Il dovere del vivere sobrio

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/05/1915

Il dovere del vivere sobrio

«Corriere della Sera», 28 maggio[1] e 6 settembre[2] 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 192-202

 

 

I

Ora che la guerra è cominciata, diventa concreto il problema, che, già presente agli italiani, non ancora doveva essere risoluto senza indugio: come ci dobbiamo comportare nelle faccende ordinarie della nostra vita materiale ed economica?

 

 

Una formula ebbe grande voga in Inghilterra nei primi otto o nove mesi della guerra:

 

 

operate e vivete come se la guerra non fosse; attendete tranquillamente ai lavori vostri e continuate serenamente nel vostro genere ordinario di vita e di spese, senza preoccuparvi della guerra. In tal modo voi servirete il vostro paese; il quale ha d’uopo che il meccanismo della vita economica funzioni regolarmente e senza scosse, che la terra seguiti a fruttificare, che le industrie lavorino in pieno, che il traffico segua le sue vie, e che il popolo non sia malcontento per la disoccupazione.

 

 

L’esperienza dei primi nove mesi di guerra ha dimostrato che la formula, sebbene contenesse una parte di verità, non era compiuta e poteva diventare pericolosa. Nell’Inghilterra stessa, l’opinione pubblica ha dovuto persuadersi che la vita ordinaria della popolazione doveva mutare per adattarsi alle necessità urgenti e pressanti della guerra; e che un non piccolo coefficiente di vittoria stava appunto nella capacità del popolo di adattarsi alle mutate condizioni ed esigenze della vita in tempo di guerra.

 

 

Sì, fa d’uopo che ognuno, il quale non sia chiamato sotto le armi, continui a lavorare nel suo mestiere e nella sua professione; e questo è certo il miglior modo per servire il paese. Gli industriali, i commercianti, i professionisti, gli agricoltori che attenderanno con la consueta cura ai propri lavori e negozi, contribuiranno a far funzionare senza scosse il meccanismo della vita del paese; e daranno opera alla vittoria; meglio che non abbandonando il proprio mestiere ed offrendo la propria collaborazione a servizi bellici, od ausiliari, a cui possono essere disadatti.

 

 

Lavorare come prima tanto meglio si può, in quanto il governo, fin dal primo momento, ha veduto che importava dare opera a promuovere il proseguimento regolare della vita economica. Niente moratoria, la quale avrebbe perturbato grandemente gli affari e gettato il seme del dubbio e dell’incertezza; bensì larghe anticipazioni a banche ed a consorzi per consentire loro di effettuare rimborsi e di concedere prestiti su titoli e su merci. Rassicurati e fiduciosi, gli industriali, i commercianti e gli agricoltori, non debbono sostare neppure un giorno dalle consuete faccende e dai lavori ordinari.

 

 

Ma lavorare come prima non basta. Bisogna lavorare meglio e più di prima. In un momento in cui milioni di uomini robusti e giovani sono chiamati a difendere il paese, occorre che il vuoto lasciato dalla loro chiamata sotto le bandiere non sia avvertito. I comitati di preparazione che sono sorti in tante città e si stanno costituendo nelle campagne fanno e faranno opera benemerita se contribuiranno a far penetrare nella mente e nel cuore di tutti gli italiani il convincimento che ognuno deve lavorare meglio e più di prima. Ognuno stia al suo posto; ma dia opera con raddoppiato zelo al lavoro di tutti i giorni. Il contadino sappia che se, coll’aiuto delle donne, dei ragazzi, dei vecchi di casa sua, riuscirà, in assenza del figlio soldato, a portare in salvo il fieno e le messi, a curare le viti, ad allevare il bestiame, egli si sarà reso benemerito della patria. L’impiegato pensi che le pratiche d’ufficio debbono ora essere definite ancor più rapidamente di prima, sebbene parecchi suoi colleghi siano stati richiamati. Volendo, è sempre possibile far in modo che il lavoro sia sbrigato: si viene più presto in ufficio, si va via più tardi e non si pensa ad altro che al lavoro che deve essere fatto. Né si chiedano compensi per ore straordinarie. L’operaio sappia che il successo della nobile e dura impresa nazionale dipende anche dalla diligenza del suo lavoro, dall’essere egli pronto a sacrificare ogni svago, e talvolta a rinuncIare alla domenica, pur che il lavoro si faccia.

