Il franco belga

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 31/01/1924

Il franco belga

«Corriere della Sera», 31 gennaio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 576-579

 

 

 

Le vicende ultime del franco belga non sono meno preoccupanti di quelle del franco francese. Ridotte, al confronto col dollaro, in centesimi – oro le tre monete latine si sono comportate nel modo seguente:

 

 

 

Franco francese

Lira italiana

Franco belga

Media 1920

 

36

26

38

Media 1921

 

38

22

38

Media 1922

 

42

24

39

31 dicembre 1923

 

26,3

22,3

23,2

14 gennaio 1924

 

22,8

22,8

20,6

29 gennaio 1924

 

23,7

22,6

21,1

 

 

Anche questa maniera di presentare i dati per medie annuali per i tre anni già elaborati dal «Bullettin mensuel de statistique» della Società delle Nazioni, fa risaltare i due fatti caratteristici: la relativa costanza della lira italiana ed il cammino discendente dei due franchi belga e francese. Dopo avere conservato amendue nei tre anni dal 1920 al 1922 un livello assai superiore a quello italiano, i due franchi ribassarono violentemente nel 1923. Ora la lira si trova all’incirca a giusta metà tra i due: un centesimo di più il franco francese, un centesimo di meno il franco belga.

 

 

Il Belgio soffre di due malattie: l’una economica e l’altra finanziaria.

 

 

Economicamente, il Belgio è un paese tra i più «interdipendenti» dal resto del mondo. Rassomiglia sotto questo rispetto all’Inghilterra. Prospera, se il resto del mondo è prospero. Ha bisogno di frontiere aperte, per poter comprare e vendere. Con soli 7 milioni e mezzo di abitanti ha un commercio internazionale che prima della guerra era più grande di quello dell’Italia. In medie mensili e per milioni di franchi o lire, il confronto si può far così (per il 1923 media dei primi 11 mesi):

 

 

 

Belgio

Italia

 

  Importazioni

 

Esportazioni Importazioni Esportazioni
1913

386

303

304

209

1914

383

309

244

184

1919

436

195

1.385

505

1920

1.078

738

2.235

981

1921

850

605

1.438

690

1922

767

519

1.310

774

1923

1.021

713

1.395

859

 

 

Dopo la guerra, i confronti sono viziati dalla disuguaglianza del franco e della lira. Tenuto conto che il franco belga si tenne in passato ad un livello notevolmente più elevato della lira, e che quindi le unità belghe di valore sono più grosse delle lire, il commercio internazionale belga non si può dire gran fatto diverso, neanche dopo il 1919, da quello italiano. Il che significa che, essendo gli italiani cinque volte più numerosi dei belgi, questi interdipendono cinque volte di più di noi dall’estero, sia per comprare che per vendere. È una «interdipendenza» e non una «dipendenza» come la si usa chiamare; poiché la dipendenza tra compratori e venditori è sempre reciproca.

 

 

Il funzionamento del meccanismo economico è tuttavia certo più delicato nel caso del Belgio che in quello di un paese con minori scambi internazionali. Sono possibili una maggiore ricchezza ed una più grande prosperità; ma ambe si perdono più facilmente se il meccanismo si guasta. Oggi il meccanismo economico mondiale è guasto: la Germania in disordine, la Russia segregata dal mondo; dappertutto alte barriere doganali. Il Belgio produce all’interno 280 mila tonnellate di frumento e ne importa 1.075 mila; eccettoché per il carbone e per i materiali da costruzione, deve importare pressoché tutti i minerali di cui si servono le sue industrie. Prima della guerra, per potere pagare le importazioni, il Belgio esportava il 95% della sua produzione vetraria, il 68% di quella di zinco, l’80% di quella della canapa, il 66% dei prodotti delle acciaierie, il 64% dei fiammiferi, il 40, il 35 e il 40% rispettivamente dei prodotti delle cartiere, degli zuccherifici e delle industrie meccaniche. Lo sconquasso del dopo – guerra e l’inasprimento delle tariffe doganali ha reso la vita dura all’industria belga, i cui costi nel frattempo sono saliti, per il rialzo dei salari reali e l’applicazione delle otto ore.

 

 

Finanziariamente, il Belgio ha un bilancio il quale rassomiglia molto a quello francese. Le cifre del bilancio del 1923 erano le seguenti (in milioni di franchi):

 

 

 

Entrate

 

Spese

Disavanzo

Bilancio ordinario

 

2.940,4

2.957,9

– 17,5

Bilancio straordinario

 

7,5

594,9

– 587,4

Spese ricuperabili

 

1.649,4

2.940,0

– 1.290,6

Monopoli

 

1.341,2

1.688,6

– 347,4

Approvvigionamenti

 

4,3

3,8

+ 0,5

 

5.942,8

8.185,2

– 2.242,4

 

 

Per il 1924 si hanno cifre migliori. Il bilancio ordinario, che pare calcoli su 3.350 milioni di entrate, si chiude con 8 milioni appena di disavanzo sulle spese ordinarie, sebbene in queste siano stati compresi 477 milioni di interessi sui prestiti di ricostruzione e 157 milioni di spese postbelliche, che prima facevano carico al bilancio straordinario. Ma quest’ultimo soffre ancora di un disavanzo di 495 milioni; ed il bilancio delle spese ricuperabili ammonta ancora a 2.357 milioni di franchi. Gli sforzi fatti per equilibrare il bilancio sono stati grandi; il torchio fiscale agisce duramente contro le classi imprenditrici e redditiere. Tuttavia i piccoli agricoltori e le masse operaie pagano pochissimo, sebbene i loro redditi siano cresciuti; e l’equilibrio «compiuto» del bilancio non è in vista. Il pubblico dei risparmiatori lascia perciò cadere il consolidato 6%’ a 92 e non compra le obbligazioni dette dei dommages de guerre neppure con uno sconto del 10-15% sotto la pari.

 

 

Il problema che si trova in fondo al ribasso del cambio belga è anche quello del franco francese: come equilibrare il bilancio? S’intende, come equilibrarlo, tenuto conto di tutte le spese e non di quella sola parte di esse che si preferisce di chiamare ordinarie? È certo che è più facile ottenere l’equilibrio col franco a 22 centesimi, che col franco a 40 centesimi. A prezzi alti in franchi svalutati, i contribuenti ripugnano meno a pagare quanto basta a fronteggiare le spese.

 

 

La politica monetaria in se stessa non sarebbe troppo preoccupante. La quantità dei biglietti emessa, passata da 1.067 milioni alla fine del 1913 a 6.701 alla fine del 1922, è cresciuta ancora a 7.460 alla fine del 1923. Preoccupa non tanto l’incremento assoluto, quanto la continuità dell’incremento, indice di incalzanti bisogni dell’erario.

 

 

Forse, in fondo alla debolezza del franco belga, noi troviamo uno sforzo di adattamento della politica monetaria alla politica finanziaria. Quando i governi non sanno far pagare o i contribuenti non vogliono pagare nella moneta del giorno abbastanza imposte per equilibrare il bilancio, è giuocoforza che la moneta si adatti alle esigenze ed alle debolezze dei finanzieri. Corsi dei cambi ed equilibrio del bilancio sono fatti interdipendenti.

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