Tratto da:

Le lotte del lavoro

Corriere della Sera

Il governo democratico del lavoro e la gioia di lavorare

«Corriere della Sera», 30 luglio 1919[1]

Le lotte del lavoro, Torino, Piero Gobetti, 1924, pp. 254-266

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 333-341

 

 

 

Soluzione consensuale dei problemi del lavoro e gioia del lavoro sono i due principii informatori degli sperimenti grandiosi che si vanno facendo in Inghilterra per fare uscire dal turbamento della guerra un mondo più bello di quello antico. Avevano, come sempre, preparato la via i libri degli economisti, tra cui mi piace citare due soli: Wealth and Welfare – Ricchezza e benessere – del prof. Pigou e The Second Thoughts of an Economist del prof. Smart (ambi editi da Macmillan; e del secondo si può anche avere una prima notizia da un largo mio riassunto sotto il titolo Confessioni di un economista ne «La Riforma Sociale» del 1916). Oggi, molti libri di divulgazione si sono impadroniti dell’argomento, e questo viene discusso tra gli interessati con vivacità e con serietà. Ricorderò , tra i documenti più significativi il Memorandum on the Industrial Situation, preparato dalla fondazione Garton, e di cui è uscita recentemente una seconda edizione. Non è questo documento un’arma occasionale di reazione contro la rivoluzione russa, perché esso fu scritto nella primavera del 1916, fatto privatamente circolare in bozze di stampa tra industriali, rappresentanti del lavoro e uomini politici dal maggio al settembre 1916, emendato alla luce delle osservazioni ricevute e pubblicato in diecimila copie nell’ottobre 1916; e di nuovo, nell’attuale forma riveduta, nel gennaio di quest’anno. Nelle linee essenziali ivi è tracciato il programma di ricostruzione che oggi sta attuandosi in Inghilterra e che nettamente si contrappone alla distruzione che noi vediamo compiersi sotto i nostri occhi in Russia e che è stata tentata in Ungheria ed in Baviera. In Inghilterra si costruisce subito il nuovo edificio; usando e non frantumando i materiali esistenti.

 

 

Vorrei in pochi tratti spiegare le idee madri originate dai teorici, elaborate ed immedesimate dai pratici, dagli industriali, dagli operai, dai politici, sul fondamento delle quali oggi comincia la ricostruzione sociale dell’Inghilterra. Prima vengono le idee e poi i fatti. Se le idee sono di odio e sono false, da esse vien fuori il caos della notte medievale. Se le idee sono vere e feconde, vien fuori la vita, vien fuori la luce che illumina e guida.

 

 

Sono due le idee fondamentali e sono idee semplici e vecchie. Nuova è la loro larga applicazione. La prima è che all’industria si applichi la regola, la quale da secoli anima la vita pubblica inglese, del government by consent, del governo col consenso dei governati. Il succo di questa regola famosa non è che il governo dell’industria, come del paese, debba essere dato in mano ai governati. Questo è dottrinarismo puro, che in politica si traduce teoricamente nel Contratto sociale di Rousseau e praticamente nel terrore giacobino; in economia ha il suo vangelo nella Quintessenza del socialismo di Schäffle ed i suoi frutti nella rovina dell’industria russa. Le masse non governano direttamente; il governo diretto delle masse ha sempre prodotto il disordine ed il dominio dei tiranni di palazzo o di piazza.

