perché poi egli dica che la valuta francese sta peggio di quella germanica e che la valuta inglese perde il 5% su New York, non si capisce. Secondo le ultime quotazioni pubblicate sul «Sole» del 20-21 agosto, la Germania perdeva il 17,15%, la Francia il 12,30 e l’Inghilterra il 2,07% sull’America. Non è una situazione brillante per nessuno dei tre paesi; ma non v’è ragione per nessuno dei tre di rallegrarsi guardando alle miserie altrui. Non può ridere la Germania poiché, dopo tutto, il marco perde più del franco o della sterlina; non la Francia, poiché una perdita del 12,30% è grave per una moneta, come il franco, dalle grandi tradizioni. Ed un 2% è certo preoccupante per la posizione internazionale della sterlina. Dal punto di vista monetario la guerra non ha fatto del bene a nessuna delle tre monete dominanti europee: ed è superfluo ricercare quale delle tre stia peggio.

 

 

Guardando il problema più in generale e cercando di mantenere la maggiore oggettività, l’Hellferich ha torto quando esalta oltre misura il metodo tedesco di risolvere il problema finanziario della guerra in confronto al metodo seguito dai paesi della quadruplice. I confronti sono difficilissimi, poiché in ogni paese il problema si presentava sotto aspetti particolari, non paragonabili con quelli degli altri paesi, amici o nemici, e doveva necessariamente dar luogo a soluzioni differenti, di cui riesce malagevole dosare il relativo grado di eccellenza.

 

 

Tuttavia, se dovessi graduare i paesi belligeranti rispetto ai metodi finanziari adottati per la condotta della guerra, io sarei tentato a classificarli, in ordine decrescente di eccellenza, così:

 

 

Primo gruppo Russia-Inghilterra-Italia-Germania;
Secondo gruppo Francia;
Terzo gruppo Austria-Ungheria.

 

 

I paesi che ho collocato in prima linea rivaleggiano tra di loro sotto vari rispetti. Forse non v’è nessuno stato il quale possa star sopra alla Russia, per la grandezza del sacrificio compiuto coll’abolizione della vendita delle bevande alcooliche, le quali gittavano netti più di 700 milioni di rubli (1 miliardo e 850 milioni di lire). È un atto, il quale resterà nella storia e trasformerà, moralmente ed economicamente, il popolo russo. Lo sprezzo con cui l’Hellferich ha parlato della Russia stona grandemente nella bocca di uno studioso, il quale aveva fama di non appartenere a quella schiera di «economisti dell’imperatore» che tanto e da tanti anni avevano fatto scadere una buona parte della scienza economica tedesca nell’estimazione degli stranieri. Le imposte che la Russia sostituì, nella fretta dell’ora, al monopolio dell’alcool non stanno certo alla pari con le imposte tedesche; ma non bisogna dimenticare che in tempo di guerra non si può correre dietro alla perfezione e che la Russia è un paese agricolo, dove i complessi metodi scientifici germanici non potrebbero avere fortuna.

 

 

Un grande esempio ha pure dato l’Inghilterra affrettandosi ad aumentare le imposte sulla birra, sul tè, ecc., ed a raddoppiare la income tax e la super tax. Far debiti è relativamente facile; ma l’indice più perfetto della sensibilità patriottica di un paese è di apprestarsi a pagare subito imposte più elevate per fronteggiare le spese della guerra e gli interessi dei debiti. E se son vere le notizie corse, il signor MacKenna ha intenzione, rimediando ad un momento di debolezza degli ultimi mesi del ministero liberale, di proporre nuovi inasprimenti dell’income tax e sovratutto di estendere all’ingiù il suo campo d’applicazione, chiamando a contribuire alle spese comuni anche buona parte di coloro – sovratutto operai e piccoli borghesi – che, avendo un reddito inferiore alle 160 lire sterline (4.000 lire) erano finora stati esenti dall’imposta. Sarà un grande esempio di probità e di educazione finanziaria.

