Tratto da:

Rivista delle società commerciali

Il significato collettivista del disegno di legge sul contratto d’impiego

«Rivista delle Società Commerciali», gennaio 1913, pp. 5-8

In estratto:Roma, Tip. Bodoni, 1913, pp. 14[1]

 

 

 

La nostra Associazione, la quale con apposita circolare ha suscitato le osservazioni delle società intorno al disegno di legge sul contratto di lavoro nelle aziende praticate, si ripromette di interessati in più modi per ottenere che il progetto sia migliorato, mediante il concorso nella discussione così degli studiosi come dei diretti interessati. Verranno esposti nei prossimi fascicoli della Rivista i risultati della nostra inchiesta; intanto, pubblichiamo alcune notevolissime osservazioni dei professori Einaudi e Pantaleoni, ai quali naturalmente abbiamo lasciato la più ampia libertà di apprezzamento.

 

 

Non mancheremo poi di riassumere obiettivamente anche le critiche, le osservazioni ed i voti, cui da ogni parte ha dato luogo il progetto. Il significato collettivista del disegno di legge sul contratto d’impiego. La prima meraviglia nel leggere il testo e la relazione del disegno di legge sul «contratto di lavoro di impiegati di aziende private e commessi di commercio» si dovrebbe provare scorrendo la lista dei proponenti. Si dovrebbe, ho detto; poiché di fatto nessuno si meraviglia oggi in Italia nel vedere accomunati insieme socialisti e clericali, liberali e conservatori, proletari e capitalisti, intenti nel chiedere allo Stato le medesime «provvidenze»

 

 

Egli è che i nomi, di cui si fregiano i partiti e le associazioni di interessi, sono pure parvenze; i conservatori si guardano bene di essere tali e diventano «illuminati», i liberali dimenticano il senso etimologico della parola, onde si intitolano e si infervorano nel chiedere restrizioni alla libertà; i socialisti non hanno più ricordo della ironia pungente esercitata contro colora che criticano i loro schemi di organizzazione collettivista della società, delle proteste ripetute di non volersi occupare di un regime di là da venire, indefinito nei suoi contorni e sconosciuto nei particolari; e bravamente lavorano all’attuazione immediata dei postulati di quella organizzazione collettivista, a cui affettano di non dare più teoricamente alcun valore.

 

 

Sia detto con sopportazione di quelle anime candide che, se hanno l’etichetta liberale, gridano: «siamo tutti socialisti, se per socialismo si intende l’amore al prossimo, l’entusiasmo per le idee generose, la volontà di operare il bene a vantaggio degli umili»; o, se hanno l’etichetta socialista, procurano di non parlar mai dei piani collettivisti di riorganizzazione della società per non insospettire i buoni borghesi ed i piccoli proprietari campagnoli di cui sperano i voti: i fatti sono più forti delle parole, ed i fatti dimostrano che nell’Italia di oggi il ceto governante tende ognora più ad essere la burocrazia governativa, la quale vuole plasmare la vita economica del paese a sua somiglianza, così da trasformare a poco a poco una società fondata sulla concorrenza libera, sul contratto volontario in una società tutta diversa, dove i diritti di ognuno siano fissati dalle leggi, dove l’industria, il lavoro, il commercio si esercitino secondo regolamenti obbligatori, secondo direzioni venute dall’alto a «disciplinare» «regolare» «indirizzare» «frenare» l’attività individuale.

 

 

Questo è «ordinamento burocratico» della vita economica; ed è collettivismo vero e proprio, quel collettivismo, di cui persino i socialisti si vergognano di dichiararsi in teoria fautori, per evitare di dovere così rispondere alle critiche irrefutabili dei loro avversari; e che di fatto tutti, liberali e conservatori, socialisti e cattolici, industriali ed operai, accolgono ed attuano, pure sforzandosi, per addormentare la propria coscienza, di gridare nel frattempo: noi non facciamo opera di collettivismo, che sarebbe prematura o dannosa, ma unicamente risolviamo una questione urgente a norma delle opportunità momentanee o delle esigenze della umanità.

