Il giornalismo italiano fino al 1915[1]

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Nuova antologia

Data di pubblicazione: 01/07/1945

Il giornalismo italiano fino al 1915[1]

«Nuova antologia», luglio 1945

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 559-570

Scritti economici, storici e civili, Mondadori, Milano, 1973, pp. 932-971

Giornali e giornalisti, Sansoni, Firenze, 1974, pp.51-94

Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Olschki, Firenze, 2001, pp. 157-184

 

 

 

 

La Storia del Croce rimarrà nella nostra letteratura per avere primamente narrato il travaglio della vita italiana durante un periodo storico (1871-1915), intorno al quale era venuta formandosi, fin da quando esso era in pieno sviluppo, l’opinione con facilità accettata e divenuta quasi pacifica, di mediocrità grigia, di abbassamento morale intellettuale ed economico, di disintegrazione politica e sociale. Si contrapponeva quel periodo al glorioso risorgimento nazionale e si provava una stretta di cuore a tanta decadenza. Gran merito del libro di Croce è di aver dimostrato, in modo definitivo, che l’Italia dal 1871 al 1915 non fu né mediocre né decadente, né disintegrata; che in quegli anni grandi problemi furono posti, vissuti e, per quanto si possono risolvere problemi, risoluti; che una intensa e varia esperienza economica e intellettuale fu accumulata, sicché alla fine l’Italia era diversa da quella del 1860 – 1870 e perciò più atta a superare le nuove prove che l’attendevano nel 1915. Naturalmente, il Croce, filosofo e storico, dà la dimostrazione del suo assunto in conformità al suo abito mentale, alla sua concezione della vita, così come da tutti gli storici sempre si fece e, sinché non si scopra quell’entità fantastica detta storia “oggettiva”, sempre si farà. Perciò ognuno di noi, leggendo, pensa che, se egli si fosse sentito da tanto da scrivere quella storia l’avrebbe scritta diversamente, perché, trattandosi di accadimenti vicini, ricordati ancora da molti, ognuno se ne era fatta un’idea propria, diversa probabilmente da quella che espone il Croce. Il guaio si è che bene spesso le idee dei lettori sono confuse e non organate; laddove il Croce ha rivissuto quel periodo, lo ha riorganizzato nella sua testa e ci ha dato una storia dove si legge almeno chiara una affermazione conclusiva: che un’Italia c’era e che quel che essa fece dal 1871 al 1915 non fu né mediocre né infecondo. Altri dirà che l’Italia d’allora fu diversa da quella che vide il Croce e che le cose compiute furono quando mediocri e quando alte per ragioni e in momenti differenti da quelli osservati da lui; e potrà darsi che queste altre storie, quando saranno scritte, siano anch’esse degne di rimanere come quella che ci sta dinnanzi agli occhi. Allo scopo di recare un lievissimo contributo a questa opera di revisione continua del concetto che noi ci facciamo del passato, io, invece di riassumere un libro che, immagino, sarà stato già meditato da tutti coloro sotto i cui occhi cadranno queste linee, rileverò una lacuna che mi pare di scorgere chiaramente nella Storia.

 

 

