Il discorso dell’on. Majorana a Catania

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/11/1906

Il discorso dell’on. Majorana a Catania

«Corriere della Sera», 9[1] e 11[2] novembre 1906

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 434-442

 

 

I

 

Se noi dicessimo che il discorso del ministro del tesoro ci abbia cagionato una qualsiasi disillusione, diremmo cosa non esatta; poiché da più segni era oramai evidente che il ministero, premuto da troppi lati e costretto dalla sua stragrande maggioranza parlamentare, avea finito per acconciarsi a quella politica, che è solitamente seguita dai governi, i quali hanno troppi amici da contentare e non vogliono rendere malcontento nessuno: promettere molto a tutti e specie a quelli che gridano di più e promettere in misura così larga che il tempo manchi con una vita ministeriale media di tradurre in atto le promesse. Nello stesso tempo di nessun problema affrontare una soluzione compiuta, esauriente: ciò per deficiente coscienza dei più urgenti bisogni del paese e per deficienti attitudini riformatrici.

 

 

Per cominciare dalla riforma tributaria, della quale era parso per un momento che l’on. Majorana volesse farsi banditore tenace, nulla è abbandonato dei buoni propositi antichi. I sindaci dei comuni, in un recentissimo congresso che ebbe larga eco in paese, avevano chiesto con insistenza che lo stato adempisse le promesse, fatte solennemente in leggi, di cui l’applicazione era stata semplicemente rinviata, di assumersi le spese pubbliche di natura governativa che ora gravano i bilanci locali? Il ministro del tesoro risponde che i comuni chiedono troppo poco, che non bisogna contentarsi di un «semplice spostamento meccanico di oneri», ma occorre una «radicale» riforma dei tributi locali, la quale appunto si sta studiando. Una parte della pubblica opinione reclama che i denari, resi disponibili dalla conversione, ritornino ai contribuenti sotto forma di riduzione di tributi sui consumi? Anche a costoro il ministro del tesoro non sa dar torto ma avverte che di sgravi si discorrerà dopo il luglio dell’anno venturo, se a quella data la rivoluzione russa avrà permesso al governo italiano di conchiudere quel trattato di commercio di cui uno dei caposaldi principali dovrebbe essere la riduzione del dazio sul petrolio, e se allora i venti milioni nella conversione non saranno già stati «restituiti» ai contribuenti nella veste di servizi pubblici migliorati. Intanto, perché i contribuenti non abbiano a stancarsi di una aspettativa troppo lunga, si promette loro che il catasto sarà semplificato ed affrettato – il che probabilmente significa che lo si farà terminare fra 40, invece che fra 50 anni; che si rinnoverà il sistema delle tasse sugli affari; al qual proposito si può aggiungere che l’on. Majorana, circa due anni fa, quand’era ministro delle finanze, ebbe appunto a nominare una commissione di studio, i cui segretari lavorarono in passato e lavoreranno forse ancora per anni parecchi prima che la commissione si decida a prendere deliberazioni destinate certo a riuscire vantaggiosissime ai contribuenti dell’avvenire.

 

 

Così crede il ministro di aver tranquillizzato i contribuenti promettendo ad essi di studiare per l’avvenire quelle riforme che non vuole iniziare subito; e dichiarando di voler fare subito delle riformette che egli ben sa inattuabili prima di anni parecchi o tali da avere efficacia solo a lontana scadenza.

 

 

Dopo le promesse ai contribuenti, vengono quelle per i servizi pubblici. «Politica di lavoro» e «politica di sviluppo e di intensificazione dei servizi pubblici» sono belle frasi che procacciano plauso a chi sa accortamente adoperarle. L’on. Majorana non è stato davvero parco di promesse di maggior lavoro e di sviluppo dei servizi pubblici: alle ferrovie darà doppi binari, impianti fissi, trazione elettrica, materiale mobile, ecc., per 500 milioni di lire; alla pubblica sicurezza miglioramenti di paghe per i carabinieri, alla marina provvidenze per i sottufficiali e gli specialisti; alla guerra, aumento della parte straordinaria del bilancio da 16 a 20 milioni di lire; alla giustizia la riforma della magistratura; ai lavori pubblici darà ponti, tramvie, strade rotabili, navigazione interna; alle poste, nuovi uffici postali, materiale automobilistico, linee telegrafiche e telefoniche; all’agricoltura e commercio una serie infinita di provvedimenti economici; all’istruzione, maggiori somme per monumenti e le belle arti; a Roma, una legge complessa che comprenderà la passeggiata archeologica e altre cose ancora.

 

 

Poiché il discorso del Majorana non contiene una dimostrazione precisa della portata finanziaria dell’aggrovigliato cibreo delle riforme promesse, non è possibile fare di esse un minuto esame critico. Del programma ministeriale non può tuttavia essere soddisfatta quella parte dell’opinione pubblica che bada agli interessi generali ed alle necessità veramente urgenti del paese.

