Il fallimento della impresa cinese. Il ritiro delle navi italiane

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 04/08/1899

Il fallimento della impresa cinese. Il ritiro delle navi italiane

«La Stampa», 4 agosto 1899

 

 

 

Da alcuni giorni, come i nostri telegrammi da Roma hanno ampiamente informato i lettori, si susseguono nella stampa e nei circoli politici della capitale le notizie più contradditorie intorno all’impresa cinese. Il Governo italiano, dopo avere iniziato con grandi strombazzature la intrapresa di San-Mun, sembra ora abbia voglia di ritirarsi e, per preparare l’opinione pubblica, fa annunciare dai giornali che se il ritiro da San-Mun accade, gli è perché il comandante della squadra navale ha riconosciuto l’esistenza di un altro porto più confacente allo sviluppo dei nostri commerci ed all’impianto di fattorie di esportazione che non la oramai famosa baia.

 

 

Questo il primo passo della commedia ministeriale; il primo preludio della ritirata completa.

 

 

Infatti non è ancora passato un giorno solo, e corre una nuova voce, anche questa autorizzata ufficialmente, che il Ministero non intenda dare seguito alla intrapresa cinese.

 

 

Anche questa volta il pretesto messo innanzi è quello degli studi più profondi che hanno fatto sembrare più accettabile il ritiro che non la persistenza nella domanda di concessione.

 

 

Il De Martino è stato richiamato; ed il nuovo ministro plenipotenziario inviato in luogo suo, il marchese Salvago-Raggi, giunto a Pechino, ha guardato, si è informato, ha studiato, ha riferito, ed il risultato del suo rapporto si è che il Ministero si ritira dall’impresa cinese perché ciò che pareva conveniente alcuni mesi fa, ora, dopo gli studi maturi del Salvago-Raggi, sembra pericoloso ed inutile. Certo tutti possiamo cadere in errore; ed è titolo di gloria non il persistere nell’errore ma il ritrarsene e porvi rimedio, dopo averlo riconosciuto.

 

 

È più biasimevole colui che, per testardaggine, persiste nel volere camminare su una via riconosciuta falsa, che non colui che sa ritirarsi a tempo della via falsa. Ciò è verissimo. Ma non si può dimenticare che la posizione degli individui e del Governo a questo proposito è profondamente diversa. Un individuo, errando, danneggia soltanto se stesso. Colpa e danno suo se egli voleva andarsi a precipitare.

 

 

Ma un Governo rappresenta un’intera nazione, e questa non può essere condotta su per una strada falsa per il semplice capriccio di coloro che si trovano avere per un momento in mano le redini del governo. Ogni Ministero ha il dovere preciso di rendersi ragione di ogni deliberazione da lui presa, sovratutto più quando si tratta di un’impresa così difficile ed importante come quella cinese.

 

 

Quando si vuole innovare qualcosa nell’assetto del nostro regime interno, si nominano delle Commissioni d’inchiesta, si fanno studi preparatori, si passa attraverso ad una lunghissima trafila di proposte, di relazioni, di discussioni prima che la riforma sia tradotta in atto. A maggior ragione si deve, o si dovrebbe, seguire lo stesso procedimento nella nostra politica estera e sovratutto poi nella politica coloniale. A maggior ragione, diciamo, perché è impegnato non solo il benessere del Paese, ma anche la dignità della patria dinanzi alle nazioni straniere. L’Italia non può far la figura di una quantità trascurabile dinanzi allo Tsung-li-Yamen cinese senza che ne scapiti profondamente la sua situazione internazionale in Europa.

 

 

Il Governo italiano, prima di iniziare l’impresa cinese, avrebbe dovuto assumere informazioni precise sulla baia di San-Mun, sulle sue ricchezze naturali e industriali, sulla sua importanza commerciale, sulla possibilità di iniziare proficui traffici fra l’Italia e la Cina, e sovratutto, sulla probabilità di ottenere dal Governo cinese la agognata concessione. Al primo annuncio della meditata impresa, innumeri articoli comparvero sui giornali e sulle riviste d’Italia a dimostrare l’assurdità dell’impresa; la lontananza di San-Mun dai centri commerciali, l’enorme costo della occupazione militare, ecc.

 

 

Il Governo non se ne diede per inteso. Era supponibile che le informazioni fornitegli dai suoi ministri e dai suoi consoli fossero più precise, sicure e confortanti di quelle che erano in possesso del pubblico. Sembrava, non dirò probabile, ma presumibile, con una forte dose di certezza, che, se un Governo sosteneva così energicamente la sua domanda, richiamava l’ambasciatore De Martino perché ne aveva male interpretato gli ordini, ed inviava un nuovo ministro a Pechino, il Governo avesse già maturato un intero e completo piano da tradurre in atto. Il giovane marchese Salvago-Raggi doveva essere quasi soltanto l’esecutore materiale della politica coloniale maturata alla Consulta. Invece il giovane marchese va, vede e riferisce; ed il Governo delibera di battere in ritirata.

 

 

Non è questa la prova migliore della insipienza dei governanti? La prova chiarissima ed evidente che il Governo nostro non sapeva ciò che esso voleva quando ha cominciato la impresa, non sapeva che partito prendere durante lo svolgimento della vertenza, ed oggi va mendicando i motivi per ritirarsi dai mali passi!