Parmi cioè che il Croce dia troppa importanza, quanto a capacità di foggiare i destini italiani, ai dibattiti che si accendevano sui piccoli fogli d’avanguardia mensili o settimanali, che si scrivevano e leggevano tra giovani e certamente contribuirono assai a creare le correnti di idee dominanti poi nel paese; troppa non in sé, ma in rapporto allo scarsissimo peso che egli dà a quell’altra specie di fogli, che era la sola letta dal pubblico, la sola attraverso a cui le idee elaborate dai filosofi e dagli scienziati ed agitate dai giovani giungevano al grosso pubblico, agivano sugli uomini politici e li facevano determinare a questa o quella azione concreta. La lingua batte dove il dente duole; e si perdonerà perciò a chi, in altri tempi, per quasi trenta anni, visse la vita del giornalismo quotidiano, di augurare che qualcuno scriva la storia del giornalismo italiano dal 1860 al 1915. Sarebbe un capitolo non ultimo della storia generale d’Italia in quel tempo e dimostrerebbe quanto si fosse allora faticato e che cosa grande fosse stata costrutta in quel campo. I più avevano avvertito che a poco a poco il giornalismo si era trasformato; e per lo più si lamentava che da foglio di idee, fatto vivere dai fedeli di un gruppo o di un partito, per difendere le idee del partito, il giornale fosse diventato un notiziario fondato su calcoli mercantili di vendita di copie al pubblico e di avvisi agli inserzionisti di pubblicità. Ed altro ancora si lamentava: che i giornali non più facili a fondare da chi aveva molte idee in testa e punti denari in tasca, dovessero essere mantenuti, a suon di milioni, da gruppi bancari ed industriali, intesi, in tal modo coperto, a difendere i propri interessi privati, per lo più contrastanti col pubblico interesse. Uomini di alto sentire nutrivano opinioni così fatte; ai quali era impossibile persuadere esistessero giornali che non fossero l’organo di questo o quell’interesse, dei cotonieri, dei siderurgici, degli armatori, degli agrari e via dicendo. Non faccio nomi, ché sarebbero invidiosi; ma ognuno, riandando mentalmente a quei tempi, sa porre sotto la finca dei cotonieri e dei siderurgici e degli armatori e degli agrari il nome del giornale o dei giornali universalmente reputati essere l’organo di quei particolari interessi. E questi si dicevano “inconfessabili” e si promuovevano disegni di legge in virtù dei quali i gerenti dei giornali avrebbero dovuto farne confessione periodica ed aperta.

 

 

Questa sarebbe, se la si facesse scrivere dal così detto uomo della strada, uomo, per convinzione propria, accorto e bene in grado di non lasciarsi ingannare dalle apparenze, la storia, in riassunto, del giornalismo italiano dopo il 1860 e fino al 1915. Una storia dunque di decadenza, di abiezione materialistica, di penne prezzolate; con forse qualche eccezione per i giornali di partito, superstiti quasi soltanto nel campo dei partiti estremi. Non giurerei, a vederlo citare così pochi giornali e questi quasi soltanto di color rosso, che il Croce non partecipi alquanto al sentire comune; e non abbia giudicato necessario di parlare della forza e della influenza dei giornali, perché li reputava probabilmente mancanti di forza propria, meri traduttori in carta stampata di quelle altre forze, economiche per lo più e raramente di partito, le quali sole erano vive ed originarie.

 

 

Eppure nessuna storia sarebbe così lontana dal vero come questa scritta dall’uomo della strada; cieco dinanzi al sorgere e all’affermarsi di una delle forze più vive ed autonome caratteristiche della civiltà moderna. Esistevano, è vero, giornali di interessi e giornali di partito; ma i pratici di giornalismo sapevano che i giornali di interessi, se erano numerosi e clamorosi, erano tuttavia un investimento a fondo perduto da parte dei siderurgici armatori agrari cotonieri, allo scopo di poter addormentare la coscienza degli uomini politici a cui si chiedevano provvedimenti protezionistici o favori di appalti o di sovvenzioni e si doveva far mostra di chiederli in nome di qualche principio. Ma non erano letti da nessuno e non esercitavano alcuna presa sull’opinione pubblica, perché, in regime di concorrenza di idee, il fiuto del pubblico era infallibile ed esso, pur protestando che i giornalisti erano tutte penne prezzolate, comprava e pagava solo quei fogli che in cuor suo sentiva non essere pagati da altri che dai suoi soldi. Pur letti erano i giornali di partito, specialmente quelli socialisti, quasi soli sopravissuti della specie; ma quelli stessi che avidamente li compravano e li leggevano per rafforzarsi nella propria fede religiosa, spesso acquistavano un secondo e un terzo giornale, di notizie, per sapere, dicevano essi, come andavano le cose in questo vil mondo borghese. Le grosse tirature dell’«Avanti!» non fecero diminuire mai, ed io sono persuaso crebbero la vendita dei fogli di notizie.