 

 

Lavorare come prima non sempre però è possibile. Vi sono industrie, di cui lo smercio diminuisce o cessa in tempo di guerra. Sono le industrie di lusso, quelle le quali lavorano per le cose non indispensabili all’esistenza. Sarebbe strano che lo stato, mentre deve rivolgere i suoi sforzi più intensi alla condotta della guerra, disperdesse i suoi mezzi finanziari nella medesima quantità, ad esempio, di lavori pubblici di prima. Gli operai e gli industriali addetti a questi lavori chieggano che sia fatto ogni sforzo affinché sia impedita la loro disoccupazione; ma si rassegnino a mutare genere e località di lavoro. I servizi ausiliari della guerra, le officine di armamento e di riparazione, le fabbriche di forniture militari avranno tali urgenze di lavoro che i disoccupati potranno facilmente trovar lavoro. Occorre che essi si adattino a compiere quei lavori che sono necessari e non si agitino per ottenere la prosecuzione di opere utilissime in tempo di pace, ma prorogabili in tempo di guerra. La guerra ha messo forzatamente in vacanze molti professori e ridurrà molto il lavoro dei professionisti. Già si sono costituiti comitati di questi «intellettuali» per avvisare ai mezzi di scrivere opuscoli, fogli volanti, di tenere letture e fare propaganda per innalzare il tono e lo spirito di sacrificio del paese. Molte cose utili si possono fare in questo campo, purché non si faccia della rettorica: spiegare ai soldati perché essi sono chiamati a combattere, quali sono le regole igieniche che devono osservare per non cadere vittime di malattie evitabili, organizzare invii di giornali e di libri ai soldati nelle trincee. L’esperienza fatta da ambe le parti nelle trincee di Francia e del Belgio ha dimostrato che i soldati sono avidissimi di letture e di quanto possa ricordare loro i parenti, gli amici ed i cittadini della patria per cui combattono.

 

 

Sì, fa d’uopo che ognuno continui a spendere quanto spendeva prima. Ma non come prima. Sarebbe un delitto verso la patria. Non forse la guerra ha dimostrato la necessità di sopprimere o di ridurre al minimo il consumo di bevande alcooliche? A tacer della Russia, che ha dato al mondo il magnifico esempio di un governo il quale rinuncia ad un’entrata netta di forse 1 miliardo e 800 milioni di lire, pur di sopprimere il flagello dell’alcoolismo; dappertutto, in Germania, in Francia, in Inghilterra i governi hanno fatto sforzi perseveranti per ridurre il consumo delle bevande alcooliche. E come delle bevande, così sarebbe necessario ridurre il consumo di tutto ciò che non è necessario per l’esistenza. Ognuno giudichi e valuti per conto suo le necessità della vita. Ma chi spendeva 100, rifletta che egli ha il dovere di ridurre la spesa, quando lo possa fare senza detrimento della sua salute fisica, a 90 ad 80 a 70 per consacrare il risparmio a spese pubbliche. La spesa più urgente che oggi ogni cittadino consapevole deve fare è quella dell’imposta. Pagare puntualmente le imposte dovute vuol dire soddisfare oggi ad una spesa altrettanto urgente come quella del pane o della minestra e certamente più urgente di quella da farsi per un vestito nuovo, od una scampagnata domenicale o per la villeggiatura. Chi può, rinunci quest’anno alla villeggiatura; e si dia dattorno per fare qualche cosa lungo i mesi estivi. Talvolta, il modo migliore di rendersi utile sarà di attendere alla sorveglianza dei lavori di campagna, quando fattori e contadini siano sotto le armi. In tal caso, quando la collaborazione agricola sia una cosa seria, anche la villeggiatura potrà moralmente essere spiegata. Altrimenti sarebbe una spesa deplorevole e dannosa.

