Il lotto di stato

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/09/1909

Il lotto di stato

«Corriere della sera», 28 settembre 1909

 

 

 

L’istituzione del lotto di Stato gode di scarse simpatie presso l’opinione pubblica; i più augurano che possa alfine venire il giorno in cui lo Stato possa rinunciare ai proventi di questa imposta, che si giudica immorale, fomentatrice del vizio, tale insomma da gittare un’ombra di vergogna sul nostro paese. La si tollera soltanto grazie al suo cospicuo prodotto netto che a grado a grado salì da 15.318.229 lire, nel 1862 a 36.335.022 lire nell’ultimo anno finanziario per cui è stata resa di ragion pubblica la relazione del direttore generale sul servizio del lotto e cioè il 1907-908.

 

 

Appunto grazie al reddito suo così vistoso, le voci di coloro i quali reclamano l’abolizione del lotto si sono fatte sempre più fiacche e rade; e, pur reputandolo istituzione vergognosa, si vorrebbe conservarla a cagion dei suoi utili, togliendola con uno sdegnoso silenzio ai troppo indiscreti occhi stranieri.

 

 

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Che si tratti di reddito cospicuo ed a cui sarebbe difficilissimo rinunciare nelle contingenze attuali e forse ancor più future della finanza è manifesto dal crescere continuo delle pubbliche spese, a fronteggiare le quali contribuisce puranco, non bisogna dimenticarlo, il crescere dei redditi del lotto. Già dissi dell’incremento tra il 1862 e il 1907-908; ma restringendo il paragone all’ultimo decennio vediamo che mentre dal 1884-85 al 1899-900 i redditi netti oscillarono da un minimo di 18,4 ad un massimo di 33.3 milioni, dal 1900-901 al 1907-908 il minimo fu di 27.9 ed il massimo di 39.4 milioni di lire. È dunque quella del lotto una entrata variabile bensì, perché dipendente dalla cieca sorte, ma in media crescente.

 

 

Crescono i fattori del reddito fiscale e cioè le giocate; poiché dal 1893-94 (si è scelto quest’anno perché susseguente ad una riforma che rende poco comparabili i dati precedenti) al 1907-908 il numero dei registri consumati progredì con costanza quasi regolare da 5.796.883 ad 8.074.606, mentre il numero dei biglietti giuocati andava da 211.733.878 a 278.760.898 e quello dei biglietti vincitori da 1.663.796 a 2.584.283. Né, benché la media delle vincite per biglietto sia nel frattempo scemata da lire 17.81 a 15.53 è diminuita la voglia degli italiani di giuocare, essendo la loro giuocata media salita da lire 2.16 a 2.52 per abitante. Del che il fisco si rallegra, se pure se ne rattristino gli uomini pensosi del bene altrui.

 

 

Vario è il contributo delle diverse provincie italiane alla passione del giuoco; ed è notissimo come le manifestazioni sue più morbose si abbiano nella provincia di Napoli. Ma è meno noto come coll’andar del tempo si sia venuto affermando un livellamento vie maggiore tra le diverse provincie, sicché Napoli non è più oggi così distante dalle altre provincie come era un giorno, essendo la sua giuocata media diminuita ed essendo cresciuta quella di molte altre provincie. Ecco qual’era, nel 1907-908, l’ordine di merito fiscale delle provincie italiane, rispetto alla giuocata media per abitante:

 

 

Più di lire 5

Napoli

L. 14.11

Genova

L. 6.01

Palermo

8.91

Porto Maurizio

5.64

Livorno

7.72

Venezia

5.09

Da lire 3 a 5

Roma

L. 4.60

Trapani

L. 3.32

Torino

3.60

Salerno

3.09

Girgenti

3.44

Da lire 2 a 3

Caserta

L. 2.95

Firenze

L. 2.54

Messina

2.37

Lecce

2.52

Catania

2.60

Bari

2.06

Milano

2.60

Da lire1 a 2

Bologna

L. 1.89

Ferrara

L. 1.23

Foggia

1.84

Lucca

1.20

Pisa

1.79

Piacenza

1.15

Caltanissetta

1.75

Forlì

1.11

Verona

1.61

Mantova

1.10

Ancona

1.58

Parma

1.10

Benevento

1.47

Modena

1.07

Padova

1.44

Vicenza

1.06

Avellino

1.40

Massa

1.06

Rovigo

1.30

Alessandria

1.08

Siracusa

1.28

Como

1.08

Meno di lire 1

Ravenna

L. 0.98

Campobasso

L. 0.65

Reggio C.