 

 

E non s’accorgono che, approvando il monopolio delle assicurazioni o l’istituto serico, il consorzio solfifero o la camera agrumaria, l’ordinamento del lavoro sul porto di Genova o l’equo trattamento dei ferrovieri, la legge sulle borse o quella sui farmacisti, la imposta sulle aree fabbricabili l’esercizio di Stato della navigazione tra il continente e le isole, l’elevazione a 12 mila lire del massimo di sussidio alle ferrovie private o la esclusione della concorrenza straniera nelle forniture governative, il regime doganale di favore nella Libia all’industria della madre patria od il sistema delle due tariffe nelle convenzioni commerciali, la produzione di Stato dei cavalli o l’impiego del risparmio nazionale ad opera dello Stato banchiere e dirigente ed inspiratore delle banche e casse private, sempre ed irrefutabilmente essi hanno riconosciuto col fatto, uno solo dei quali fatti vale mille volte di più di tutte le contrarie denegazioni dottrinali, che gli uomini in Italia non debbono operare, lavorare, dirigere imprese industriali e commerci, impiegare l’opera propria secondo che ad essi italiani sembra più conveniente; bensì debbono fare ciò che piace e nelle maniere in cui piace alla romana burocrazia legiferante.

 

 

Il che – dicasi ciò che si voglia da coloro i quali, convinti di malfare, vogliono spegnere gli ultimi deboli rimorsi della loro coscienza, affermando di fare cosa diversa da quella che in realtà fanno – chiamasi attuare oggi, ed attuare oggi è molto di più che predicare per un lontano avvenire, una organizzazione collettivista della società. Dal che si deduce che i veri collettivisti non sono quelli che si dichiarano tali, sibbene coloro, che, chiamandosi liberali e succedendosi al potere con siffatta etichetta, si sforzano, quanto meglio sanno e possono, ad adattare il verbo collettivista ai casi contingenti della vita odierna, estendendo ad uno ad uno ad ogni ramo indipendente di attività economica il tipo di organizzazione burocratica.

 

 

Dopo ciò, come indignarsi e maravigliarsi a proposito del disegno di legge sul «contratto di impiego privato»? Esso è sicuramente pessimo in sé medesimo, e non potrà non partorire conseguenze perniciose; ma per criticarlo bisogna porsi da un punto di vista perfettamente contrario a quello della corrente di idee che tanti trionfi ha mietuto e miete tuttodì nel nostro paese.

 

 

L’Italia economica, per quanto sta nel ceto governante, va ogni giorno collettivizzandosi. Non v’è provvedimento legislativo che non rechi traccie profonde di questo perverso processo di burocratizzazione o collettivizzazione. Come immaginare che un progetto di legge sul contratto di impiego privato, presentato dal nostro legislatore, possa essere qualcosa di diverso da una pietra miliare sulla strada, purtroppo non faticosa, che conduce al collettivismo perfetto! I fabbricatori del disegno di legge affermeranno sicuramente che io snaturo ed oltraggio le loro intenzioni, le quali sono unicamente di pietà e di solidarietà sociale; ma i fatti, si ripeta ancora una volta, valgono di più delle parole risonanti; ed il disegno di legge tende a trasportare nelle imprese private quel mirabile tipo di organizzazione collettivista, che è attuato nella burocrazia governativa.

 

 

Il concetto essenziale che la burocrazia ammira in se stesso e che il ceto governante italiano, che è emanazione della burocrazia, ammira in essa è il diritto al posto. Agli occhi del perfetto burocrata, è scandaloso che vi sia chi possa mandarlo via, sospendergli lo stipendio, punirlo, cessare di pagarlo quando egli non lavora,, costringerlo a pensare da se alla vecchiaia, agli infortuni, alle malattie, ai figli, ecc. L’uomo ha diritto alla vita: ecco il principio inspiratore di ogni ordinamento collettivista. La società deve procurare lavoro, ma sovratutto mezzi di vita ad ogni suo membro. Il qual obbligo per somma sventura ancora non si è potuto tradurre dallo Stato in atto per tutti i consociati; ma in parte già fu attuato per la minoranza di coloro che sono assunti a compiere le faccende che lo Stato ha fatto sue; onde ai pubblici impiegati è garantita sicurezza di carriera, organici, promozioni, vacanze, aspettative, pensioni di riposo, pensioni alle famiglie, ecc. ecc.

 

 

Non è uno scandalo che tutti coloro che sono impiegati in imprese private non godano i medesimi benefici? Non è irrazionale che vi possano essere ancora imprenditori così anarchicamente liberi nei loro comportamenti da avere il diritto di assumere, licenziare, promuovere a loro libito altri uomini al proprio servizio? Esercitare una impresa, in fondo, vuol dire esercitare un servizio pubblico poiché l’industriale e il commerciante altro non fanno che provvedere ai bisogni del pubblico[2]. Quindi lo Stato deve intervenire per constatare che i bisogni del pubblico siano soddisfatti con regolarità, con sicurezza, con uniformità, così come in una perfetta società collettivista è indispensabile.

