Il dovere del governo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/09/1921

Il dovere del governo

«Corriere della Sera», 20 settembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1963, pp. 368-370

 

 

 

Si conferma che i ferrovieri stanno trattando in questo momento per la concessione di competenze accessorie. Non si sa precisamente a quanto ammontino le loro domande né precisamente su che cosa esse vertano, se su competenze nuove ovvero su rinnovazioni di vecchie indennità trasformate od assorbite in occasione degli organici e delle tabelle nuovamente concesse ai ferrovieri.

 

 

Importa del resto relativamente poco conoscere i particolari delle richieste, le quali da taluno si fanno persino ammontare a parecchie centinaia di milioni di lire all’anno. È in giuoco una questione di principio, la quale non ammette eccezioni o ricerche di particolari. Il bilancio dello stato italiano è in deficit di almeno cinque miliardi di lire; ed una delle cause principali del disavanzo sta precisamente nel crescente onere degli stipendi pagati ai pubblici impiegati. L’onere minaccia di crescere in conseguenza della legge sulla burocrazia, della quale la sola cosa sicura è che essa concede un aumento di stipendio agli impiegati, mentre sono incertissime le economie con le quali si intende provvedere all’aumento di stipendio.

 

 

«Che cosa monta – replicano o sembra di sentir replicare i ferrovieri – che cosa monta tutto ciò? Forse che la parziale giustizia resa ad altri importa che uguale giustizia sia negata a noi? Le competenze accessorie ci sono dovute; esse sono un giusto complemento del nostro salario fisso. Non noi dobbiamo provvedere ai mezzi di pagamento; ma voi stato imprenditore delle ferrovie. I mezzi di provvista non ci riguardano. Ben sappiamo soltanto che noi siamo decisi a lottare fino all’ultimo per il conseguimento del nostro diritto».

 

 

Ecco. In materia di salari e di guadagni non si può mai parlare di diritti. Lo sanno tutte quelle imprese le quali, dopo avere guadagnato assai negli anni scorsi, ora perdono e non di rado falliscono. I vari interessati in una industria non possono pretendere se non ciò che il pubblico utente è disposto a pagare. E quando il pubblico, dinanzi a un aumento di prezzo, compra di meno o addirittura cessa di comprare, non c’è diritto che valga. Segno è che i servizi degli interessati non sono considerati dai consumatori degni di un compenso maggiore o che forse il compenso deve essere ridotto. È ciò che sta accadendo di questi giorni in tante industrie. Gli azionisti devono rassegnarsi a rinunciare ai dividendi od a riceverli diminuiti; gli operai debbono consentire a falcidie sul salario, perché altrimenti il pubblico non acquista più la merce che essi mettono sul mercato, e non l’acquista perché ritiene che il prezzo sia superiore al pregio della merce ed alla possibilità per esso di acquistarla.

 

 

Perché i ferrovieri vorrebbero sottrarsi a questa esigenza del momento presente? Forse perché essi non contano soltanto sui viaggiatori e sugli speditori di merci; ma fanno il conto che, sebbene il bilancio delle ferrovie si saldi con un disavanzo enorme, c’è pantalone che paga e basta intimorire ministro dei lavori pubblici e gabinetto con la minaccia dello sciopero per indurli a dare un giro di vite al torchio tributario?

 

 

Badino che il torchio è arrugginito e che il giro di vite non funziona più. Il malcontento negli altri impiegati dello stato è divenuto vivissimo appunto a causa del confronto odioso coi ferrovieri, i quali godono stipendi e competenze assai superiori a quelli di cui sono provveduti gli impiegati statali in genere. Aumentare ancora la spesa pubblica non si può, perché è impossibile crescere ancora la pressione tributaria. È ignoto come si farà a colmare il disavanzo che già esiste. Solo col tempo e con sforzi immani si potrà riuscire a risolvere il problema. È già un passo pericoloso, tremendamente pericoloso l’aumento ultimo concesso agli impiegati per avvicinarli ai ferrovieri. Giustizia strettissima vorrebbe che gli stipendi di costoro fossero ridotti per ottenere la equiparazione compiuta. Ed invece essi colgono il bel momento per chiedere altre competenze!

 

 

Sarebbe saggia cosa che i dirigenti delle organizzazioni ferroviarie cercassero di impedire provocazioni irritanti di questo genere all’opinione pubblica. Il pubblico paga ad alto prezzo i servizi ferroviari; ed i servizi ottenuti in cambio sono mediocri o pessimi: treni che ritardano, orari allungantisi, merci che arrivano deperite o inservibili, furti frequenti, sporcizia nei treni, nelle stazioni, sui piazzali, indisciplina e tracotanza in molti di coloro il cui ufficio è di servire il pubblico. In queste condizioni è ragionevole provocare l’indignazione universale chiedendo nuovi privilegi in aggiunta a quelli antichi? Privilegi, il cui effetto sarebbe di inquietare nuovamente le altre categorie di pubblici funzionari, provocare nuovi malcontenti e nuove richieste, appunto quando le entrate dello stato qua e là cominciano a dar segno di debolezza e in ogni caso aumentano con passo troppo lento in confronto alla grandezza del disavanzo.

 

 

No, il governo non può avere la menoma esitazione nell’opporre un fermo rifiuto alle richieste di aumento di spesa da parte dei ferrovieri. Bisogna avere il coraggio di riflettere alle conseguenze disastrose di nuove concessioni. Abbiamo la lira a 22 centesimi-oro. Ma se il governo si dimostra debole, la vedremo cader più giù. Farà la fine del marco tedesco che oggi vale meno di 5 centesimi-oro. Bisogna che il governo resista nell’interesse medesimo dei ferrovieri, a cui non giova regalare centinaia di milioni quando ciò voglia dire il dimezzamento della potenza d’acquisto dello stipendio attuale. La fermezza è oggi il primo dovere del governo.

 

 

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