 

 

Nemmeno vuol dire quella massima che gli operai e gli impiegati debbano partecipare al governo dell’impresa. Questa idea, la quale stava a base del vecchio partecipazionismo agli utili ed ha creato i moderni soviet russi ed i consigli di fabbrica tedeschi riduce la produzione e provoca il disastro economico. La struttura dell’industria – scrisse Bagehot, grande teorico delle forme di governo parlamentari e democratiche – tende sempre più a diventare monarchica. Una, rapida, pronta deve essere la deliberazione. Una la testa pensante e deliberante. Se per vendere, per comprare, per fare un impianto, per scegliere un indirizzo economico, per slanciarsi o trattenersi occorre chiedere il consenso degli operai, degli impiegati, non si fa più nulla. Le masse rifiuteranno, come è accaduto in Germania or ora, al principale il permesso di fare un viaggio di affari, quando una volta vedano che si sono spese migliaia di lire nel viaggio e l’affare non fu conchiuso. Non pensano che un’altra volta si poteva conchiudere. Negheranno di stabilire quote di ammortamento bastevoli; così come si fa già in tante imprese statizzate o municipalizzate, per non diminuire i saldi utili. Negheranno il consenso a tutto ciò che è incerto, aleatorio e che è compito e vanto dell’uno di intuire, di vedere, di afferrare. L’industria deperirà a vantaggio dei paesi concorrenti, in cui non esistano questi impacci disastrosi per governanti e governati.

 

 

No: il tipo del governo per consenso che tende ad affermarsi in Inghilterra si riferisce solo al governo dei problemi del lavoro. Il campo in cui è chiesto il consenso limitasi ai rapporti fra imprenditori e lavoratori. La vendita della forza di lavoro è la vera industria esercitata dai lavoratori. Il lavoratore non vende macchine, tessuti, giornali; vende forza di lavoro. Vuole venderla bene ed in modo da essere interessato a crescere il valore della merce venduta che è il lavoro; vuole intervenire nel modo con cui il suo lavoro è utilizzato, così da ricavarne nel tempo stesso vantaggio e piacere.

 

 

Il secolo decimonono ha visto un primo grandioso tentativo di attuare l’idea del governo del lavoro per consenso: e fu attraverso le trade-unions o leghe operaie. Prima avversate, poi riconosciute; prima deboli e locali, poi regionali, nazionali, provvedute di fondi e potenti. L’ultima parola nel campo dei rapporti fra capitale e lavoro sembrava questa: che le leghe operaie discutessero liberamente, da pari a pari, con le leghe imprenditrici, le questioni del lavoro; e che dal libero urto sorgesse l’accordo sui punti controversi. Grandi progressi furono compiuti con questa formula. Ma ad un certo punto si vide che essa non dava la soluzione desiderata, perché essa era una formula per risolvere la lotta, per eliminare il dissenso, non per creare il consenso. Le due parti stavano pur sempre armate l’una contro l’altra; non si conoscevano; diffidavano reciprocamente. L’accordo era una tregua provvisoria, una preparazione alla lotta successiva. In politica si uscì dalla contesa fra re, baroni e comuni, chiamando baroni e comuni in assemblea e facendo discutere da essi le cose dello stato, prima che il re procedesse all’esecuzione dei suoi propositi. E così baroni e comuni videro le difficoltà e le esigenze del governo ed essendosi persuasi della bontà degli scopi da raggiungere votarono le leggi ed i mezzi pecuniari all’uopo necessari.

 

 

Nell’industria la contesa fra capitale e lavoro deve essere eliminata nel medesimo modo. Perché le due parti contendono? Sovratutto Perché non si conoscono, perché l’una parte non ha potuto o voluto penetrare nella posizione mentale dell’altra. Ognuna di esse ha pensato solo a se stessa, non agli interessi collettivi; ognuna è venuta in contatto coll’altra in momenti e con sentimenti di ostilità, di antagonismo, talvolta di sopraffazione. La loro adunata fu quella di plenipotenziari nemici per negoziare un trattato di armistizio o di pace; non quella di un parlamento che delibera sugli affari comuni. Oggi, gli operai chiedono riduzioni di orario ed aumenti di paga come si chiederebbero ad un nemico; punto preoccupandosi se l’industria possa sopportare i nuovi oneri. Essi hanno ragione di non preoccuparsi delle sorti della particolare impresa che li impiega, perché la sorte di essa dipende dal valore od incapacità di chi ne è a capo. Ma essi dovrebbero conoscere quale influenza abbia in genere, sull’impresa media dell’industria interessata, una variazione nei costi del lavoro. Essi non hanno ragione di rinunciare a nulla per salvare un’impresa pericolante per inabilità dei suoi dirigenti; ma debbono imparare a non creare ostacoli inutili al progresso delle imprese migliori ed all’adozione di metodi tecnici perfezionati. Gli imprenditori dall’altro canto non conoscono le idee dell’operaio intorno al modo di lavorare, al tempo del lavoro, ai rapporti fra lavoratore e sovrastante, sono portati ad interpretare sinistramente la resistenza che il lavoratore oppone all’introduzione di macchine veloci, di metodi di cottimo o di premi o di intensificazione del lavoro.

