Il disegno di legge Majorana: tributi comunali ed imposta sull’entrata

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/01/1906

Il disegno di legge Majorana: tributi comunali ed imposta sull’entrata

«Corriere della Sera», 20 gennaio 1906

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 308-312

 

 

Il disegno di legge per il «riordinamento dei tributi comunali» ha avuto nel suo nascere parecchie disgrazie: principalissima quella che il Majorana non si trova più al banco dei ministri a difenderlo con convinzione e calore; e l’altra che egli forse non fu malcontento di andarsene dal palazzo di finanze, per non dover difendere con troppo calore un progetto riuscito troppo al di sotto delle sue prime aspirazioni riformatrici. Il rimprovero che i critici più affrettati hanno rivolto a questa postuma edizione degli intendimenti dell’on. Majorana, di essere una riforma timidissima ed anzi di essere a mala pena un invito ed una preparazione a riforme venture, contiene una constatazione di fatto, la quale non può essere certamente messa in dubbio. La constatazione di fatto – che la riforma del Majorana muta cioè assai poco alla legislazione attuale non può però condurre ad una condanna incondizionata dell’opera dell’ex ministro.

 

 

Premettiamo qualche ricordo. Discutendo della riforma tributaria in rapporto al problema meridionale, noi ci siamo posti qualche tempo fa alcuni quesiti: La riforma tributaria deve essere compiuta a base di traslazione o di sgravio delle imposte? E concludemmo che per quanto sottili artifici si volessero escogitare per trasferire da una classe ad un’altra gli attuali pesi tributari (sistema della traslazione), si dimenticava che in Italia tutte le classi sono troppo colpite dalle imposte; ed esprimevamo le nostre preferenze per la politica degli sgravi ossia della diminuzione, graduata e coordinata ad un fine voluto, dei tributi che più opprimono il consumo e la produzione. Il bilancio italiano presenta avanzi siffatti che si potrebbe benissimo in un decennio giungere alla abolizione di 100 milioni d’imposte. Sollevate così le condizioni dei contribuenti tutti, dato un impulso difficilmente immaginabile ai consumi e per conseguenza alle industrie, sarà possibile ed utile istituire una imposta generale sul reddito, la quale colpisca gli italiani divenuti più ricchi e meno tribolati da aliquote alte nelle imposte già esistenti. Oggi noi non vedremmo con simpatia il sorgere di un’imposta sul reddito la quale verrebbe ad aggiungersi, a sovrapporsi ad imposte sui terreni, sui fabbricati e sulla ricchezza mobile, le quali si trovano già con aliquote altissime, che sarebbe pericoloso aumentare.

 

 

Il disegno di legge Majorana che si impernia in apparenza sull’istituzione di una imposta sul reddito e non abolisce nessun tributo sui consumi, non dovrebbe dunque ricevere accoglienza benigna da noi che vogliamo una politica, che effettivamente riduca i pesi dei contribuenti e non si limiti a mutare il nome alle cose. Noi non eravamo tuttavia esclusivisti nelle nostre proposte; e non avremmo lesinato la nostra approvazione a propositi diversi dai nostri ed anche all’imposta sul reddito, che si diceva essere negli intendimenti del Majorana, purché finalmente si facesse qualcosa sul serio e purché si volesse fare opera utile. Purtroppo il disegno ora pubblicato è nato morto, sicché ci resta da vedere soltanto se esso sia intrinsecamente buono e tale da essere raccomandato ai reggitori attuali e futuri della pubblica finanza.

 

 

Un ministro delle finanze, al quale i colleghi non consentano di fare davvero qualcosa di nuovo, di iniziare una trasformazione tributaria importante e sentita dai contribuenti, può, per consolarsi del suo disinganno, accingersi ad un lavoro paziente di piccole modificazioni degli ordinamenti esistenti, in guisa da migliorarli dal punto di vista tecnico, da renderli più perfetti e più adatti a fornire alle finanze le identiche entrate di prima con minori attriti, e più giusta ripartizione dei pesi sui contribuenti. Questo tal ministro delle finanze dice al suo collega del tesoro: Voi non volete rinunciare ad un centesimo dei redditi fiscali odierni, o non volete sobbarcare lo stato a nessun sacrificio per migliorare le finanze comunali? E sia: io vi garantisco il reddito attuale; consentitemi soltanto di darvelo in maniera un po’ diversa, con ordinamenti meglio congegnati.

 

 