0.96

Pavia

0.64

Treviso

0.93

Perugia

0.59

Novara

0.89

Cremona

0.54

Siena

0.89

Macerata

0.52

Reggio E.

0.87

Ascoli

0.50

Cuneo

0.80

Pesaro

0.46

Aquila

0.77

Potenza

0.46

Bergamo

0.77

Teramo

0.46

Catanzaro

0.76

Cosenza

0.42

Udine

0.75

Grosseto

0.38

Chieti

0.74

Belluno

0.33

Arezzo

0.73

Sondrio

0.24

Brescia

0.72

 

 

Non si può affermare che l’una regione italiana abbia il primato sulle altre in questa passione del giuoco; poiché nella serie delle massime giuocate si leggono nomi di province meridionali, medie e settentrionali (tutte province marinare però), mentre al disotto dei 50 centesimi si alternano Pesaro con Potenza, Teramo e Cosenza con Grosseto, Belluno e Sondrio.

 

 

* * *

 

 

Certo è deplorevole che la mania del giuoco sia cotanto generalizzata in tutta Italia e in talune provincie sia causa di malanni familiari, morali ed economici lamentevoli. Sia lecito però una domanda: è biasimevole ed immorale il giuoco ovvero l’imposta che su di esso lo Stato percepisce mercé il lotto? A me non par dubbio che il lotto di Stato allora soltanto potrebbe essere biasimato quando fosse la causa della passione del lotto. Al qual proposito devesi subito riconoscere che l’esistenza del lotto di Stato, le allettative ed i richiami talvolta sfacciati dei tenitori di botteghini sono un incitamento non piccolo al giuoco; ma parmi innegabile che, a meno di volere ingenuamente scambiare l’effetto per la causa, il più delle volte le allettative della ruota a poco varrebbero se non preesistesse la passione del giuoco e non preesistessero le condizioni che favoriscono il sorgere di quella passione. Prova ne siano le numerose provincie italiane dove, malgrado esistano i botteghini, pochissimo si giuoca al lotto; e prova ne siano i paesi stranieri ove non esiste la istituzione del lotto di Stato e dove imperversa, in misura di gran lunga più terribile che tra noi la passione del giuoco. Una giornata del Derby reale in Inghilterra assorbe più milioni che il lotto in Italia in un anno intiero. In Francia l’abolizione, dettata da considerazioni morali, del lotto avvenuta nel 1832 giovò soltanto alle lotterie clandestine. Oggi si calcola che il solo ammontare della cagnotte e del baccara a Nizza, Aix-les-Bains, Vichy, Trouville e Biarritz abbia raggiunto le cifre, rispettivamente, di 10, 4, 5, 2, ed 1.7, cosicché si propone in Francia di istituire un monopolio governativo dei giuochi e gli si pronostica un reddito di 100 milioni di lire all’anno. Giustamente osservano i fautori di questa proposta come, poiché la passione del giuoco esiste, sia opportuno impedire che essa arricchisca soltanto speculatori privati, devolvendo invece i profitti, in parte al tesoro dello Stato, ossia a fini di utilità generali ed in parte alle casse municipali, ad incremento della bellezza e delle attrattive dei luoghi di cura, di bagni e di ritrovo.

 

 

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A dire il vero, a me sembra che la vergogna con cui gli italiani parlano del lotto di Stato sia fuor di luogo; ché anzi, a parte le doverose riforme nel senso di elevare il minimo delle giuocate, di impedire i richiami troppo vistosi dei botteghini, frenando così la passione del giuoco nel popolino minuto, sembrami che il lotto di Stato italiano sia destinato a diventare quasi il precursore ed il modello di consimili istituti che non potranno tardar molto a sorgere all’estero. Dirò di più: il lotto di Stato sembra a me, nel concetto suo fondamentale, corrispondente a quelli che tuttodì si vanno proclamando come i nuovissimi principi di giustizia tributaria. Che cosa disse infatti il legislatore italiano quando autorizzò le grandi città ad imporre la tassa sulle aree fabbricabili? Che cosa ripeté il cancelliere inglese dello Scacchiere Llyod-George, quando propose, or ora, una consimile, sebbene assaissimo più mite e meglio ragionata, imposta sugli aumenti di valore delle terre? Che cosa dicono infine quei teorici e quei riformatori i quali vogliono la tassazione della ricchezza guadagnata senza lavoro e senza rischio di capitali? Questo semplicemente: che nella società moderna, per l’aumento della popolazione e della ricchezza, per l’intrico dei rapporti sociali, si dà, più o meno frequentemente, il caso di ricchezze che non sono dovute al caso. L’apertura di una strada, di una ferrovia, una nuova invenzione fanno sorgere ricchezze inaspettate. Orbene queste ricchezze, si dice, formano una materia tributaria speciale; speciale per ciò che esse possono sopportare una tassazione più forte di quella che è opportuno colpisca il reddito faticosamente ottenuto col lavoro e coll’impiego di capitale.

