Il male e i rimedi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/10/1922

Il male e i rimedi

«Corriere della Sera», 3 ottobre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 867-870

 

 

 

A me non è possibile, in un affrettato commento, dire della figura di Giuseppe Saracco, quale fu rievocata dalla solenne ed ammonitrice parola dell’on. Tittoni; e già del resto la riassunse stupendamente in queste colonne Luigi Luzzatti. Ma il presidente del senato ha avuto, passando dall’elogio del suo predecessore a dire del problema finanziario presente, tre momenti altamente significativi: la constatazione del male, l’elogio al governo per il suo aborrimento da inutili programmi e l’augurio che ai programmi generici succeda l’azione pronta ed energica.

 

 

La constatazione del male. Grave, minaccioso e, se si tarda, irreparabile. Sono verità affermate da molti uomini politici; ma poiché i ministri in carica alle affermazioni negative aggiungono sempre attenuazioni ottimiste, giova che un uomo investito di altissima autorità personale e politica affermi apertamente che il paese è schiacciato da un sistema di imposte inorganico ed improvvisato, che stiamo ritornando alle iniquità fiscali dell’epoca più obbrobriosa del basso impero, che vani sono gli sforzi magnifici dei contribuenti per dare nell’anno ora finito 2 miliardi e 800 milioni di più allo stato, quando il governo ne sperperava 5 miliardi oltre le previsioni, che gli aumenti, ogni tanto minacciosamente risorgenti, della circolazione equivalgono alle battiture di moneta falsa per cui Dante cacciò nell’inferno i principi del tempo suo. Se non si pone al male rimedio pronto, siamo avviati fatalmente al fallimento. Non si speri di salvarci per fortuna o per virtù di cose. Le cose non si accomodano da sé; ma unicamente per virtù di uomini e di popoli.

 

 

L’elogio al governo per il suo aborrimento da inutili programmi. L’on. Tittoni interpreta l’impossibilità in cui, per la sua assenza all’estero, si è trovato l’on. Paratore di esporre un programma d’azione al parlamento e il silenzio dell’on. Facta a Pinerolo come la prova che il governo non vuole più ripetere al paese i vani e generici e risaputi programmi, da cui fu per tanto tempo trastullato. «Fare economie ma non disorganizzare i pubblici servizi. – Riformare i tributi ma non diminuire i proventi dell’erario. – Promuovere lo sviluppo delle industrie e dei commerci, esportare, lavorare, produrre, consumare di meno». L’elogio a Paratore ed a Facta per non aver ripetuto queste che giustamente l’on. Tittoni chiama lapalissiane verità, sarebbe giustificato se altri ministri non avessero ottenuto applausi gridando le medesime banalità, e se, oltre le ottime relazioni e dichiarazioni dell’on. Paratore, qualche indizio si vedesse di fermo proposito di agire. Ma gli indugi a compiere minime riforme burocratiche; ma la incertezza brancolante nello scegliere il presidente della Corte dei conti, ossia l’uomo energico capace di tenere testa al governo e di denunciare immediatamente con parole forti alle due camere gli abusi quotidiani delle registrazioni con riserva, sì che l’alto sonno dei parlamentari venga finalmente rotto; ma le procrastinazioni nello scoprire l’altro uomo destinato a mettere ordine nelle ferrovie di stato, a ridurre, confutando coi fatti le allegazioni di difficoltà somma del ministro Riccio, di qualche decina di migliaia il numero degli agenti ed a ricondurre alla sanità mentale il metodo di applicazione delle otto ore, tutti questi ed altri fatti rendono testimonianza della possibilità che al governo manchi ancora la coscienza dell’abisso verso cui stiamo camminando, se una volontà deliberata di agire non sopravvenga negli uomini che hanno la responsabilità del tesoro, delle finanze e della presidenza del consiglio. Occorre che questi tre uomini si impongano ai loro colleghi ministri preposti alla spesa, troppo spesso dimentichi dell’esempio dato da Giuseppe Saracco quando, ministro dei lavori pubblici in tempi difficili, dichiarava di non voler chiedere fondi al collega del tesoro, e troppo spesso propensi a chiedere soltanto aumenti e a non proporre mai riduzioni di stanziamenti nel pubblico bilancio.