 

 

Che cosa era quest’ultima varietà giornalistica? Era la creazione di alcuni pochi uomini, tanto pochi che forse si stenta a far passare, noverandoli, tutte le dita di una mano, i quali avevano capito che nel mondo moderno c’era posto per una industria nuova, indipendente da tutte le altre industrie, intesa a vendere al pubblico notizie e avvisi di pubblicità. Sembra un’idea da poco; ma quegli industriali, i quali fornivano milioni per fondare giornali e poi si arrabbiavano nel constatare che nessuno leggeva i loro giornali ed essi avevano buttato i milioni, non avevano capito che i milioni erano inutili anzi dannosi; ché il mezzo più sicuro per non vendere neppure una copia era quello di spendere denari di altre industrie per far vivere quella giornalistica; che l’unica speranza di successo era, per il fondatore di un giornale, di non accettare quattrini da nessuno e far fuoco con la propria legna. Ignoravano, costoro, che il maggior giornale italiano di notizie era stato iniziato dal suo fondatore senza un soldo, sulla base di una modesta cambiale firmata da alcuni suoi facoltosi amici, e scontata nei modi ordinari; cambiale che fu a poco a poco rimborsata coi proventi del giornale medesimo; il quale, d’allora in poi, sempre pagò a quegli amici ed ai loro eredi fior di dividendi e, sempre dando e mai ricevendo alcunché, poté perciò mantenersi, anche nei loro rispetti, indipendentissimo. Ignoravano che il secondo, per tiratura, giornale di notizie fu assunto, da chi ne rimase proprietario per circa un trentennio, con un modesto apporto, impiegato a salvare la continuità del nome dalla rovina a cui l’aveva tratto l’essere stato sino allora un giornale di partito e di battaglia politica. E dopo quel primo ed unico apporto, sempre quel giornale fornì utili generosi, perché non ricevette mai nulla da nessuno, fuorché dai soldi dei suoi lettori e dal prezzo degli avvisi di pubblicità apertamente stampati e venduti come tali. Da questa premessa perentoria nacque la conseguenza che il giornale di notizie dové, per vivere, vendere unicamente quelle notizie e quegli avvisi che erano meglio in grado di crescere la sua vendita, ossia i suoi introiti. Nella lotta della concorrenza sopravvissero quei giornali i cui dirigenti avevano, dopo la prima fondamentale detta sopra, afferrata un’altra idea semplice; che il pubblico voleva avere, in cambio del suo soldo, merce genuina e non avariata e cioè notizie vere e non false ed avvisi utili e non ingannevoli. Anche qui so di andare contro a un vezzo, che i lettori comunemente affettavano, di reputare fandonie molte delle cose lette sui giornali e imbrogli il più degli avvisi che si leggevano nelle quarte pagine. Ma era un’affettazione, contraria alla convinzione sostanziale di quei medesimi lettori, i quali ben sapevano scegliere il grano dal loglio, l’inventore di notizie sensazionali dal pacato espositore di fatti accaduti secondo le diverse versioni appurabili nel febbrile volgere di poche ore e di pochi minuti; le quarte pagine degli appuntamenti amorosi e della chiave infallibile per vincere al lotto del frate napoletano, dalle quarte pagine, dove, accanto ai residui di specifici farmaceutici ancora, non si sa perché, richiesti dal pubblico, si leggevano sovratutto avvisi di prodotti industriali, richieste ed offerte di lavoro, di case, di oggetti ed altrettanti servigi di intermediazione forniti gratuitamente ad un pubblico, che in cambio del suo soldo aveva già ricevuto abbondante pascolo di notizie. Raccolta e diffusione di notizie vere ed interessanti e fornitura di avvisi utili, ecco i prodotti venduti da questa nuova industria. Se la fabbricazione di tessuti, di macchine, di frutta serbevoli richiede miracoli di intelligenza, di organizzazione, di collaborazione di migliaia di persone, una dall’altra dipendenti ed insieme operose per un fine comune; non è a dire quali tesori di intelligenza, di prontezza di decisione, di sapiente ed elastica organizzazione richiedesse la fabbricazione di quel prodotto immateriale delicatissimo che è la notizia vera e l’avviso utile. L’Italia assolse mirabilmente quel compito e l’assolse ad un costo così basso che aveva del miracoloso. Chi ricorda il soldo dell’anteguerra e paragona mentalmente i grandi giornali italiani di quel tempo ai «Times» di Londra, «Temps» di Parigi, alla «Frankfurter Zeitung» tedesca, ai «New York Times» od alla «Chicago Tribune» deve concludere che i nostri giornali non erano secondi a nessuno; e se riflette poi al minor avanzamento in materia di avvisi, assai più sordi, in paragone, per la minore ricchezza italiana, a rispondere agli sforzi dei direttori di giornali, concluderà forse che, per quanto tocca la materia propria del giornale, in punto di fattura tecnica, di buon gusto nella presentazione e di eleganza nella esposizione delle notizie, a qualche giornale italiano doveva senza fallo essere attribuito il primato assoluto in tutto il mondo.