 

 

Epperciò gli animi si inferociscono, ed ognuno crede di essere derubato dall’altro; ed alle adunanze delle leghe operaie e padronali si va coll’animo di fare «conquiste» o di resistere ad «assalti».

 

 

Bisogna sostituire al concetto della «conquista» sull’avversario il concetto della risoluzione di un problema di interesse comune. Il problema è: dare ai lavoratori quella quota del prodotto netto ed in quella maniera che valga a spingere al massimo la efficienza del lavoro di ogni lavoratore e la produttività di ogni impresa.

 

 

Per ciò non occorre, anzi sarebbe dannoso agli operai interessarsi nelle sorti delle singole imprese a cui sono addetti: essi, restando pari la loro abilità, verrebbero a riscuotere salari, a cagion d’esempio, di 5, 10, 15 lire a seconda che gli affari della ditta vanno male, mediocremente o bene. La diversità provocherebbe malcontento tra gli operai meno bene pagati, sarebbe un premio per gli industriali poltroni ed una multa per quelli abili, i quali traggono guadagno non dallo sfruttamento degli operai ma dal proprio spirito di invenzione o di iniziativa.

 

 

Agli operai importa invece fissare per tutti il salario a 10 e tendere a spostarlo gradatamente verso 15, in guisa da mandare in rovina gli imprenditori inabili e da eliminare gradatamente quelli mediocri, costringendoli, con la necessità di pagare il salario tipo a tutti, a diventare buoni e spingendo quelli buoni ad acquistare sempre maggiore eccellenza. A tal fine non occorre che gli operai governino l’impresa: scopo assurdo e dannoso massimamente ad essi medesimi, che interverrebbero a salvare gli imprenditori cattivi. Occorre che essi sappiano governare il proprio lavoro; che sappiano farsi degli alleati degli imprenditori buoni ed eccellenti, che possono pagare salari migliori, contro gli imprenditori inetti, i quali si lamentano sempre del caro di ogni cosa; e per farsi alleati i primi occorre sapere fissare il livello dei salari ad un punto che lasci ad essi ancora un margine di interesse a produrre.

 

 

Tutto ciò non si impara e non si fa durante le trattative in cui le due parti si incontrano a guisa di nemici; si deve invece imparare e decidere continuamente, permanentemente in comitati di fabbrica, in comitati di distretto, in parlamenti centrali, in cui ambe le parti siano rappresentate per elezione e siano chiamate ad esaminare e discutere le questioni di interesse comune. Questo è lo spirito del famoso rapporto presentato nel marzo 1917 dalla commissione presieduta dall’on. Whitley, rapporto che andrà nella storia sotto il nome di «Whitley-Report» e che adesso ha trovato la sua integrazione con la istituzione del parlamento del lavoro. Dire a priori che cosa questi comitati debbano decidere non si può. L’esperienza sarà la maestra. Vi sono problemi interni di fabbrica, che andranno esaminati dal comitato di fabbrica. Problemi più ampi, i quali meglio potranno essere portati dinanzi ai comitati locali. Altri di carattere nazionale, che dovranno essere sottoposti al parlamento del lavoro. Si comincierà a sottoporre ai comitati i problemi puramente operai; e via via si chiariranno alle menti delle due parti le interferenze di essi con i problemi generali dell’industria, con i mercati di compra e di vendita, con il problema fiscale. Il punto essenziale è che ogni problema sia discusso preventivamente, prima che la controversia sorga. Voglio citare un solo esempio. Qual è la ragione fondamentale per cui gli operai non sono favorevoli all’introduzione di quei sistemi di organizzazione cosidetta scientifica del lavoro, che sono conosciuti principalmente sotto il nome di sistema Taylor?