 

 

È vero che oggi la corrente, la quale invoca gli sgravi tributari, sembra meno forte di quella che vuole aumenti di spese sotto nome di miglioramento dei pubblici servizi. Che perciò? O non è accaduto sempre che i contribuenti disuniti, disorganizzati, scarsamente spinti dall’interesse individuale ad una agitazione vivace e quotidiana fossero meno rumorosi di coloro che da un aumento di spese pubbliche sperano un vantaggio individuale rilevante? L’essere stato il contribuente italiano il più paziente del mondo per una lunga serie di anni non assolve nessuno dalla colpa inescusabile di aver violato la promessa, tante volte ripetuta in programmi di governo e in discorsi della corona, di diminuire l’attuale pressione tributaria non appena la conversione della rendita l’avesse consentito. Il dire che prima del luglio 1907 non si godranno i frutti della conversione è misero sotterfugio che nulla vale, data la necessità di preparare in tempo la via da seguire e d’indicare la meta da raggiungere mercé un fondo di sgravi derivato appunto dagli utili della conversione e sottratto per un lungo numero d’anni all’assalto di tanti bisogni più o meno urgenti che finirebbero col divorarlo.

 

 

Neppure possono essere contenti coloro che credono doversi pensare al miglioramento dei servizi pubblici secondo un piano organico e non alla rinfusa per soddisfare le domande incalzanti dei colleghi di gabinetto. Due problemi principalissimi richiedevano una parola coraggiosa e precisa nel momento attuale: il problema ferroviario e quello della difesa nazionale. Né sull’uno, né sull’altro punto, il discorso dell’on. Majorana ci affida. Quanto alle ferrovie, è noto il quesito posto dal «Corriere», quando si seppe che il ministero voleva annunciare a Catania un piano di lavori per 500 milioni di lire. Il mezzo miliardo di lire viene ad aggiungersi od a sostituirsi al miliardo che già il Carmine aveva dichiarato necessario per completare i 300 milioni già votati dal parlamento?

 

 

È evidente la differenza tra le due soluzioni. Nel primo caso sarebbero stati 1.300 milioni previsti dal Carmine più 500 milioni voluti dal Gianturco: nel secondo si sarebbero solo avuti i 300 milioni più i 500 annunciati ora dal Majorana. Pare che la seconda soluzione sia stata preferita; il che dimostrerebbe che il programma ferroviario, malgrado i clamori altissimi dell’opinione pubblica, si è ristretto in confronto a quello da altri reputato necessario poco tempo fa. Non noi certamente vogliamo che si spenda molto subito per la smania delle cifre grosse; ma ci pare che un piano, sia pure da attuarsi gradatamente, ma organico, ma compiuto debba preferirsi ad un altro frammentario, presentato sotto la pressione delle necessità momentanee.

 

 

La presenza del ministro degli esteri al banchetto di Catania, ed il consenso del ministro della guerra non bastano poi a tranquillare l’animo nostro intorno alla sufficienza delle proposte ministeriali per la difesa nazionale. L’on. Majorana non ha esposto nessun piano, è vero: ma sono troppo recenti le dichiarazioni dell’on. Viganò, ed è troppo nota la manchevolezza delle opere di difesa al confine orientale e dell’artiglieria italiana, per tacer d’altro, perché possiamo rimanere persuasi che col prometter quattro milioni di aumento alla parte straordinaria del bilancio della guerra, il governo abbia adempiuto al suo dovere verso la patria.

 

 

Forse accadrà che, per il silenzio dei contribuenti, e per la paura di moltissimi di far figura di militaristi, il governo raccoglierà, col discorso di Catania, plauso da tutti coloro, i quali sperano qualcosa dalle tante promesse ministeriali; ed a chi bada alle maggioranze parlamentari, il plauso sembrerà bastevole. Frattanto si sarà sciupata una occasione splendida per iniziare quella riforma tributaria alla quale il più paziente contribuente del mondo ha oramai diritto; né si saranno risoluti i problemi economici e militari che massimamente urgono nel momento presente.

 

 

Tenendo distinti gli sgravi e gli aumenti di spese dagli investimenti di capitale in alcuni grandi servizi pubblici; devolvendo a questi sgravi e a queste maggiori spese i frutti della conversione e i forti avanzi di bilancio indipendenti dalla conversione; non occultando più – ché sarebbe follia il farlo – gli avanzi stessi, c’era modo e materia per ammanire ben più vasto, pratico ed esauriente programma alle aspettative del paese.