 

 

Su questo granitico fondamento industriale erasi, a poco a poco, innalzata una nuova forza sociale e politica, indipendente da governi, da partiti e da gruppi economici. Se si volesse definire con una parola sola od una frase questa nuova forza si resterebbe imbarazzati. Non si identificava con l’elettorato, perché quei giornali spesso non avevano per sé i risultati delle elezioni politiche ed amministrative; e di qui traevano argomento gli avversari o meglio i criticati da quei giornali a dire che questi rappresentavano solo se stessi. Non si identificava con il favore momentaneo del pubblico, perché quei giornali per lo più rimanevano freddi di fronte agli idoli od alle passioni del momento. Se una parola può grossolanamente essere adoperata, si può dire che quei giornali rappresentavano, a lungo andare, una delle correnti dominanti nel paese di quella cosa indistinta e inafferrabile, ma tuttavia reale ed esistente, che è l’opinione pubblica. Gli uomini politici del tempo, i partitanti, i difensori di questo o di quel gruppo economico, grandemente si inquietavano quando si agitava dinanzi ad essi lo spettro dell’opinione pubblica; ed i capi dei partiti parlamentari non capivano perché, usciti vittoriosi dalle elezioni che avevano dato loro il crisma del suffragio dell’opinione pubblica “legale”, non potessero attuare il loro programma o far trionfare le loro tesi, dinnanzi alle critiche di quelli che si proclamavano da sé rappresentanti dell’opinione pubblica “vera” del paese. Anche qui essi non avevano capito che elezioni voto parlamento erano necessarie forme legali; mere forme esteriori, tuttavia, di un qualche cosa di più profondo che era la libera discussione tra tutti coloro i quali avevano qualcosa da dire intorno ai problemi importanti per la nazione. Discutere il pro e il contro di un provvedimento, le varie soluzioni di un problema, decidersi a ragion veduta per la soluzione più conveniente, era il vero bisogno del cittadino non quello di sapere se la soluzione era conforme al credo dell’uno o dell’altro partito, alla fede di uno od altro uomo politico. Ciò videro subito i giornali di notizie, i quali aprirono le loro colonne alla discussione dei problemi più importanti di politica estera ed interna economici, militari e culturali del paese; e li discussero necessariamente all’infuori dei reticolati dei partiti, degli interessi dei gruppi e delle predilezioni occasionali degli uomini politici. Essi non potevano fare diversamente, perché se avessero condisceso agli interessi dei gruppi od avessero difeso ad oltranza i programmi di un partito essi sapevano che avrebbero, forse, acquistato il favore del momento di un pubblico facilmente persuaso da pseudo ragionamenti con cui si possono sempre coonestare programmi partigiani o interessi particolari; ma a scapito del favore permanente di quel medesimo pubblico, risvegliato ad un tratto dall’insuccesso di una politica popolare o messo sull’avviso dalla critica dei gruppi danneggiati. Poiché la vita del giornale andava al di là di quella effimera di un gabinetto o di un partito, il giornale di notizie doveva mantenersi indipendente da ministri e da parlamentari, ai quali non poteva, con loro grande rabbia e scorno, rendere servigio di articoli laudativi, di rendiconti estesi di discorsi e di programmi e talvolta doveva infliggere critiche irriverenti per insulsaggini dette o per errori commessi; sicché da ministri e da parlamentari il giornale di notizie era insieme temuto e cordialmente odiato. Odiato, anche perché quei giornalisti professionali, i quali avevano creduto di farsi sgabello della loro forza giornalistica per far carriera politica, si erano veduti bellamente messi alla porta dai direttori dei giornali di notizie, subito dall’esperienza fatti persuasi essere, per la loro impresa, mortale il pericolo nascente dalla subordinazione dell’indirizzo del giornale o anche di una sola rubrica di esso ai fini privati od all’ambizione, sia pur nobile, di un redattore o collaboratore.