 

 

Sebbene i salari siano fatti crescere, la fatica diminuita, il prodotto triplicato o quadruplicato, – e di tutte queste verità si legge una esposizione chiarissima in un libretto di propaganda di Lino Celli Taylor e l’ordinamento scientifico del lavoro e i relativi problemi economico – sociali volgarizzati e spiegati agli operai (Ed. Marucelli, Milano), che consiglio vivamente di leggere ad industriali ed organizzatori – gli operai rimangono diffidenti. Dubitano che il nuovo metodo non sia che uno strumento di più intensa utilizzazione del loro lavoro, di rapido esaurimento delle loro energie e sia causa di disoccupazione. Bisogna che il sistema sia spiegato prima della sua introduzione; che i delegati degli operai siano persuasi a lasciar fare l’esperimento: che questo sia eseguito in perfetta buona fede; e che gli operai si persuadano che il sistema non nuoce e giova ad essi.

 

 

L’opera è faticosa e lenta. A conoscersi, ad apprezzarsi, a mettersi gli uni nei panni degli altri si arriva adagio. Ma è l’unica via in fondo alla quale risplenda una meta da raggiungere. È una via che non si può percorrere se non da industriali e da operai che si sforzino di capirsi. Or quando si sia giunti a capirsi a vicenda ed a capire il meccanismo dell’industria, il suo funzionamento, la sua vita di sviluppo e di concorrenza con le altre imprese, il dissidio non esiste più, perché più non esistono le classi in lotta. Gli operai avranno acquistato le qualità e le conoscenze necessarie per discutere, in materia di organizzazione del lavoro, le idee dei dirigenti e dare o negare il loro consenso. Gli imprenditori si saranno abituati a considerare se stessi come i capitani di una collettività. Essi conserveranno l’ambizione di riuscire, di primeggiare, di vincere; perché questa è una qualità umana, la stessa che ha il capitano, il politico, lo scienziato. Essi però avranno veduto che non si può salire molto in alto, lasciando dietro di sé a grande distanza le moltitudini. Queste, colla loro giusta richiesta di un salario tipo uniforme, furono fra le cagioni per cui egli vinse i suoi concorrenti ed egli perciò ha interesse a favorire, a provocare una loro progressiva elevazione.

 

 

Ma la elevazione non sarebbe possibile, se riguardasse solo problemi di salario valutato in denaro. Solo per denaro, né i capi né le moltitudini si sentono tratte a progredire, a migliorarsi, ad elevarsi. Qui viene in campo la seconda grande e semplice idea, la quale inspira il profondo rinnovamento della vita industriale britannica.

 

 