Nessuno, che sia in buona fede, – pure lamentando che i ministeri collettivamente non abbiano il coraggio di andare più in là e preferiscano al piccolo rischio delle riforme tributarie lo spreco certo degli avanzi di bilancio – può biasimare quel ministro delle finanze il quale almeno cerca di migliorare gli ordini attuali. Un congegno più perfetto servirà sempre meglio di un rozzo strumento quando in avvenire riformatori più audaci vorranno tentare nuove vie. Perciò noi non ci sentiamo di condannare il Majorana nei suoi propositi di paziente intarsio e di perfezionamenti tecnici. Egli ha visto, ad esempio, che in Italia su 8300 comuni ve ne sono ben 6437 che già fin d’ora applicano le due tasse di famiglia e di focatico, con un reddito nel 1905 di oltre 26 milioni di lire; ed osservando – ciò che del resto tutti gli amministratori e gli studiosi sapevano – che le due imposte sono male congegnate, hanno tariffe or troppo alte or troppo basse, non colpiscono i contribuenti in proporzione ai redditi, si prestano a diventare facile strumento di ire partigiane, ha detto: perché non migliorare queste due imposte e, dato che amendue colpiscono in fondo la stessa cosa, sostituirle con una sola imposta, sempre riservata ai comuni, detta imposta sull’entrata la quale sia regolata in maniera tecnicamente più perfetta? La sostanza non muterà perché i comuni che prima applicavano la tassa di famiglia o il valor locativo, in futuro applicheranno l’imposta sull’entrata; e quelli che non aveano mai voluto sapere delle prime, potranno anche lasciare stare da parte la seconda. Si avranno insieme parecchi vantaggi: i primi avranno a propria disposizione un congegno certamente più equo e produttivo di imposizione; ed i secondi appunto per ciò potranno indursi ad applicare un’imposta buona mentre prima si erano dimostrati riluttanti alle vecchie imposte imperfette. Che la nuova imposta sull’entrata sia migliore delle attuali tasse di famiglia e sul valor locativo, non c’è dubbio; il Majorana ha tenuto assai accortamente calcolo dell’esperienza paesana e straniera ed ha tessuto una trama che non diremo perfetta, ma che certo è assai migliore degli ordinamenti attuali. L’imposta normalmente lascia esenti i redditi inferiori alle 800-2500 lire a seconda dei centri di popolazione; colpisce i redditi tassabili con un’aliquota che va da un minimo di 0,50% per i redditi fino alle 2000 lire, ad un massimo di 5% per i redditi oltre le 200.000 lire; tien calcolo dei pesi, imposte, interessi ipotecari che gravano sui redditi; diminuisce l’imponibile per coloro che abbiano ascendenti, figli, o parenti stretti a proprio carico, ecc. ecc.; regola bene i rapporti fra i comuni dove i contribuenti risiedono e quelli donde essi ricavano i loro redditi, per evitare le doppie imposizioni e le ingiustizie a danno dei comuni rurali; stabilisce norme lodevoli per la risoluzione dei reclami e per il controllo dei contribuenti sugli organi tassatori, ecc. ecc. Leggendo gli articoli del disegno Majorana, si ha l’impressione che la nuova imposta sull’entrata sarebbe tecnicamente assai più progredita delle due vecchie imposte da abolire. Ripetiamo: ciò non può soddisfare coloro, i quali dall’imposta sull’entrata attendono mirabili cose; ma, mentre queste si invocano inutilmente dai ministri susseguentisi, perché non cominciare a dare ai comuni il mezzo di ordinare più equamente i tributi locali? L’esperienza, che si dice sempre essere la maestra della vita, insegnerà quale frutto i comuni abbiano saputo ricavare dall’imposta sull’entrata; ci dirà se essa possa opportunamente applicarsi a tutta Italia o solo all’Italia più ricca, fornirà insomma i dati opportuni per risolvere l’altro problema più momentoso dall’adozione di un’imposta di stato sull’entrata, la quale sarebbe davvero un’aggiunta, per il momento pericolosa, alle imposte attuali, mentre l’imposta Majorana non è se non una veste nuova più agghindata e piacevole data a nostre vecchie, se non care, conoscenze.

 

 

Nell’intendimento del Majorana l’imposta sull’entrata deve essere altresì come la leva di un movimento spontaneo riformatore nelle finanze comunali. Egli ha cercato di favorire il movimento con parecchie disposizioni proibendo, ad esempio, per il futuro in maniera assoluta di aumentare i limiti delle sovrimposte sui terreni e sui fabbricati; di imporre nuovi e maggiori dazi sui generi più necessari; consentendo di operare riforme daziarie, di ridurre le sovrimposte, la tassa sul bestiame e la tassa di esercizio e rivendite a quei comuni, i quali, per ottenere codesti scopi, si serviranno dell’imposta sull’entrata. Noi non possiamo qui fare una critica minuta – qualcuna presterebbe il fianco a critiche fondate – di tutte queste disposizioni. Il concetto informatore in sostanza è questo: Oggi i comuni si poggiano troppo sulle sovrimposte ai terreni e fabbricati, sui dazi di consumo e sulle tasse bestiame ed esercizi e rivendite. Tutti tributi codesti utili a colpire certe riforme di ricchezza, ma dannosi perché la loro pressione è stata spinta ad un punto eccessivo a danno sovratutto della proprietà fondiaria e dei consumatori. Bisogna che i comuni un po’ per volta ne riducano la pressione, abolendo i dazi più esosi e diminuendo le aliquote più alte. Ad agevolare loro l’impresa ardua offriamo l’imposta sull’entrata, meglio adatta a raggiungere il fine delle imposte di famiglia e sul valor locativo. In quella maniera il peso tributario, che oggi appare insopportabile perché preme eccessivamente sui consumatori, sugli agricoltori e sui proprietari (meglio si direbbe inquilini) di case, sembrerà più lieve perché una parte si sarà trasferita su tutti gli abitanti dei comuni che abbiano più di un certo reddito minimo (800 lire nelle campagne e 2500 nelle grosse città di più di 100.000 abitanti), in proporzione leggermente progressiva del reddito; e saranno costretti a pagare anche taluni che oggi danno ai comuni troppo poco, ad esempio i percettori di redditi mobiliari.

 

 

L’esperienza avrebbe detto se si sarebbero ottenuti i buoni risultati auspicati dal Majorana. Limitiamoci per ora a lamentare che le vicende parlamentari abbiano tolto la possibilità di ottenere quel miglioramento tecnico nelle imposte comunali sul reddito già esistenti che si sarebbe certamente ottenuto colla loro trasformazione in una imposta sull’entrata. Sarebbe stata una riforma utile e di puro tecnicismo tributario; ed è doloroso che in Italia si sia ridotti a lamentare che i ministri delle finanze non possano nemmeno dotare il paese di leggi più perfette per codificare meglio gli istituti esistenti.

 

 

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