 

 

Ora, come è possibile che l’imprenditore possa soddisfare con «regolarità» al suo «pubblico» ufficio, se gli impiegati suoi non sono sicuri della loro sorte, se su di essi è sempre sospesa la spada di Damocle del licenziamento, se essi possono perdere il posto quando diventano ammalati o invalidi, e, maschi, sono chiamati a servire sotto l’esercito, femmine, a dare figli alla patria? Come è possibile che un servizio pubblico sia, bene esercitato quando gli impiegati ad esso addetti non sono classificati in apposite gerarchie, così da sapere a priori quale è la parte riservata ad ognuno col progredire degli anni; e quali sono le sue garanzie contro il pericolo che, venendogli meno le forze e la capacita, egli sia retrocesso a funzioni più basse? Come è possibile che una gerarchia viva e prosperi, se i superiori hanno diritto di vita e di morte contro gli inferiori tutelati vogliono essere costoro da una legge la quale fissi il loro stato giuridico e stabilisca la procedura legale che dovrà essere eseguita e le cautele che dovranno essere osservate quando il superiore voglia punire una colpa che egli arbitrariamente allega essere stata commessa dall’inferiore.

 

 

L’industriale o commerciante non deve già essere secondo questa concezione burocratica, considerato come un imprenditore che a suo rischio e beneficio produce certi beni; bensì come un delegato provvisorio dello Stato, il quale per ora, occupato ad organizzare collettivamente talune forme di attività economica, consente ad affidare l’esercizio della maggior parte delle imprese a privati capitalisti; ma consente, imponendo ad essi dei vincoli che costituiscano un avviamento al futuro esercizio statale ed, avvicinando l’impresa privata all’impresa statale, possano rendere più agevole la sua assunzione graduale e futura delle imprese temporaneamente concesse alla privata impresa.

 

 

Così la divisione degli impiegati in tre categorie a seconda della dignità della loro funzione – prima categoria: institori, procuratori, rappresentanti a stipendio fisso, direttori tecnici ed amministrativi ; seconda categoria commessi viaggiatori, direttori o capi speciali di servizio e di grado equivalente; terza categoria: commessi di studio e di negozio ed altri impiegati di grado comune – spiana la via alla futura costituzione di imprese statali, le quali sono inconcepibili senza una gerarchia precisa e differenziata di direttori generali, capi divisione, capi sezione, primi segretari, segretari, ecc. ecc. -; non solo, ma mette in opera delle forze le quali tenderanno a rendere quasi fatale il passaggio progressivo delle imprese economiche dal tipo privato al tipo statale. Poiché, siccome impresa privata vuol dire libertà di movimenti, gerarchia mutevole ed instabile, variabilità di funzioni, inosservanza dei privilegi di anzianità, gli impiegati necessariamente saranno tratti a lagnarsi delle violazioni di legge commesse dall’iniquo capitalismo sfruttatore; la qual querela, quando muova dagli impiegati molto numerosi di imprese importanti, fu in passato e sarà in avvenire, causa di statizzazioni e di municipalizzazioni senza fine.

 

 

L’indole della burocrazia collettivista è anche contraria naturalmente al comando autoritario di un capo. La forma della monarchia assoluta è antipatica alla burocrazia, la quale vuole che i superiori siano vincolati da leggi e regolamenti e che il dovere dell’ubbidienza ai capi sia subordinato al diritto degli inferiori di conservare il proprio posto, contro la volontà dei capi.

 

 

 

Laonde si sono logicamente inventati gli stati giuridici, i quali impongono ai capi di comunicare agli inferiori i motivi delle punizioni e dei licenziamenti; né lasciano anzi comminare tali punizioni e licenziamenti senza un regolare e lungo processo. Il risultato più sicuro fu la scomparsa di ogni vestigia di ubbidienza e di disciplina nei pubblici uffici; cosa del resto logicissima in una società collettivista di uguali.

 

 

All’impresa privata, per natura sua insofferente di ogni vincolo, in cui il dirigente deve essere un monarca assoluto, un tiranno, un condottiero di masse tecnicamente ubbidienti, anche se libere nella condotta della vita privata e politica e nella contrattazione del prezzo dell’opera propria, oggi si comincia ad imporre l’obbligo:

 

 

1)    di dimostrare la colpa grave dell’impiegato quando lo si voglia licenziare senza previa disdetta;

 

2)    di dargli, in difetto di tale dimostrazione difficilissima, possibile solo dopo un defatigante processo, quando si abbiano le prove scritte o testimoniali di un fatto come la sfiducia morale od intellettuale che non si lascia provare, congrua disdetta ed indennità, crescente col crescere degli anni di servizio e con il progredire nella gerarchia per legge fissata;

 

3)    di prestare alla famiglia dell’impiegato defunto congrua indennità;

 

4)    di garantire all’impiegato continuità di salario, assicurandolo contro le variazioni stagionali e le interruzioni nell’esercizio dell’impresa;

 

5)    di assicurare l’impiegato contro le conseguenze delle malattie e dell’ invalidità cagionate dal servizio od esercizio dell’impiego;

 

6)    di pagare una speciale imposta affinché l’impiegato giovane possa attendere al servizio militare o l’impiegata feconda possa partorire senza nulla perdere della consueta paga.

