Opera Omnia Luigi Einaudi

Il dovere dei ministri

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 20/07/1921

Il dovere dei ministri

«Corriere della Sera», 20 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 270-273

 

 

 

Le notizie pubblicate nei giorni scorsi intorno alla preparazione del programma ministeriale hanno dato anche stavolta la solita impressione: ministri preposti ai dicasteri dei lavori pubblici, dell’agricoltura, dell’industria, del lavoro, dell’istruzione, desiderosi di fare qualche cosa a pro dei gravi ed urgenti bisogni pubblici che sono ad essi segnalati dalle rappresentanze degli interessati; ma purtroppo costretti a limitarsi a studiare attentamente, poiché a spendere quanto sarebbe utile e desiderabile osta la resistenza insormontabile del tesoro. Il poco che si potrà ottenere sarà sempre assai inferiore al fabbisogno.

 

 

Che questo sia precisamente il discorso tenuto dai ministri a coloro che richiedono spese pubbliche, non si può affermare in modo reciso. Ma l’impressione che si ha dalle notizie dei giornali è quella. Fa d’uopo dire che sarebbe desiderabile nel momento presente di ricevere invece una impressione diversa? è innegabilmente un progresso vedere che i ministri offrono 100 a coloro che chiedono 500 o 1.000; ma quanto sarebbe più confortante sapere che un ministro, pur concedendo ciò che è la ineluttabile forzata conseguenza di concessioni fatte prima, non avesse l’aria di scusarsi di poter fare così poco; ma audacemente e sinceramente prendesse il toro per le corna e facesse pressapoco il seguente discorso:

 

 

Io non sono qui per aumentare la cifra di spesa del mio bilancio. Io non mi considererò soddisfatto se avrà potuto ottenere dal cerbero ministro del tesoro qualche milione di maggiori crediti a mio favore. È passato il tempo in cui un ministro dell’agricoltura o dell’industria poteva credere, forse anche in buona fede, di giovare all’agricoltura o all’industria ottenendo stanziamenti maggiori di spesa. Le cose sono profondamente cambiate. Ognuno capisce come un milione di lire iscritto in più nel bilancio dell’agricoltura, farà contento un certo numero di impiegati a cui assicurerà la promozione; soddisferà alle aspirazioni di qualche sodalizio desideroso di un maggiore sussidio annuo; farà sorgere qualche cooperativa, che con le sole sue forze non avrebbe saputo come andare avanti; equilibrerà meglio gli aiuti dati dallo stato alle organizzazioni bianche in confronto a quelle rosse. Ma che è tutto ciò appetto al danno arrecato all’agricoltura? In tempi di prosperità e d’imposte miti, il milione sarebbe stato pagato da strati di contribuenti provvisti di un forte margine tributario e poteva quindi darsi, quantunque non fosse probabile, che il sacrificio del pagamento fosse inferiore al vantaggio della spesa. Oggi, è certo il contrario. Il milione di maggiori spese bisogna ottenerlo mettendo imposte, le quali vanno ad aggiungersi ad altre già gravosissime, contro di cui tutti i contribuenti grossi e piccoli gridano per la loro insopportabilità. E poiché l’ora non è favorevole a nuove imposte, poiché, se anche queste fossero deliberate, sarebbe assurdo sperare in un effettivo maggior rendimento, così la conclusione è una sola: ogni spesa nuova non può essere sostenuta se non a prezzo di nuovi debiti. Sapete voi, che mi chiedete di spingere il ministro del tesoro a fare nuovi debiti, a quanto ammonta il debito pubblico italiano? Già alla fine di gennaio, che è l’ultima data a cui rimontano i conti del tesoro, il debito interno sommava a 86 miliardi e quello estero a 20.250.000.000 di lire. Se questo si dovesse pagare sul serio, al cambio medio di 350, sono altri 70 miliardi di lire-carta che andrebbero ad aggiungersi al debito interno. Pur tenendo conto solo di quest’ultimo, la cifra di 86 miliardi è formidabile; ma ancor più preoccupante è il fatto che nel solo mese di gennaio esso è cresciuto di 2.260 milioni di lire. Perché si son fatti tanti nuovi debiti, in un solo mese, ed in un mese di pace profonda? Perché i singoli ministri della spesa non hanno stretto abbastanza i freni; hanno seguitato a chiedere ed il ministro del tesoro è stato impotente a dir di no a tutte le domande. D’ora innanzi tutto ciò deve cessare. Altrimenti lo stato andrà, davvero, diritto al fallimento. Ogni onere di debito è sopportabile, quando si vegga chiara la fine dell’indebitamento. Si possono fare i conti, si può tracciare un piano finanziario, si possono paragonare gli oneri dei contribuenti alle spese probabili. Ma se il debito continua a crescere ogni mese, per cifre imprevedibili, ogni piano d’insieme è assurdo, ogni previsione è impossibile. Perciò, il primo dovere di noi ministri della spesa, è di resistere non solo alle nuove domande di spesa, ma di cercare economie. Verremmo meno al nostro compito, se noi non sapessimo effettuare economie effettive in ogni capitolo del bilancio, e se noi le economie fatte non le trasmettessimo intatte al tesoro. Tradiremmo il nostro dovere verso il paese, se noi non fossimo in grado di annunciare al paese una diminuzione di stanziamenti nel prossimo bilancio preventivo. Per parecchi anni, il merito di un ministro non si misurerà più sul modo come si sarà risposto alla domanda: «di quanto è cresciuto il suo bilancio durante il suo ministero?»; ma all’altra: «di quanto ha egli saputo diminuire le sue richieste ai contribuenti?»