 

 

Non minore era l’odio dei gruppi economici, i quali non riuscivano, a cagion d’esempio a comprendere perché i soci di qualche potente giornale non avessero alcuna voce in capitolo nel determinare l’indirizzo politico e sovratutto economico del giornale; e talun collega di industria di qualcuno di quei soci, male sapeva spiegarsi come costoro, molto correttamente, non varcassero mai le soglie della stanza di direzione, neppure per avanzar il sommesso desiderio di veder trattato in un senso o nell’altro qualche grosso problema di dazi o di imposte o di sovvenzioni che stava a cuore della classe; e si angustiavano apprendendo che della soluzione da darsi, sul giornale, a quei problemi era arbitro, non il socio o padrone del giornale, ma un semplice teorico, il quale non riceveva nessuno, ma godeva la fiducia personale del direttore. Ma quei soci e quei proprietari e quei direttori sapevano che solo così, in perfetta indipendenza da partiti e da gruppi, si creava una forza destinata a far presa sull’opinione pubblica ed a crescere autorità morale ad una impresa sorta come una bottega di notizie e di avvisi, ma capace di conservare a sé una clientela affezionata, solo a condizione di darle, insieme con le notizie vere e gli avvisi utili, un lume, una guida per orizzontarsi nel groviglio dei problemi contemporanei politici internazionali economici culturali.

 

 

Che anche su questa via, illuminata da grandi esempi forestieri, l’Italia si fosse avanzata dal 1860 al 1915 in guisa che ciò che era inesistente prima era un fatto compiuto allo scoppio della guerra e compiuto in maniera non inferiore a quella osservata nei paesi di esperienza più antica, parmi fatto storico abbastanza importante da meritare un capitolo in una storia che narri gli accadimenti italiani di quel tempo. Importante, perché la creazione di una forza economica e tuttavia diversa e indipendente dalle altre forze economiche, di una forza politica, separata e indipendente dai partiti politici, di una forza culturale diversa e non coincidente né con la scuola né con i gruppi di filosofi o letterati; di una forza la cui condizione assoluta perentoria di vita era il rendere servigio al pubblico di notizie vere, di avvisi utili e di discussioni indipendenti, era un grandissimo passo compiuto nella elevazione del cittadino italiano, messo in grado di giudicare, tra il cozzo di opinioni differenti, le soluzioni che gli erano presentate da gruppi economici, da partiti politici, da scuole, da chiese e da sette. Ed era, quello, un avvenimento storicamente importante anche perché cresceva il numero delle forze che si contendevano il dominio del paese e, tenendo a freno gruppi economici e partiti politici, potentemente giovava a dare, in tutto, la supremazia a quell’intelligenza meditante o filosofica che, fra le altre forze, più merita, secondo la sentenza di Platone, di guidare i popoli. Ma come poteva farsi sentire la divina filosofia nel clamore degli interessi materiali e nella vociferazione dei partiti politici, ansiosi di afferrare, la mercé di un qualunque simbolo, il potere, se non si fosse costituita una forza nuova, dalla necessità di vita costretta a scoprire, sia pure con ritardo e con ovvia circospezione, la via atta a giovare permanentemente alla nazione?