 

 

Ma, in verità, quantunque ne sia evidente la prova, a noi rincresce di ammettere che il Governo italiano non conoscesse le difficoltà e le utilità dell’impresa cinese prima di iniziarla; a noi rincresce ammettere che il nostro Paese faccia dinanzi alle altre nazioni la buffa figura di avere dei rappresentanti diplomatici che si contraddicono pubblicamente a vicenda, l’uno dei quali ritiene utile e facile un’impresa, da che l’altro consiglia invece di ritirarsi. Tanto più a noi rincresce fare una confessione così dolorosa per la nostra dignità nazionale, in quanto possediamo, trascritte in atti pubblici ufficiali, le dichiarazioni del capo del Governo, le quali non lasciano dubbio che la impresa era coscientemente voluta e che la ipotesi del ritiro delle nostre navi da guerra dal Mar Giallo sembrava così disdicevole all’onor nazionale da indurre persino il Ministero, presieduto dall’on. Pelloux, a presentare le proprie dimissioni.

 

 

Nella tornata del 3 maggio 1899 l’on. Pelloux, a nome dei suoi colleghi, faceva alla Camera, popolata ed attentissima, la dichiarazione che tutti conoscono rispetto alle dimissioni presentate. Fra le altre cose il presidente del Consiglio diceva:

 

 

«Il solo acconsentire, per parte nostra, che fosse messo in votazione l’eventuale ritiro delle nostre navi dal Mar Giallo, sembrò a noi atto talmente disdicevole all’onore alla dignità del Paese, che l’abbiamo senz’altro escluso».

 

 

Ed ora, passati a mala pena tre mesi, il Governo fa annunciare quello stesso ritiro che sembrava prima così disdicevole!

 

 

In verità, la insipienza del Governo non poteva andare più innanzi di così.

 

 

Insipienza nell’aver voluto far credere di avere studiato, mentre studiato non aveva; insipienza nel volere dare ad intendere che l’onore nazionale era salvo, sia che si ripiegasse dall’idea dell’occupazione militare di una vasta provincia all’idea di una modesta stazione commerciale e carbonifera, da questa ad un’altra stazione non meno commerciale e carbonifera, ma più comoda, e finalmente si giungesse all’abbandono di ogni stazione militare e carbonifera, comoda ed inaccessibile.

 

 

Non basta. Il Governo ha esautorato il prestigio del Corpo diplomatico italiano con tutto quest’intrigo di domande rimangiate, di ministri richiamati, di studi ed informazioni dei ministri giovani che smentiscono gli studi e le informazioni dei ministri vecchi.

 

 

Quale sarà lo Stato il quale voglia iniziare nel futuro trattative serie con uno dei nostri diplomatici intorno ad un affare importante, nella incertezza che il suo successore sconfessi tutta l’opera fatta e non mandi a monte i lavori faticosamente compiuti? Forse si potranno anche nel futuro conchiudere trattati importanti fra l’Italia ed i paesi esteri; ma ciò avverrà soltanto grazie all’autorità ed alle simpatie personali di qualche diplomatico.

 

 

Ora uno Stato nelle sue relazioni coll’estero non deve basarsi sull’autorità personale dei suoi rappresentanti, ma sulla autorità dell’intero Corpo diplomatico. Pur troppo la vertenza colla Cina ha esautorato profondamente questo Corpo, che pure ha bellissime tradizioni. Un altro canone fondamentale il Governo ha violato nella occasione presente: la continuità della politica estera. Nulla nuoce tanto nei rapporti internazionali come il continuo fare e disfare, volere e non volere, rimanere sempre nella indecisione, non prefiggersi uno scopo preciso e delimitato, ed a quello tendere con tutte le forze. Sovratutto la politica oscillante nuoce nei rapporti colle nazioni semi-civili o barbare, che non possono valutare le cagioni recondite delle incertezze di Governi a base parlamentare. Esse attribuiscono le cause dell’indecisione non alla paura di un voto avverso della Camera dei deputati, ma alla debolezza organica dello Stato.

 

 

Noi abbiamo già provato nell’Eritrea le conseguenze dolorose della politica oscillante; ed ora stiamo di nuovo sperimentandole nella Cina. Qui, per fortuna, non si è avuto ancora spargimento di sangue e spreco altrettanto ingente di capitali. Ma la ferita alla dignità nazionale è stata gravissima.

 

 

In conclusione noi siamo lieti che l’impresa cinese, male ideata e peggio eseguita, vada a monte. Ma siamo profondamente addolorati che il Governo nostro abbia trovato ancora un’altra volta il mezzo di renderci il ludibrio del mondo.

 

 

Del resto la cosa era prevedibile. L’idea che all’Italia fosse conveniente spendere milioni di lire ed arrischiare le vite dei suoi figli per impadronirsi di un pezzetto di costa cinese, nella speranza di attivare i traffici e le industrie, poteva venire in mente soltanto a persone ignare dei veri bisogni coloniali del nostro Paese. I commercianti italiani, se vogliono, possono stabilirsi nella Cina senza bisogno della baia di San-Mun o di altre stazioni. I porti internazionali della Cina sono aperti a tutti i commercianti, ed è interesse dell’Inghilterra di conservare la porta aperta a tutti.

 

 

È cieco ed ignorante il Governo il quale non vede questo e non vede che invece il commercio italiano nell’America del Sud corre il rischio di rimanere strozzato all’inizio del suo brillantissimo cammino ascendente dalla mania protezionista delle Repubbliche sud-americane. Non importa stringere trattati ed ottenere concessioni dalla Cina; ma urge, se non si vuole che la nostra espansione commerciale venga uccisa e vengano inaridite le fonti della nostra prosperità economica, che si stringano trattati coll’Argentina e col Brasile per assicurare quei fecondi mercati alle nostre industrie agricole e manufatturiere. Un Governo che queste cose non vede, forse può essere scusabile se commette degli spropositi e menoma la dignità nostra e del nostro Corpo diplomatico nei lontani mari della Cina.

Torna su