 

 

Tutto il margine di risparmio ottenuto sulle spese sia dato allo stato. Le guerre costano; e costerà gravi sacrifici di uomini e di denari anche questa nostra guerra per la liberazione d’Italia. Un prestito sarà necessario per somma grandiosa. Tutti devono sottoscrivere, anche con piccole quote; e tutti devono fare ogni sforzo affinché nella spesa dell’anno entri l’acquisto di qualche cartella del nuovo prestito nazionale. Nel suo ultimo discorso sul bilancio, il signor Lloyd George disse che quest’anno gli inglesi devono risparmiare il doppio degli anni scorsi: 800 milioni di lire sterline invece di 400; 20 miliardi invece di 10 miliardi di lire italiane. Così dovrà avvenire, mutate le cifre, anche in Italia.

 

 

Resecate le altre spese; ma tenetevi pronti a dare allo stato quanto più potrete! è in gioco la ragione più alta della nostra vita, e della vita dei nostri figli e nepoti; ed in confronto a ciò, appaiono ben piccola cosa le rinunce a qualche godimento materiale od intellettuale!

 

 

Né si tema, così operando, di favorire la disoccupazione. Senza volere fare discussioni troppo precise e minute, è chiaro che tutto ciò che noi forniremo allo stato a titolo di imposta o di prestito convertirà immediatamente in domanda di merci e di prodotti utili all’esercito e quindi in domanda di lavoro. Dopo, ritorneremo a impiegare i nostri mezzi, gli uni nello spendere, gli altri nel migliorare terre o fabbricare case. Per ora, tutti gli italiani debbono rinunciare a qualunque altra meta che non sia la difesa della patria comune.

 

 

Così hanno fatto, è d’uopo dirlo anche ora, i tedeschi; e ciò ridonda a loro grande onore. Così dobbiamo fare pure noi, se vogliamo dimostrare al mondo che la nostra causa è giusta. Una meta così alta, come il compimento della unità d’Italia, non si tocca senza dolore e sacrificio. Affrontiamoli con cuore saldo e coi nervi tranquilli; e la meta sarà raggiunta. Se avremo fiducia in noi stessi, la battaglia sarà vinta; e sia fiducia senza jattanza, austera e piena.

 

 

II

 

Quanto più la guerra procede, tanto più cresce l’importanza della campagna a favore dell’economia iniziata dai più autorevoli giornali inglesi, fatta propria dal governo di quel paese, ed a cui anche in Italia si rivolge oggi il consenso crescente dell’opinione pubblica. Dall’osservanza della più rigida economia ha finora tratto gran giovamento sovratutto la Germania, la quale deve ad essa se ha sentito scarsamente gli effetti del blocco alimentare ordinato ai suoi danni dall’Inghilterra; il pane kappa, il razionamento della popolazione la campagna per utilizzare i rifiuti della cucina e della casa recarono notevole vantaggio alla resistenza economica tedesca contro gli alleati. E poiché le risorse economiche non sono inesauribili in nessun paese, neppure in Inghilterra, è naturale che anche lì si sia ripetuto il grido: fate economia! Dal successo di questa campagna dipende, più che non si creda, la capacità di resistenza bellica delle nazioni alleate. Se l’Inghilterra deve mantenersi in grado di aiutare finanziariamente i suoi alleati, uopo è che essa riduca al minimo i suoi acquisti all’estero a scopo di consumo ed il consumo medesimo delle cose prodotte all’interno; così da diminuire la formidabile e crescente sbilancia commerciale, e da frenare l’ascesa del cambio, che anche là comincia a farsi sentire. Da un calcolo istituito dal signor Hobson nell’ultimo numero dell’«Economic Journal» risulta che nei primi nove mesi di guerra l’Inghilterra dovette vendere circa 125 milioni di lire sterline (3 miliardi e 350 milioni di lire nostre) di titoli stranieri da essa posseduti per provvedere allo sbilancio economico causato dalla guerra. Se non si pone riparo con l’economia agli eccessivi dispendi, arriverà il giorno in cui le vendite dovranno essere aumentate molto al di là di questa cifra ed il mercato nordamericano sarà incapace di assorbire le enormi partite di titoli venduti. Di qui il fervore con cui uomini di governo, giornalisti, propagandisti vanno inculcando agli inglesi la necessità di porre un freno alle loro abitudini spenderecce.