 

 

Il fiorire del giornale vivo di una vita propria rispondeva altresì ad una mutazione profonda verificatasi inavvertitamente, in Italia in proporzione forse meno rilevante di altrove, ma tuttavia abbastanza marcata, nei metodi di effettivo governo dei popoli. Le costituzioni, sorte alla fine del secolo XVIII in Europa e in America ed estese poi dappertutto, avevano creato un meccanismo di elezioni parlamentari gabinetti, a cui legalmente era affidata la somma dei poteri legislativi ed esecutivi. Sinché le funzioni degli stati rimasero ristrette, quel meccanismo funzionò abbastanza bene, anche perché al potere si avvicendavano gruppi ristretti di uomini appartenenti a classi politiche esercitate nella difficile arte di governare gli uomini. Col giganteggiare degli stati moderni, con l’affittirsi dei loro compiti, divenuti ognora più tecnici e delicati, con l’estendersi dell’interesse politico a strati sempre più larghi della popolazione, il vecchio meccanismo costituzionale diventò presto insufficiente alla bisogna. Quei pochi uomini che formavano i parlamenti e si alternavano al potere nei gabinetti, diventarono incapaci a dominare la grande e crescente mole degli affari pubblici. Non perciò era possibile e conveniente mutare metodi di governo. Coloro che allora proclamavano il fallimento dei politicanti incompetenti e affannosamente cercavano e discutevano soluzioni di parlamenti professionali, in cui il potere fosse affidato ai competenti dei singoli rami di industria o di commercio o di agricoltura o di arti o di scienza, non s’erano avveduti che sotto ai loro occhi il problema andava, faticosamente e per tentativi, risolvendosi. La soluzione non stava nel far legislatori i competenti dei diversi rami dell’attività umana: ché, come ben dimostrò il Croce in altro luogo, l’attività politica è diversa dall’attività professionale e tecnica; ed una congrega di industriali, di negozianti, di artisti e di scienziati non sarà mai, appunto perché composta di uomini ottimi in altri diversi campi della attività umana, un’assemblea politica. La soluzione stava nel conservare il potere in mano ai politici; e nel tempo stesso nel rendere questi accessibili alle influenze dei gruppi sociali. Il processo era visibilissimo sovratutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove ogni interesse, anche minimo, ogni idea, anche balzana, si trasformava in un’associazione, in un movimento, in un circolo; e ognuno di questi raggruppamenti si sforzava di far proseliti, di acquistare rinomanza e forza, di farsi sentire nelle aule legislative. I grandi emendamenti alla costituzione americana non originarono dalla classe politica propriamente detta. Basti citare l’emendamento che introdusse l’imposta sul reddito nel sistema delle imposte federali, dovuto alla tenace propaganda scientifica di pochi studiosi, tra cui eccelle il Seligman, e quello che proibì le bevande alcooliche, imposto da associazioni proibizionistiche e da gruppi religiosi.

 

 

Il meccanismo suffragistico e parlamentare era la forma legale, attraverso a cui facevasi sentire l’impero effettivo dei raggruppamenti professionali, degli interessi economici, delle nuove correnti di idee. Ma il tipo di governo della cosa pubblica, che così andavasi costituendo, aveva questo di caratteristico: che nessuna legge riconosceva i gruppi, le associazioni, le organizzazioni economiche religiose e classistiche. Era un caleidoscopio di forze, che si formavano, divenivano potenti e si scioglievano. Ad ogni decennio le forze dominanti erano diverse da quelle che nel decennio precedente avevano tenuto il primo piano sulla scena del mondo. Tale associazione che aveva in un certo momento fatto tremare la società dalle fondamenta qualche anno dopo era un mero ricordo storico. Nessuna legge l’aveva riconosciuta, nessun testo ne aveva irrigidita la struttura e l’aveva perpetuata nel tempo. Ogni forza si faceva sentire sinché aveva un’anima, un pensiero, qualcosa da dire al mondo, una battaglia da sostenere e forze atte a vincere.