 

 

L’Italia, coi suoi due prestiti dell’ammontare complessivo di 2 miliardi e 250 milioni di lire, di risparmio passato effettivamente versato o da pagarsi a scadenze fisse, ha fornito allo stato mezzi non inferiori, in rapporto alla sua ricchezza, a quelli dei grandi paesi belligeranti ora menzionati. Poiché, dall’inizio della guerra europea, furono inasprite talune imposte sui consumi, venne istituito un decimo e mezzo sulle imposte dirette e sulla maggior parte delle imposte sugli affari, governo e paese hanno dato prova di quella volontà di sacrificio che è la migliore dimostrazione della propria ferma credenza nella bontà della causa che si propugna. È da augurare che le imposte ora ricordate non siano le ultime; e che non tardino molto ad essere stabilite nuove imposte e deliberati aumenti delle imposte vecchie, atti a coprire il carico degli interessi del secondo prestito nazionale e di quelle altre maggiori spese che saranno la conseguenza inevitabile della guerra.

 

 

La Germania, se ha dato esempio mirabile di forza con i suoi due grandi prestiti e se si appresta a darne un altro coll’annunciato prestito dei 10 miliardi di marchi, non ha però ancora istituito nuove imposte. Il dott. Hellferich ha annunciato che il governo non intende, durante la guerra, aumentare l’enorme carico tributario del popolo. Mi limito a constatare il fatto, senza perciò muovere critica alla politica finanziaria tedesca. I tedeschi hanno pagato nel 1915 la seconda e pagheranno nel 1916 la terza rata dell’imposta di guerra del miliardo di marchi deliberata alla fine del 1913; e si può sostenere perciò che essi compiano già il loro dovere tributario in relazione alla guerra. Sia lecito però osservare che meglio soddisfano alle esigenze delle buone norme finanziarie quei paesi, i quali, fin da quando la guerra dura, provvedono con nuove imposte alla copertura delle spese belliche, che non quegli altri, i quali rimandano le nuove imposte alla fine della guerra, lasciando sussistere nei popoli la speranza che le nuove imposte non saranno necessarie, perché alle spese belliche avranno provveduto le indennità pagate dai nemici. Il primo sistema, che è quello della Russia, dell’Inghilterra e dell’Italia, è il solo sano, virile, altamente morale, proprio dei popoli i quali contano sulle sole loro forze per raggiungere gli ideali nazionali; e questi ideali non sono di oppressione altrui.

 

 

Giova confessare che, dal punto di vista delle buone e corrette norme finanziarie, la Francia si trova ad un livello alquanto inferiore ai paesi sovra nominati. La Francia è un grande paese di risparmiatori, ha fornito, con obbligazioni a lunga scadenza e con buoni a breve scadenza circa 8 miliardi di lire allo stato. È il suo metodo tradizionale, ereditato dal primo Napoleone: rinviare i prestiti consolidati e le imposte alla fine della guerra; e provvedere frattanto con prestiti brevi e con emissioni di biglietti. Il culto della verità impone tuttavia di dire apertamente che, sebbene consacrato da una tradizione secolare, il metodo dovrebbe essere mutato. I francesi, che hanno dato così belle prove di rinnovamento militare e morale, bene opererebbero se, innovando sui loro metodi, si decidessero a crescere subito le imposte ed a ridurre il ricorso eccessivo alla carta-moneta, giunta oramai ai 12,8 miliardi di franchi. Ne trarrebbe grande giovamento il prestigio del loro franco, che è prestigio della nazione intera.

 

 

Ultima, tra le grandi nazioni belligeranti, viene l’Austria-Ungheria. La metto per ultima, sebbene, anche per essa, verità vuole si dica che i due prestiti finora emessi dalla monarchia, ed il cui gettito pare si aggiri complessivamente sui 5 miliardi, sono stati una prova di forza insospettata per molti. L’Austria-Ungheria si è, tuttavia, messa da se medesima in coda alle nazioni belligeranti, quando ha deciso di sospendere la pubblicazione delle situazioni della Banca austro-ungarica. Essa ha dato così fomite a molti sospetti, fra cui quello denunciato e confutato dall’Hellferich, secondo cui la Banca austro-ungarica avrebbe consegnato parte delle sue riserve auree alla Banca dell’impero germanico, affine di far apparire in aumento costante le riserve di quest’ultima. Ritengo anch’io, per parecchie ragioni, il sospetto infondato; ma il dott. Hellferich vorrà riconoscere che il segreto sulla situazione monetaria della sua alleata non è il mezzo migliore per far cessare sospetti e chiacchiere. Perché non esercita la sua influenza per ottenere che l’Austria esca dal mistero, in cui ama di avvolgere le sue finanze?

 

 

Torna su