 

 

È un appello, il quale deve, anche fra noi, essere rivolto a tutte le classi sociali. Alle classi alte, ricche ed agiate in primo luogo. Non si lascino esse trarre in inganno dal pregiudizio comunemente diffuso che sia loro dovere di spendere molto per dare lavoro alle masse operaie. Questo dello «spendere per dare lavoro» è un pregiudizio erroneo sempre, e massimamente in tempo di guerra. Gli economisti non affermano che gli uomini siano meritevoli di lode solo quando risparmiamo e siano biasimevoli sempre quando spendono il loro reddito. Ognuno impiega i propri redditi nel modo che ritiene più opportuno; e dal punto di vista economico è fuor di luogo affermare che l’atto del risparmiare sia più virtuoso dell’atto del consumare. Per raggiungere il fine di un progresso economico generale, di un miglioramento costante nella produzione della ricchezza e nel tenor di vita degli uomini, è necessario che sia serbato un certo equilibrio fra il consumo ed il risparmio; fa d’uopo che, per risparmiare denaro, non si riducano gli uomini alla macilenza fisica ed alla sordidezza intellettuale e morale; e d’altro canto non si consumi tutto il reddito in godimenti presenti, occorrendo provvedere all’avvenire. Queste sono verità ovvie; ma non è inutile insistere sul punto che il ricco, il quale spende tutto il suo reddito e forse parte del suo patrimonio, non acquista perciò alcuna maggiore benemerenza, verso i poveri, di colui che risparmia.

 

 

Apparentemente il ricco spendaccione sembra meritevole di maggiore lode dell’avaro parsimonioso; ed invero egli è lodato da servitori, camerieri, cocchieri, negozianti, parassiti, come colui che sa spendere i propri denari a beneficio altrui. Costoro guardano con disprezzo al ricco avaro che tesaurizza e pone in serbo i suoi denari, rifiutando di farne partecipe altrui. In realtà, tutti sanno che questa è solo l’apparenza delle cose. Nel mondo moderno, in cui nessuno tesaurizza in realtà – chi usa ancora riporre sottoterra i denari messi in serbo? – ma tutti risparmiano, risparmiare vuol dire portare i propri denari alla banca o cassa di risparmio o comprare titoli o fare mutui altrui o comprare terre o case. E poiché banche e casse di risparmio non tengono inutilizzati i depositi, ma li danno a mutuo ad industriali, commercianti, comuni bisognosi di compiere opere pubbliche ecc. ecc.; risparmiare vuol dire fare «domanda di lavoro» altrettanto e forse più di quanto non accada consumando. Le 1.000 lire consumate impiegano gli operai che tessono panni o macinano il grano: ma, senza le 1.000 lire risparmiate, industriali tessitori e mugnai non avrebbero potuto fare le provviste di lana o di frumento, o comprare le macchine senza di cui il lavoro sarebbe stato impossibile.

 

 

La quale verità acquista maggior forza in tempo di guerra. Supponiamo vi sia taluno in dubbio se gli convenga acquistare un’automobile ovvero mettere in serbo i denari per la sottoscrizione di cartelle del futuro prestito nazionale. Quali sono le conseguenze delle due diverse maniere di agire? Dannose alla generalità nel primo caso, utili nel secondo. Se egli acquista l’automobile, avrà la scelta fra una marca nazionale od una marca estera. È quasi certo che egli non potrà comperare un ‘automobile nazionale, tutta la produzione interna essendo accaparrata per le necessità militari. Quando vi riuscisse, sarebbe a danno del paese; il quale ha interesse che tutti gli operai ed i capitali dell’industria automobilistica siano impiegati a crescere la resistenza contro il nemico. Egli, aumentando la domanda di maestranze e di materiali così necessari, ne aumenterebbe il prezzo e crescerebbe quindi il costo della guerra per lo stato. Né meno dannoso all’interesse nazionale sarebbe l’acquisto dell’automobile all’estero. Egli dovrebbe pagare all’estero 10 o 20.000 lire e crescerebbe d’altrettanto il debito commerciale dell’Italia verso l’estero. Colla sua azione egli:

 

 

  • impedirebbe all’Italia di acquistare frumento o munizioni da guerra per altrettante somme; ovvero
  • provocando una nuova domanda di divisa estera, farebbe crescere l’aggio dell’oro sulla carta – moneta e contribuirebbe al crescere del prezzo dei cereali, delle carni, delle lane, delle munizioni e di tutte le cose le quali noi dobbiamo comperare all’estero.

 

L’azione di chi compra un’automobile all’estero, come di chi acquista gemme, brillanti, pizzi, vestiti, stoffe di lusso, libri, di cui la lettura è prorogabile, deve dunque essere reputata nociva alla patria. Osservazioni simili si possono fare per i nuovi impianti industriali, edilizi, per i lavori pubblici prorogabili e non ancora iniziati. Crescono, per queste richieste facilmente prorogabili, i prezzi del legname, del ferro, del cemento e di molti altri materiali, di cui il governo ha gran bisogno per le sue occorrenze militari; si distolgono gli operai dall’accorrere a quelle fabbricazioni di panni, di materiali bellici ed a quelle colture dei campi che sono necessarie ed urgenti nel momento attuale. Colui, il quale rinuncia all’acquisto dell’automobile od a qualunque altra spesa, anche di cibo o di vestito, prorogabile od evitabile, compie invece opera utile al paese. Il suo risparmio, consegnato allo stato in cambio di cartelle del prestito nazionale, è dallo stato impiegato forse ugualmente nell’acquisto di automobili o nel riattamento di strade, nell’ampliamento di stazioni ferroviarie o nella costruzione di ponti o di tronchi di ferrovie e quindi è rivolto a richiesta di lavoro nella stessa misura che s’egli consumasse quella somma. Ma le automobili, le stazioni, le opere pubbliche compiute o comprate dal governo servono al fine pubblico della difesa nazionale e non al fine privato di un godimento personale, che nel momento presente è dissolvitore.

 

 

Né è minore il dovere di fare economia per le classi più numerose. Purtroppo, la utilizzazione delle varie sostanze alimentari è imperfettissima nelle masse operaie. Nelle campagne si utilizzano discretamente i rifiuti con l’allevamento di porci, di conigli, di volatili da cortile; ma nelle città si comincia appena adesso a comprendere quali vantaggi si potrebbero ricavare dall’allevamento, anche in piccole proporzioni, di conigli per la produzione della carne e delle pelli. Molta strada potrebbe farsi nelle città altresì con la utilizzazione orticola di tutti gli spazi vacanti, delle aree fabbricabili, che ora non danno alcun frutto a nessuno. Del pari la diffusione di opportune regole di cucina gioverebbe ad insegnare alle madri di famiglia operaie la possibilità di trarre partito da molte sostanze alimentari ora malamente cucinate e di utilizzare gran parte di quelli che sono considerati rifiuti. Si pensi che ogni chilogrammo di farina o di carne consumato in meno o meglio utilizzato è un minor debito del paese, è un prolungamento della nostra capacità di resistenza militare!

 

 

Anche nelle file dell’esercito combattente la campagna per l’economia potrebbe essere feconda di utili risultati. Da lettere ricevute ho ricavato l’impressione che la razione di pane e di carne assegnata ai soldati nella zona di guerra sia in molti casi individuali esuberante. Da un punto di vista generale è bene far così: ma ad evitare sprechi costosi, sarebbe saggio consiglio promuovere tra i soldati l’economia, incoraggiando con opportuni riacquisti l’utilizzazione delle razioni rimaste da consumare.