 

 

Il giornale di notizie ebbe gran parte nello scoprire, nell’incoraggiare le forze sociali, meritevoli di esercitare un’influenza sulle sorti del proprio paese. Poiché la sua forza consisteva nel farsi eco delle correnti di opinione pubblica, nel sentire i bisogni del popolo del cui favore quotidiano viveva, il giornale doveva ogni giorno scoprire i bisogni di carattere pubblico che erano insoddisfatti e pur meritavano attenzione. Il quotidiano veniva, in questo ufficio, rimorchiato dai fogli settimanali e dai giornali d’avanguardia, il cui compito era per l’appunto di far sapere che un’idea era sorta, che un gruppo si era formato, che qualche nuovo scopo pretendeva di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, del parlamento e del governo. Ma, sebbene venisse dopo, il grande giornale di notizie non aveva perciò un compito meno grave; spettando ad esso di scegliere, fra i mille e mille, quegli scopi, quegli interessi, quelle iniziative che rispondevano davvero ad un bisogno reale del paese. E scelti, farsene paladino e imporli all’attenzione dei politici. Si capisce perciò come ai giornali di notizie interessassero poco le elezioni o queste dessero loro torto; poiché quando uno scopo, un programma era talmente maturo da essere fatto proprio dai politici e da mutarsi in ragione di lotta elettorale, altri gruppi, altre idee, già stavano formandosi; la collettività, che si era scissa secondo certe linee in relazione ai vecchi problemi, già si scindeva diversamente in rapporto a nuovi problemi; ed il giornale, per ufficio suo chino coll’orecchio a terra per intuire la direzione delle nuove onde sociali, bandiva nuove campagne, poneva nuovi problemi, con inquietudine dei politici arrivati, i quali vedevano messa in forse la propria situazione, nel momento in che credevano di aver raggiunto la meta. La guerra interruppe questo lento lavorio di trasformazione sostanziale degli ordini costituzionali, entro i quadri immutati delle forme antiche; e subordinando tutti gli intenti a quello della salvezza dello stato, ridiede importanza alla classe politica propria in confronto alle altre forze sociali.



[1] Nel quaderno del settembre-ottobre del 1928 della mia rivista «La Riforma Sociale», pubblicavo, a titolo di recensione di alcuni scritti di Benedetto Croce, principalissimo tra i quali la Storia d’Italia dal 1871 al 1915, una nota intitolata Dei concetti di liberismo economico e di borghesia e sulle origini materialistiche della guerra. Sia perché l’argomento esorbitava da quello proprio del saggio, sia perché la nota aveva già assunto dimensioni ragguardevoli, non trovarono luogo in quel quaderno gli ultimi nove paragrafi, i quali discutevano il problema del compito avuto nella storia italiana d’innanzi al 1922 dai giornali detti di informazione. Nell’occasione della raccolta in un volume di Saggi (Torino, 1933, un vol. in ottavo di pp. x-161-550), degli estratti degli studi comparsi sulla mia rivista, quei nove paragrafi, videro la luce da carte 142 a 151. Ma il volume giacque pressoché inedito essendo stato stampato in sole cento copie, subito distribuite tra amici. Quando perciò Alberto Albertini, scrivendo la vita del fratello (Luigi Albertini, Roma, aprile 1945), documento insigne di storia e di biografia, ricordò quei paragrafi e taluno me ne richiese, durai fatica a rintracciarne qui in Roma una copia, che mi fu cortesemente data a prestito dalla vedova dell’allievo ed amico non dimenticato Carlo Pagni. Da quella copia trascrissi le pagine contenenti l’analisi storico – critica del giornale “indipendente” in Italia; e le ripubblico oggi quali le scrissi allora, senza nulla mutarvi, sembrandomi che esse non siano prive di qualche interesse nel dibattito che oggi si conduce nel nostro paese a proposito della stampa quotidiana.

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