 

 

II

Alla fine del discorso di Catania, l’on. Majorana ha osservato che la fortunata situazione delle finanze italiane era tutta un paradosso ed un miracolo; poiché in nessun altro paese moderno il disavanzo era stato vinto, come in Italia, con accrescere le spese e diminuire le entrate. Da un disavanzo di lire 465.072.636,09 nel 1888-89 si era passato ad un avanzo di più di 63 milioni nel 1905-906; e frattanto erano scemate le imposte dal 1894-95 al 1905-906 per ben 46 milioni di lire ed erano cresciute le spese effettive di 226 milioni di lire. Come spiegare senza un miracolo il passaggio dall’era dei disavanzi a quella della floridezza senza che si sia dovuto pagare nulla più degli antichi tributi «già consacrati dall’uso?»

 

 

È vero che dal 1888-89 al 1905-906 la situazione del bilancio è migliorata di più di mezzo miliardo di lire; ed è anche vero che da un decennio in qua non si misero nuove imposte, si abolirono i dazi sui farinacei e si crebbero le spese per più di 200 milioni di lire l’anno. Non bisogna però dimenticare certi fatti. Dal 1887 al 1895 si votò l’aumento del dazio sul grano da lire 3 a 7,50 al quintale, l’aumento dell’aliquota dell’imposta fondiaria per le regioni a catasto nuovo dal 7,70 all’8,80%, l’aumento dell’aliquota dell’imposta di ricchezza mobile dal 13,20 al 20%, la istituzione del dazio sul cotone e dell’imposta sulla produzione del gas luce e dell’energia elettrica e sulla fabbricazione degli zolfanelli, l’aumento del prezzo del sale da 35 a 40 centesimi il kg, i rimaneggiamenti dell’imposta sugli spiriti che la portarono da 140 a 190 lire l’ettolitro, per non dir nulla dei giri di torchio sulle minori tasse e tassette delle quali non merita conto di parlare. Se si confrontano gli avanzi del 1905-906 coi disavanzi del 1888-89 ed invece le spese ed i tributi del 1905-906 con le spese ed i tributi del 1894-95 si trascurano gli anni più fortunosi dal 1885 al 1895, che certo non sono dimenticati dai contribuenti italiani. I quali sono orgogliosi di avere col proprio indefesso lavoro consentito alle finanze italiane di assurgere alle presenti altezze; ma sono anche consapevoli che a questo maggior lavoro essi volonterosamente soggiacquero quando le sorti della patria erano oscure, fiduciosi nella promessa che, col ritorno di tempi migliori, il nuovo e pesante fardello sarebbe stato tolto di su le loro spalle. Purtroppo pare che non si sia ancora a questo punto, e che i grandi progressi compiuti, i meravigliosi risultati raggiunti non vengano ancora giudicati, dai governanti, tali da autorizzare una politica finanziaria più organica e più ardita di quella annunziata a Catania dall’on. Majorana.

 

 

Il paese s’aspettava un’altra parola, una parola che segnasse diritta la via da percorrere e dicesse quanto lo stato può restituire ai contribuenti, e quanto deve consacrare al miglioramento dei pubblici servizi.

 

 

Dobbiamo dire ancora una volta che il miglioramento non solo dei servizi ferroviari, ma anche di quelli postali, telegrafici, telefonici è indipendente dall’impiego che si voglia fare degli avanzi di bilancio. Non solo i servizi ora citati, ma tutti quelli che hanno carattere riproduttivo devono trovare in se stessi i mezzi del proprio incremento. Spendere di più e anche parecchie centinaia di milioni, anche un miliardo e mezzo, ove occorra, non è impegnare il bilancio; è impiegare fruttuosamente un capitale, il quale renderà frutti sufficienti a pagare l’interesse e l’ammortamento dei debiti che si dovessero contrarre all’uopo. La paura che alcuni anni fa si aveva di far debiti, paura non ingiustificata, in un’epoca di ferrovie elettorali e di prodotti decrescenti del traffico ha lasciato luogo ad un migliore apprezzamento della realtà e, naturalmente, ove si adoperi prudenza, ove le aziende riproduttive vengano esercitate con criteri industriali, nessuno si rifiuterà, per la paura di riaprire il gran libro del debito pubblico, di largire capitali copiosi a servizi che devono diventare la leva più potente del risorgimento economico dell’Italia.