 

 

Io non approvo e non critico, espongo soltanto. Ma dico che se queste teorie sono vere, l’applicazione più perfetta di esse la dobbiamo vedere nell’imposta sui giuochi, nel tanto deplorato lotto di Stato. In tutti gli altri casi di imposta sulle ricchezze non guadagnate, l’indagatore si trova di fronte a problemi formidabili, che rendono difficilissima l’applicazione del tributo: dove finisce la ricchezza sudata e guadagnata e dove comincia la ricchezza non guadagnata? quand’è che esiste realmente questo guadagno imponibile e quand’è che esso è soltanto sperato? può lo Stato colpire di imposta le azioni e i terreni quando aumentano, astenendosi dal rimborsare parte delle perdite quando essi ribassano! Formidabili problemi, di ardua risoluzione, che rendono la tassazione sulla ricchezza cosidetta non guadagnata un congegno fiscale pericolosissimo e quasi sempre sconsigliabile.

 

 

Nulla di tutto ciò nei giuochi. Quando uno ha giuocato ed ha vinto, è certissimo che egli ha vinto una determinata somma, è certissimo che quella somma gli è definitivamente acquisita (non importa occuparsi del caso che egli torni a giocarla ed a perderla, perché questo è un caso, come un altro, di consumo dei guadagni già fatti, e se si ragionasse così, bisognerebbe esentare tutti i redditi dalle imposte, perché tutti i redditi in qualche modo si consumano), ed è certissimo ancora che quella somma è stata guadagnata per puro capriccio della sorte, senza alcun lavoro apprezzabile, ove non si voglia almeno dar pregio al lavoro inutilmente speso nell’almanaccare sulle cabale del lotto. Or dunque, non abbiamo nelle vincite di giuoco l’ideale materia imponibile? quella che si presta assai volontieri alla tassazione, perché lo Stato può aumentare la tassa non solo al 10 o al 20%, che sono aliquote nefaste per i redditi normali, ma al 40, al 60 ed al 90% benanco senza timore di arrecare danno ad alcuna produzione, ad alcun lavoro degno di essere incoraggiato? Ed è appunto ciò che lo Stato italiano fa col monopolio del lotto; perché il monopolio altro non è che il metodo migliore per mettere l’imposta sulle vincite di giuoco.

 

 

Metodo ottimo, perché così la riscossione dell’imposta è facilissima, bastando calcolare le vincite in maniera che al vincitore non si abbia a pagare l’intiero ammontare ma una parte soltanto della sua vincita teorica.

 

 

Nel 1907-908 per ogni 100 lire giuocate lo Stato ne restituì ai vincitori 48.13, trattenendosene per sé a titolo di imposta 51.87.

 

 