 

 

Poiché l’impresa privata è insofferente di questi vincoli e troverà modo di sottrarvisi, invocando, malgrado la comminatoria di nullità pei patti contrari, le «disposizioni convenzionali» e le «consuetudini» ammesse d’art. 4 del disegno di legge, così nuovi formidabili argomenti saranno dati alla classe degli impiegati per chiedere e pretendere l’attuazione dell’unico rimedio possibile contro le continue violazioni di legge commesse a lor danno: il passaggio all’esercizio statale.

 

 

Cieco chi non vede gli effetti ultimi e fatali delle legiferazioni di cui l’odierno disegno di legge è un esempio tipico. Effetti che, per fortuna, non sempre si verificano. Non però per poca virtù delle leggi; sibbene per virtù degli sforzi grandissimi che dovranno poi essere fatti in avvenire per porre un argine, argine che pur troppo spesso si rompe, all’opera lenta e sicura dei principii primamente accolti senza riflettere dal legislatore per cosidetta bontà di cuore.

 

 

Bontà di cuore che invece è debolezza di fronte al clamore degli elementi meno buoni ed operosi dei vari ceti sociali. Se infatti le norme della legge ora proposta riuscissero vantaggiose sul serio alla classe che esse vorrebbero tutelare, nessuna obbiezione potrebbe essere rivolta al progetto solo perché esso è un avviamento al collettivismo, anzi è una parte del programma collettivista fin da oggi attuato. Il progetto invece negativo appunto per ciò che, come ogni altro avviamento al collettivismo, esso è inutile e dannoso agli operosi e vantaggioso ai burocrati; intendendosi per operosi coloro che danno, in cambio della paga ricevuta, un, lavoro che vale almeno altrettanto, i previdenti, i capaci; coloro che vogliono e sanno colle proprie forze salire in alto; e per burocrati coloro che valgono meno del salario percepito, che hanno bisogno del regolamento e della gerarchia per progredire, gli incapaci di risparmiare e bisognosi che lo Stato imponga altrui il risparmio a loro beneficio.

 

 

Gli operosi non hanno bisogno degli empiastri scritti dal legislatore collettivista, perché tutti gli imprenditori faranno a gara a tenerseli cari; nessuno penserà a licenziarli: e, poiché la gente valente è scarsa, otterranno promozioni senza chiederle, e da sé provvederanno alla famiglia ed alla vecchiaia. Aggiungo – ad evitare equivoci che operai ed impiegati «operosi» sono agli occhi miei non coloro i quali sono remissivi ed ossequenti di fronte all’imprenditore, per conseguirne grazie e favori; bensì coloro che valgono e che fruttano quanto sono pagati: e che per essere pagati bene sanno organizzarsi in leghe e trattare da paro a paro con gli imprenditori e costringere costoro a dare l’intiero prezzo di mercato dell’opera loro. Questi sono i veri «operosi»; e sono questi che, dall’interesse proprio e viemmeglio ove si diffonda l’educazione economica, gli imprenditori sono tratti a preferire.

 

 

I burocrati, che han d’uopo di essere tenuti in freno con la minaccia dei licenziamento e con la sicurezza di essere rimandati ad ufficio inferiore, quando si rivelino disadatti a quello più alto, sono incapaci altresì di costituire leghe che siano pronte a conseguire da sé i loro fini, e vogliono conseguire loro fini illeciti traverso alla pietà del legislatore. E sono fini illeciti ottenere garanzia di posto, di carriera; di indennità diverse coll’ausilio della pubblica forza. Poiché tutti questi vantaggi dati ai burocrati tendono a sminuire l’incentivo ai buoni di operare, a crescere le falangi della gente burocratica ed imprevidente, ad aumentare i costi delle imprese private al modo stesso del crescere che si operò e tuttodì si opera nelle imprese pubbliche. Ossia a crescere i costi della vita umana ed a diminuire la quantità di beni che gli uomini sanno creare a proprio beneficio.

 

 



[1] Col titolo Sul progetto di legge per contratto d’impiego [ndr]

[2] Non si dica che qui si estende troppo il concetto del servizio pubblico. A guadagnar bene, senza lasciarsi illudere dalle solite forme verbali, non diversa è la motivazione che vien data ogni volta che lo Stato assume qualche nuovo compito.

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