 

 

Restano le spese non riproduttive, come quelle della guerra, o dell’istruzione, o delle bonifiche, o della pubblica sicurezza per aumentare le quali è necessario ipotecare gli avanzi ordinari del bilancio; e restano gli sgravi tributari. Le due vie debbono essere percorse insieme: poiché i servizi pubblici richiedono miglioramenti urgenti e poiché, ripetiamolo ancora una volta, non si può rifiutare ai contribuenti quel conforto al quale essi hanno diritto. Fa d’uopo sapere la meta alla quale si vuoI giungere; né è possibile proporsi una meta se non sono noti e dichiarati i mezzi sui quali si deve fare a fidanza per giungervi. Sinora parve prudenza politica e finanziaria negare pertinacemente fino all’ultimo momento l’esistenza degli avanzi; e forse era davvero prudenza quando si voleva apparecchiare la grande opera della conversione. Oggi però, che la rendita è convertita, conviene mutar metro ed imperniare la nostra politica finanziaria alla più trasparente chiarezza. Si dicano, si confessino onestamente quali sono gli avanzi acquisiti di bilancio; e si dichiari quali sono le promesse sicure di sviluppo futuro delle entrate; e su queste basi si fondi il programma finanziario dell’avvenire. Si tengano pure le previsioni di maggiori entrate, a tutela del pareggio, entro i confini di una saggia prudenza; ma non si occultino troppo, altrimenti accadrà che gli avanzi, quando alla fine debbono pure venire a galla, sembreranno una manna piovuta dal cielo, da distribuirsi alla meglio ed ai più importuni; ed accadrà, come ora, che il ministro del tesoro si troverà costretto a distribuire alla fine dell’anno i 63 milioni di avanzo a tutti i suoi colleghi, in piccole dosi per non rendere malcontento nessuno.

 

 

Anche noi accettiamo il concetto che gli avanzi di bilancio vadano ad incremento dei servizi pubblici; ma a condizione che degli avanzi passati e di quelli futuri si faccia un calcolo esatto e si distribuiscano fra i diversi servizi pubblici, a norma della loro urgenza ed importanza rispettiva; in guisa che ciascun servizio possa fare assegnamento sopra somme predeterminate, in guisa approssimativa almeno, ed il suo sviluppo avvenga regolarmente, seguendo un concetto organico e non alla rinfusa, a scatti, a seconda del più e del meno che ogni ministro è riuscito ad ottenere nel momento della distribuzione degli avanzi finalmente constatati.

 

 

Agli sgravi siamo convinti che debbasi fin d’ora consacrare tutto il prodotto della conversione; ed anche qui, non decidendosi all’ultimo momento a fare qualche riforma spaiata e frammentaria e perciò poco proficua, ma stabilendo coi 20 milioni che cominceranno a godersi nell’anno venturo e coi 20 milioni che si avranno nel 1912 un vero e proprio fondo di sgravi. Noi siamo convinti che con questa somma ove sia religiosamente consacrata a questo solo intento – si possa fare assai più di quanto si creda. Vi sono riforme da compiere le quali richiedono non tanto un sacrificio effettivo dell’erario, quanto un presidio momentaneo, mentre la riforma si va compiendo e non ha ancora dato i suoi frutti. Noi manchiamo sovratutto di coraggio, non di possibilità, quanto alle riduzioni di tributi sul petrolio, sullo zucchero, sul grano, alle riforme delle fiscalissime tasse sugli affari ed alle mitigazioni delle aliquote più mostruose e delle incongruenze più stridenti delle imposte dirette. Queste riforme possono con sicurezza essere attaccate una alla volta e condotte a termine in un periodo di tempo non lungo, purché si sappiano mantenere fermi due concetti:

 

 

  • non temere di urtare interessi privati potenti, pure rispettando le ragioni dell’economia nazionale ed operando le trasformazioni a gradi;
  • principiare da quelle riduzioni di tributi le quali siano destinate a provocare un più vivace incremento di consumi e quindi un ricupero a profitto dello stato delle perdite sofferte e dedicare i ricuperi a nuove riduzioni di tributi, in guisa che la riforma tributaria alimenti se stessa quasi perennemente.

 

 

Bisogna insomma rifare col fondo degli sgravi a rovescio il cammino che si è percorso dal 1860 al 1895. Durante quel periodo, che in certi momenti fu non solo politicamente, ma anche finanziariamente eroico, la dura necessità delle cose, l’urgenza dei disavanzi e delle spese ci spingeva ad aumentare ogni giorno i tributi; e quanto più i tributi aumentavano e nuovi tributi si imponevano, tanto meno rendevano quelli preesistenti; sicché di nuovo il diminuito gettito spingeva a crescere le aliquote nella speranza disperata di potere colla energia della pressione tributaria sopperire ai decrementi che l’avidità del fisco cagionava nel gettito delle imposte. Oggi è giunto il momento di mutare strada; e con un addolcimento progressivo delle aliquote – compiuto col presidio di un fondo di sgravi alimentato in origine dai frutti della conversione ed in seguito dai risultati degli sgravi stessi – provocare quegli incrementi lenti e sicuri di reddito che i nostri predecessori, incalzando i bisogni, dovettero procacciarsi col metodo rozzo dell’inasprimento delle imposte.

 

 


[1] Con il titolo Il discorso dell’on. Majorana a Catania. La parte finanziaria. [ndr]

[2] Con il titolo Per un fondo degli sgravi. [ndr]

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