Con questa imposta, oltre a colpire un reddito magnificamente adatto alla tassazione, si raggiungono due altri intenti: di interessare in primo luogo lo Stato alla repressione del giuoco clandestino e alle lotterie private e di reprimere la passione del giuoco. La prima cosa è evidente, poiché chi oserebbe asserire che lo Stato si accanirebbe cotanto contro il giuoco clandestino, e si opporrebbe al moltiplicarsi delle lotterie private, più o meno filantropiche ed impedirebbe il sorgere di casini di gioco, ad imitazione di Montecarlo, ove non temesse la concorrenza al proprio lotto? E facendo così, non compie lo Stato opera egoistica ed insieme moralissima? Né si può negare che il lotto sia un freno alla passione del giuoco. Tutti son d’accordo nel ritenere utile e morale la imposta sulle bevande spiritose, perché rincarisce il prezzo degli alcoolici e ne restringe quindi il consumo. Ma quegli stessi che così ragionano – e ragionano bene – devono ammettere che col lotto lo Stato compie la medesima opera limitatrice rispetto alla passione del giuoco. È indubitato che altra cosa è giuocare in vista di una vincita di L. 100, ed altra cosa è giuocare in vista di una vincita di L. 100 diminuita delle L. 51.87 di imposta esatta col metodo del monopolio del lotto. Si giuoca di meno per guadagnare L. 48.13 che per lucrarne 100. Il monopolio di Stato diminuisce le vincite il che è la stessa cosa del rincarare il prezzo delle speranze di vincita; e nessuno potrà mai negare che il rincaro dei prezzi di una merce (sia pane o zucchero o speranza di vincita al giuoco) non sia una cagione efficacissima di diminuzione del consumo di quella merce. La qual diminuzione che nel caso nostro vuolsi ottenere.

 

 

* * *

 

 

Un altro pregio dovrebbe essere riconosciuto finalmente al lotto di Stato italiano da coloro che pregiano le riforme e le novità; ed è di essere una imposta rapidamente progressiva. A torto od a ragione, l’imposta progressiva è un postulato dei partiti riformatori; si lodano i partiti conservatori che audacemente la introducono ed i partiti estremi vanno a gara nell’additare con calore esempi stranieri, nuovi e vecchi, e proponendoli all’imitazione nostra. Dimenticano costoro che in Italia possediamo già le due imposte più rapidamente progressive che forse esistano al mondo. Non parlo della tassa di famiglia, la quale può essere resa progressiva a volontà dei Consigli comunali: né della tassa sul valore locativo che può andare dal 4 al 10%; né dell’imposta di ricchezza mobile che è pur progressiva sino alle 1300 lire circa di reddito effettivo; e neppure dell’imposta di successione che è progressiva dal 0.80 al 22%. Per quanto quest’ultima sia una progressività fortissima e rapida, è un nulla in paragone della progressività di una ignorata imposta sui redditi degli enti ecclesiastici, la quale ha nome di quota di concorso e che partendo da aliquote altissime giunge sino all’estremo di colpire col 100 per 100 ossia di assorbire completamente, la parte dei redditi dei vescovi ed arcivescovi superiori alle L. 60.000 all’anno: cosicché anche il vescovo di Cefalù, citato ancor adesso ogni tanto dai giornali anticlericali come percettore di un reddito di parecchie centinaia di mila lire l’anno, in realtà lo ha ridotto dalla quota di concorso a non più di L. 30.000 falcidiate da parecchie altre assai ingegnose imposte.

 

 

Ed è altresì un nulla in confronto dell’imposta percepita col metodo del monopolio del lotto. Qui il ragionamento fatto dal legislatore è tale che i fautori più ardenti della progressività non potrebbero desiderare migliore. Poiché le vincite sono tanto più forti, a parità di somma giuocata, a mano a mano che si passa dagli estratti e dagli ambi ai terni ed ai quaterni, così lo Stato ha fissato l’utile proprio (ossia l’imposta) in una proporzione progressivamente elevata a mano a mano appunto che si passa dagli estratti ed ambi ai terni ed ai quaterni.

 

 

L’utile teorico (ossia l’imposta media teorica) è invero fissata dal 37.58 al 41.67% per gli estratti e gli ambi, per cui le vincite sono minime, nel 63.82% per i terni, che danno vincite assi superiori, e nell’88.16% per i quaterni i quali maggiormente arricchiscono i vincitori. Gli utili reali sono alquanto differenti degli utili teorici; ma in media non se ne discostano gran fatto e spesso li superano. Ecco dunque un tipo d’imposta progressiva che da decenni (e da secoli se si tien conto degli ex Stati italiani) tranquillamente funziona, con una progressione che sarebbe giudicata enorme (badisi che si tratta di imposte del 40, 64 ed 88 circa % sui diversi scalini di vincite ossia di redditi del giuoco) se qualcuno osasse applicarla ad altri redditi. Né ciò deve far nessuna meraviglia perché un’imposta cotanto feroce sugli altri redditi distruggerebbe ogni incitamento al lavoro ed al risparmio, mentre qui salutarmente frena la malsana tendenza al giuoco.

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