 

 

Perciò l’on. Tittoni fa l’augurio di una azione pronta. Né si indugia all’augurio generico di un programma di provvedimenti concreti, pratici, efficaci, enunciati con precisione in tutti i loro particolari. Alcuni di questi provvedimenti, pur con la concisione imposta dall’obbligo di non dilungarsi dal tema principale del discorso, enuncia egli stesso. Elenchiamoli, sì da metterli in risalto e farne spiccare la portata, traendoli dalla magnifica tessitura della commemorazione storica dell’insigne predecessore dell’on. Tittoni:

 

 

  • 1) i ministri ed i funzionari, colpevoli di avere speso oltre gli stanziamenti del bilancio, siano obbligati a pagare in proprio l’eccedenza, come la camera ed il senato francese hanno deliberato. S’intende che tale obbligo si riferisce anche alle spese fatte prima che la legge ordinasse lo stanziamento. In Italia è consuetudinario dare ordinazioni, far compiere lavori, salvo mettere il parlamento dinanzi al fatto compiuto. Paghino i responsabili. Pagheranno poco, perché i funzionari spesso ed i ministri talvolta sono nullatenenti; e lo stato avrà scarso conforto da queste piccole confische di private fortune o minime ritenute su stipendi; ma il freno sarà efficace, perché il piccolo ricupero per lo stato può essere gravissima perdita per il funzionario od il ministro;
  • 2) revisione di quelle leggi che hanno gravato il bilancio per vari anni, a fine di diluire gli stanziamenti in un numero di anni maggiore. Con leggerezza incredibile si sono votate spese per lavori pubblici, sussidi a concorsi o ad enti locali per centinaia di milioni, facendone apparire minimo il peso immediato, grazie all’avvedimento di frazionare gli stanziamenti in dieci, in venti, in trenta anni. In tal modo si sono accumulati gli impegni e l’erario ora soggiace a cumuli gravissimi di oneri. Si rivedano tutte queste leggi e si raddoppi, ad esempio, il numero degli anni in cui lo stesso stanziamento è ripartito. Una spesa di 100 milioni, ripartita in 10 anni, cagiona all’erario un onere annuo di 10 milioni; se ripartita in 20, l’onere scema a 5 milioni. Il totale, ad esempio, potrebbe scendere da 500 a 250 milioni.

 

 

Non sempre la proposta potrà essere applicata; perché se una ferrovia si esegue in 10 anni costa 100 milioni; eseguita in 20 anni, il costo, per il cumulo degli interessi e per la lentezza dei lavori, può salire a 200 milioni. Ma la proposta dell’on. Tittoni significa chiaramente che in questi casi si deve avere il coraggio di ridurre l’annualità complessiva, per un gruppo di stanziamenti, ad esempio, da 100 a 50 milioni annui, dando la precedenza ai lavori più urgenti, a quelli economicamente riproduttivi, e rinviando gli altri a tempi migliori;

 

 

  • 3) astensione da spese non necessarie e rinvio anche di quelle necessarie a tempi migliori. Qui la proposta è più generale; ma ha il merito di dire apertamente che l’utilità o la necessità di una spesa non è affatto una buona ragione per farla; e diventa pratica grazie al ricordo della deliberazione ferma del senato di rinviare la discussione di tutti i provvedimenti che importano oneri continuativi di spesa. È passato il tempo in cui si doveva fare una cosa solo perché era bella e buona. Sono passati i tempi in cui si poteva lamentare che il ministero di agricoltura non facesse abbastanza per promuovere l’agricoltura, e così dicasi dei ministeri dell’industria e del commercio. A parer mio quelle furono sempre lamentazioni insensate; poiché tutti questi ministeri promuoveranno tanto meglio le rispettive branche dell’attività nazionale, quanto meno si agiteranno e faranno a loro vantaggio. Oggi, però, non fa d’uopo neppure più di dimostrare l’inutilità e il danno degli affaccendamenti ministeriali in pro dei privati. Basta dire e gridare che essi devono ridurre le loro attività attuali ed astenersi da ogni incremento di attività futura perché non vi sono quattrini. Sarà forse meraviglioso lo scopo per cui essi propongono di spendere i denari dei contribuenti; ma è ancor più urgente non fare nessuna spesa di nessuna sorta, perché l’unica necessità del momento presente è di ristabilire l’equilibrio del bilancio.

 

 

L’illustre presidente del senato saprà scusarmi se, commentando, ho aggiunto parole dure a quelle acerbissime che egli con forma eletta ha ritenuto di dovere usare. Ma oggi importa non fare complimenti, quando sono in giuoco le sorti del paese.

 

 

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