Il discorso di Nitti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/11/1918

Il discorso di Nitti

«Corriere della Sera», 27 novembre 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1959, pp. 745-747

 

 

Il ministro del tesoro non ha voluto esporre un programma definito di finanza e di tesoro, ma ha voluto fare un atto di fiducia nelle forze del paese e nella capacità dello stato ad osservare i suoi impegni. In ciò ha avuto ragione. «Noi non verremo mai meno ai nostri impegni, – egli ha dichiarato dinanzi al parlamento, affermando la grande solidità dei nostri titoli di stato. – Troveremo ora la forza di vincere le difficoltà nuove», ha soggiunto. Non vi è dubbio che questa era una parola di fede che meritava di essere pronunciata, e va data lode all’on. Nitti di averla detta in questa sua prima esposizione finanziaria di pace.

 

 

Quanto ai particolari tecnici del discorso, forse è bene rinviarne l’esame preciso al momento in cui si potranno avere sottomano gli allegati statistici, i quali da tempo sono l’ornamento più bello delle esposizioni finanziarie italiane. I dati presentati in iscorcio nel discorso detto alla camera, non hanno un pieno valore illuminante. Le previsioni per il 1919-20 recano 4 miliardi e 855 milioni per le entrate effettive e 5 miliardi e 515 milioni per le spese effettive; e poiché l’on. Nitti assicura che al disavanzo così previsto si provvederà con il prodotto delle recenti imposte sulle entrate e dei nuovi proposti monopoli, parrebbe potersene dedurre che il prodotto stesso è valutato in 660 milioni circa di lire. Ma troppe sono le domande, le quali si presentano intorno al significato di queste cifre, perché non sia prudente rinviare ogni commento a dopo la lettura degli allegati illustrativi.

 

 

Sebbene il ministro sia stato parco di programmi, non ha evitato di fare talune affermazioni di importanza capitale, le quali vanno messe in rilievo. Una si riferisce alla circolazione dei biglietti a corso forzoso: al 31 ottobre essa era giunta in totale, fra biglietti degli istituti di emissione e quelli di stato a 12 miliardi e mezzo. Cifra, afferma l’on. Nitti, contenuta entro i limiti di necessità. Non contesto ora l’affermazione, la quale può rispondere al vero, ove per «necessità» si intenda l’ambiente complesso in cui l’uomo di governo esercita la sua azione e che non sempre egli tenta di modificare. Ma tutti saranno d’accordo con lui quando egli afferma che “bisogna evitare nuove emissioni ed è d’uopo che il pubblico si convinca che il metodo migliore è di acquistare buoni del tesoro e rendita pubblica” . Mai queste parole furono più vere di oggi. Quando si aggiunga che il pubblico deve convincersi altresì del suo dovere di pagare imposte più estese e dure di quelle attuali, purché equamente repartite, avremo i caposaldi di una buona finanza: 1) imposte nuove ben congegnate; 2) sottoscrizioni a buoni del tesoro e a prestiti; 3) nessuna nuova emissione di biglietti. Il ministro non ha soggiunto: ritiro «dei biglietti emessi» ed in ciò ha usato prudenza. La riduzione della sovrabbondante circolazione non è un problema attuale.

 

 

Un’altra dichiarazione di molta rilevanza è quella di non poter acconsentire ad assumere alcun nuovo onere per la finanza. Così fecero gli on. Sella e Sonnino quando risanarono e salvarono la finanza italiana. Ma occorrerà che sia chiarito bene il significato dell’impegno assunto dal ministro con queste parole. Come si concilia desso con la promessa di «un vasto sistema di assicurazioni operaie e di provvidenze a favore dei contadini e dei marinai?»; e con il grande programma di opere pubbliche da lui annunciate? Provvidenze queste che, se bene attuate, devono incontrare il plauso, anche se imporranno all’erario nuovo dispendio.

 

 

Forse l’on. Nitti ha voluto dire che debbono escludersi tutte le spese, le quali non giovino all’incremento della produzione. Sul quale punto egli insiste a lungo e con efficacia. Forse non con sufficiente chiarezza; poiché non sembra che sia indiscusso il canone da lui esposto per conseguire la massima produzione: «Bisogna comprare all’estero solo le materie prime necessarie all’industria e ciò che è necessario alla vita alimentare. Il resto dobbiamo produrre noi stessi». È evidente che l’attuazione di questo canone è impossibile. Molte cose che non sono materie prime e neppure derrate alimentari non si possono o non conviene produrre in Italia; anzi, se comprandole all’estero noi riusciamo a dare in cambio cose da noi prodotte dov’è il danno? Noi possiamo comperare con vantaggio orologi all’estero e libri, se li comperiamo vendendo arancie o vino. L’essenziale non è di ostinarsi a comprare poco, o solo certe cose, sebbene di produrre molto e a buon mercato e di cose desiderate da altri. Quando ciò accada, potremo comprare quelle cose che a noi sembreranno più convenienti. Il vero problema della produzione è: migliorare i valori spirituali e morali del contadino e perfezionare l’abilità tecnica dei dirigenti e dei lavoratori, lo spirito di intrapresa, la sicurezza degli investimenti, sicché la produttività sia spinta al massimo. Il popolo italiano ha dimostrato coi sacrifici sostenuti e col valore suo in campo, di essere capace di innalzarsi: e questa sua capacità è la vera arra dei suoi progressi futuri.

 

 

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