 

 

Noi non sappiamo se si troveranno ministri decisi a riporre la loro gloria nello scemare la cifra del proprio bilancio. Sappiamo che soltanto quella sarebbe vera gloria. Dal canto nostro reputiamo di contribuire all’educazione del pubblico mettendo in luce tutta la falsità dell’opinione volgare per cui si è tratti a considerare come una vergogna la tenuità relativa dei bilanci dell’agricoltura, dell’industria e del lavoro. È una brutta moda quella per cui gli agricoltori si reputavano un tempo trascurati e danneggiati perché all’agricoltura erano destinati pochi milioni di lire ed oggi sono trionfanti perché il bilancio ordinario del 1921-22 reca 49 milioni di spesa e quello straordinario 11 milioni; ma ancor si lagnano perché sta indietro a quello del lavoro, che vanta 94 milioni in tutto, ed a quello dell’industria che sale a 74 milioni di spesa ordinaria ed a 1 miliardo e 547 milioni di spesa straordinaria. E dicono: «Che cosa sono i 60 milioni nostri, appetto ai 2 miliardi e 8 milioni della guerra ed agli 866 milioni della marina? Questi sono ministeri di distruzione. Noi invece ricostruiamo». Il ragionamento è vero quando dice che anche i ministeri della guerra e della marina spendono troppo, sovratutto per l’eccedenza delle spese fatte su quelle stanziate. Bisogna diminuire notevolmente anche le spese militari. Almeno però le spese militari sono di quelle che nessun altro, fuorché lo stato, può fare; che è necessario fare, se non si vuole distruggere lo stato e far venir meno l’indipendenza del paese. Invece, le spese del bilancio dell’agricoltura e degli altri ministeri economici sono tali che, molto spesso, se non le facesse lo stato, le farebbero molto meglio i privati. Sono spese le quali spesso hanno per risultato di impedire ai privati di fare; il cui sugo consiste non di rado nel permettere a funzionari pubblici di disturbare la produzione ed alla lunga diminuirla. Quelle spese sono per l’agricoltura un danno emergente per l’onere di imposte che arrecano ed un lucro cessante per i fastidi e gli inciampi che l’azione dello stato reca ai produttori.

 

 

Con ciò non si vuole affermare che tutto sia dannoso nelle spese dei ministeri economici. Lo stato ha in questo campo funzioni importanti e preziose di istruzione, di tutela delle condizioni igieniche e sociali del lavoro, di regolamento della proprietà industriale e mineraria. Appunto perciò, un ministro di buona volontà può guadagnare allori e cooperare seriamente al progresso della produzione ed alla tutela del lavoro, rinforzando i servizi necessari, resecando gli inutili e riuscendo ancora da ultimo a dare non scarso contributo alle economie oggi necessarie per il tesoro.

 

 

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