Il dovere dell’Italia nel conflitto tra Cile ed Argentina

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 23/12/1901

Il dovere dell’Italia nel conflitto tra Cile ed Argentina

«La Stampa», 23 dicembre 1901

 

 

 

Nell’America latina accadono cose gravi. Argentina e Cile sono in effervescenza per questioni di confine, e fanno ambedue la voce grossa minacciando guerra.

 

 

Le ultime notizie, anzi, recano che è già avvenuta la rottura diplomatica tra i due paesi. Tutto fa credere che la guerra sia inevitabile. I due Governi fanno preparativi febbrili.

 

 

La situazione è grave e noi ce ne dobbiamo occupare sul serio.

 

 

Noi non dobbiamo invero dimenticare una cosa: che l’Italia ha nell’America latina gravissimi interessi da difendere. Numerosi sono gli italiani nel Cile, ma non costituiscono una colonia ricca e influente. Il Cile è paese povero per agricoltura e ricco soltanto di miniere; né gli italiani hanno potuto avere gran parte nello sfruttamento di queste, che richieggono ingenti capitali. Essi si sono dovuti in massima parte limitare al piccolo commercio, alla industrie intermediarie, in cui giovano molto la sagacia, la pazienza, la laboriosità.

 

 

Ben diversa è la condizione degli italiani nell’Argentina. Quivi, su quattro milioni e mezzo di abitanti, sono più di un milione gli italiani, ed hanno in notevole parte strettamente legata la loro fortuna a quella dell’America. A Buenos Aires posseggono forse un quarto delle case e ne comprano ognor più; nelle province «mesopotamiche» di Entre Rios e di Santa Fè posseggono o coltivano con patti speciali tutta la terra. È una emigrazione non ricca, ma laboriosa, la quale ha saputo con la tenacia e la perseveranza rimediare in parte al difetto di capitali, che non permise assumesse subito le maggiori imprese. Cose che, del resto, i nostri lettori conoscono dalle lettere che sull’America latina la Stampa viene da qualche mese pubblicando.

 

 

Una guerra sarebbe una sciagura enorme per la colonie italiane argentine. Non si tratta, invero, già lo dicemmo, di una emigrazione mercantile instabile, che talvolta profitta dei preparativi bellici; ma di una popolazione che possiede case, lavora terre, fa andare avanti industrie. Ora, l’agricoltura e l’industria attraversano adesso un brutto quarto d’ora nell’Argentina. Un po’ per colpa delle stagioni avverse, un po’ per le dilapidazioni governative, un po’ per il ristagno sempre susseguente ai periodi molto attivi, gli affari vanno laggiù molto male; i contadini non pagano e non comprano; i fallimenti si susseguono, le industrie si arenano. Gli operai vengono licenziati, e ben 60 mila italiani si dice vagabondino disoccupati per le vie di Buenos Aires. L’aggio risale, e colle sue oscillazioni rende più lenta e scarsa la corrente di traffici tra l’Argentina e l’Europa.

 

 

In mezzo ad una crisi così acuta una guerra sarebbe disastrosa. Darebbe il tracollo alle industrie già dissestate, farebbe salire spaventevolmente l’aggio ed imporrebbe così gravi sacrifici finanziari al paese che a molti italiani converrebbe, lagrimando, abbandonare una terra così ingrata ed a nessun altro potrebbe ragionevolmente venire in mente di emigrare sulle rive del Plata. Sarebbe la morte, forse per un quarto di secolo, della espansione italiana nell’Argentina. Né si può prevedere se dopo si sarà in tempo a porre riparo alla grande rovina.

 

 

L’Italia non può rimanere indifferente dinanzi a questo pericolo. Essa non deve avere timore di parere presuntuosa ed accattabrighe. Poiché nessuno viene provocato quando si difendono soltanto legittimi interessi nazionali.

 

 

Una o più navi da guerra italiane ancorate nel porto di Buenos Aires avrebbero oggi una bella e nobile significazione. Esse direbbero a tutto il mondo che l’Italia non è dimenticata dei suoi figli che fecondano le lontane terre straniere, e direbbero al Cile che non per futili motivi si può mettere a repentaglio la prosperità economica di un milione di italiani.

 

 

L’atto sarebbe certamente apprezzato nell’Argentina secondo la sua importanza. Il Governo bonaerense non potrebbe più, come fece nel 1898, congedare senza un grazie la legione italiana, formatasi a difendere il territorio argentino; ma dovrebbe riconoscere che all’opera ufficiale dell’Italia devesi corrispondere con la concessione al nostro Paese, non di vantaggi politici, che nessuno desidera, ma di vantaggi commerciali e morali, che avrebbero inestimabile valore per la conservazione dell’italianità dei nostri figli.

 

 

Il momento è venuto dunque per il Governo italiano di dimostrare che ha la visione netta dei suoi doveri verso la «più grande Italia» che sta oltre Oceano.

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