Smart, il compianto professore di economia politica di Glasgow, che prima di essere un teorico della «fredda» scienza nostra, fu un adepto di Ruskin, e fu per anni industriale operoso, scrisse pagine commoventi sulla «gioia del lavoro». Perché i capi di intraprese, perché i professionisti, perché gli studiosi non contano le ore di lavoro? Perché a nessuno di noi che studiamo, che scriviamo, che battagliamo per qualche cosa, per qualche idea non passa neppure per la mente di chiedere le sei o le sette o le otto o le dodici ore; ma seguitiamo a lavorare finché la mano non è stanca, finché la mente si rifiuta a seguire il filo delle idee scritte nel libro? Perché l’industriale milionario, perché il miliardario americano è di solito un lavoratore accanito, che poco gusta i piaceri materiali, mangia rapidamente senza riflettere a quel che inghiotte e dorme poco e si uccide col lavoro anzi tempo? Perché noi, studiosi, pubblicisti, professionisti, industriali abbiamo la febbre del lavoro. Perché per noi il lavoro non è fatica, ma gioia, ma vita. Perché ci parrebbe di morire veramente, qualora ci fosse negata la gioia di lavorare, di vedere l’opera nostra crescere sotto i nostri occhi e compiersi. Non ne siamo malcontenti ed aspiriamo a qualcosa di più perfetto, che mai non si raggiunge. Non è l’amor del lucro che muove coloro che sanno la gioia del lavoro. È il piacere di fare, di perfezionarsi, di ottenere il risultato voluto. La lotta per il miliardo in fondo è della stessa natura della lotta per la scoperta scientifica. Il miliardo non è poi goduto, quando lo si possiede. Ma è desiderato istintivamente dal grande capitano dell’industria, Perché quella è la dimostrazione che egli è davvero un duce, un capitano nel campo suo.

 

 

Tolgasi la gioia del lavoro ed il lavoro diventa insipido, quasi repulsivo. Se l’unico movente del lavoro è lo stipendio od il salario, è rotta la molla che spontaneamente spingeva l’uomo a faticare.

 

 

Vi erano e vi sono ancora molti lavori umili e manuali in cui esiste la gioia del lavorare. È una gioia per l’artigiano indipendente finire il lavoro per il cliente e veder questi contento della bontà dell’oggetto acquistato o della giustezza della riparazione eseguita. È una gioia per il contadino veder l’albero e la vite potata, mondo il terreno dalle male erbe, difese le fronde ed i frutti dalle malattie. Anche se vien la grandine, rimane l’orgoglio di aver fatto quanto era necessario per ottenere il raccolto.

 

 

Bisogna che l’operaio dell’officina, che il lavoratore della grande agricoltura industriale ritornino a sapere che cosa è la gioia del lavoro. Ferrea deve rimanere la disciplina della fabbrica; Perché dal disordine non nasce nulla. Il lavoro non può non essere diviso tra i lavoranti ed aiutato dalla macchina. Ma ognuno deve conoscere la ragione del lavoro compiuto; deve avere compreso Perché il lavoro deve essere fatto in quel certo modo, per raggiungere quella meta. Non basta che le ore di lavoro si riducano, che il salario aumenti, che la fabbrica sia chiara, luminosa, provveduta di bagni e di giardini; non basta che la casa linda e lieta di bimbi festanti e rallegrata dall’orto attenda il lavoratore dopo la fatica quotidiana. Tutto questo è necessario a farsi. Dovrà farsi a poco a poco, a mano a mano che gli enti pubblici, gli industriali, gli operai sentiranno che la prosperità industriale è legata alla educazione, alla salute fisica, alla morigeratezza di una vita familiare attraente. Ma tutto ciò non è ancora un dar l’anima, che manca, al lavoro compiuto. L’uomo bruto, che pensa solo a mangiare e bere, sarà per sempre impenetrabile a questi sentimenti, a qualunque classe egli appartenga. Ma vi sono molti che hanno la sensazione della mancanza di un’anima nel lavoro che fanno. Costoro sono i conduttori di quelli che se ne stanno contenti della vita animale. A costoro bisogna dare, pur nelle officine, pur negli uffici, la gioia del lavoro. Scopriremo un po’ alla volta il modo di darla. Oggi il problema è posto. Sarà risoluto, come ogni altro, per tentativi. La discussione preventiva nei comitati di fabbrica, di distretto, e nei parlamenti nazionali del lavoro, appassionerà gli uomini al loro compito. Quando il compito giornaliero parrà ad ogni uomo cosa propria, voluta da lui, deliberata col suo consenso, in quel giorno a tutti gli uomini volonterosi sarà dato di godere la gioia del lavoro, uno dei beni supremi della vita.

 

 



[1] Con il titolo I problemi della ricostruzione sociale. Il governo democratico del lavoro e la gioia di lavorare [ndr].

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