 

 

Il ritorno della pace sarà accompagnato da uno stato di prosperità economica solo se durante la guerra si sarà diffusa ed accentuata l’abitudine della economia e del risparmio. Ho già altra volta notato come, in tutti i paesi belligeranti, la guerra abbia dato luogo a fenomeni di apparente prosperità economica, dai quali importa non lasciarsi suggestionare. Una parte invero del capitale già risparmiato viene ora mutuata allo stato, il quale la spende di giorno in giorno per la condotta della guerra e la converte così in reddito dei suoi ufficiali, dei suoi soldati, dei suoi fornitori, dei suoi creditori. Ciò che era capitale si trasforma in reddito; e cresce così la quantità delle cose che gli uomini ritengono di potere spendere. Guai a ritenere che sul serio i redditi sieno aumentati permanentemente e sia aumentata la spesa che gli uomini possono fare senza pregiudizio del loro patrimonio! Finita la guerra e finite le spese straordinarie dello stato, i redditi torneranno ad essere quelli di prima. Anzi saranno minori, perché fu consumata una parte del capitale che era stato precedentemente risparmiato e questa parte non può più essere impiegata alla produzione di nuove ricchezze. Fa d’uopo perciò, se non si vuole che il benessere generale scemi al ritorno della pace, che durante la guerra si cerchi di fare la maggiore economia possibile, in guisa da ricostituire i risparmi distrutti per la condotta della guerra. Supponiamo che la guerra costi all’Italia 6 miliardi di lire. Una parte di questi 6 miliardi sarà coperta con i redditi dell’anno, i quali, invece di alimentare operai, contadini, redditieri, alimenteranno soldati, ufficiali, lavoratori nelle fabbriche di munizioni. Una parte sarà prelevata però sul capitale già esistente; ed e questa parte che occorre ricostituire con nuovo risparmio, affinché alla fine della guerra le banche e le casse di risparmio non si trovino nella impossibilità di soddisfare le richieste degli industriali, commercianti, agricoltori bisognosi di capitale circolante.

 

 

Per fortuna, il rialzo nel saggio dell’interesse, cagionato dalle fortissime richieste di somme a mutuo da parte degli stati belligeranti, incoraggia a risparmiare di più. Non forse tutti i risparmiatori, ma certamente parecchi di essi sono maggiormente spinti a risparmiare quando sperano di ottenere un interesse del 5%, piuttostoché solo del 3,50%. È questa una delle principali ragioni per cui i mali cagionati dalle guerre del passato si sono curati più rapidamente di quanto non prevedessero i pessimisti. Nel mondo economico molte malattie provocano il proprio rimedio. Grazie al rialzo del saggio dell’interesse, il risparmio, invece di limitarsi ad un miliardo all’anno, cresce ad uno e mezzo e forse due; sicché in breve volgere di anni le ferite della guerra sono rimarginate. Gli uomini si sono stretti un po’ la cintola, hanno cambiato meno frequentemente vestiti e calzari, si sono divertiti di meno ed hanno risparmiato di più. Il ritorno ad abitudini più frugali di vita non deve però essere considerato soltanto una «dolorosa» necessità. Sotto molti rispetti esso è un beneficio economico e morale. Importa persuaderci che, risparmiando noi non compiamo solo un atto necessario ed economicamente vantaggioso. Così operando, noi adempiamo ad un dovere verso la patria e contribuiamo al perfezionamento morale delle future generazioni.

 

 


[1] Con il titoloIl dovere degli Italiani nel presente momento economico. Tradotto in francese con il titolo Le devoir des Italiens dans le moment présent, in: Voix italiennes sur la guerre 1914-1915, Paris, Berger-Nancy, Levrault, 1915, pp. 37-38 («Pages d’histoire 1914-1915»). Ristampato in Prediche, Laterza, Bari, 1920, pp. 49-54. [ndr]

[2] Con il titolo, Il dovere della fiducia.Ristampato col titolo II dovere degli Italiani durante la guerra, III, in Prediche,Laterza, Bari, 1920, pp. 54-59. [ndr]

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