Il «minor male» di un industriale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/08/1924

Il «minor male» di un industriale

«Corriere della Sera», 14 agosto 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 784-789

 

 

 

L’articolo su «Il silenzio degli industriali», oltre a quella della associazione dei commercianti di Genova, ha provocato alcune risposte, le quali, provenendo direttamente da coloro a cui le mie parole si indirizzavano, meritano di essere prese in considerazione. Purtroppo, esse si limitano ad essere la parafrasi, talvolta brutalmente cinica, dello schizzo che avevo cercato io stesso di fare dell’atteggiamento psicologico della maggior parte degli industriali nostri. «Il governo attuale ci ha salvato dal disordine sociale, dal dissolvimento bolscevico, dagli scioperi a ripetizione, dall’occupazione delle fabbriche; ha ridato al paese tranquillità, ai traffici sicurezza, alle pubbliche finanze il pareggio. Qualunque mutamento sarebbe un salto nel vuoto; noi non abbiamo fiducia negli oppositori, i quali si sono dimostrati nel 1919, nel 1920 e nel 1921 incapaci a resistere alla piazza. Preferiamo alle promesse i fatti e perciò non ci sentiamo di dichiararci scontenti del presente stato di cose».

 

 

Se gli industriali parlassero soltanto così, essi si comporterebbero lamentevolmente, rinunciando ai proprii privilegi di cittadini pensanti, privilegi i quali dovrebbero invece stare molto a cuore ai capitani dell’economia nazionale. Darebbero ragione al Silvestri, principale tra i miei contradittori, il quale proclama «che il vero, il buon industriale ha, se non orrore, certo almeno avversione per la politica; egli se ne interessa mezz’ora la mattina e mezz’ora la sera, scorrendo i giornali, ma poi, durante la giornata, i pensieri suoi sono tutti dedicati al suo lavoro, ai suoi affari…», essendo persuaso «che in generale è assai difficile conciliare il lavoro industriale al lavoro politico; nove volte su dieci egli si dice che il secondo esige attenzione e prestazione altrettanto assidue e pertinaci del primo e quindi assai difficilmente può assommarsi all’altro». Perciò «la politica si limita per lui ad essere il diversivo per distogliere il cervello da troppo assidue ed insistenti preoccupazioni».

 

 

Ripeto che se tutto finisse lì, se la politica degli industriali si limitasse a quella di leggere i giornali al mattino al caffè ed alla sera prima di prender sonno, con conseguenti proteste contro gli articolisti incapaci di andare, per il bene della patria, tutti d’accordo, la cosa sarebbe semplicemente lamentevole.

 

 

Ma così non è, od almeno così non è degli industriali che scrivono, che formulano ordini del giorno, che dirigono le associazioni professionali, e sovratutto così non è degli industriali che intervengono nelle lotte politiche a suono di milioni fondando o sussidiando giornali. Essi professano una teoria politica, come bene spesso professano una teoria economica. In economia il Silvestri, ad esempio, parla male delle teorie «astratte» degli economisti; ma ciò non toglie che egli sia sempre pronto a sostituirvi una certa cosa sua, che egli chiama «pratica», ma che è nient’altro che una teoria bell’e buona, diversa da quella degli economisti soltanto per ciò che è fantastica e spropositata. Così in politica. Gli industriali che scrivono hanno anch’essi una teoria politica; ma è una teoria terrorizzante per il buon nome e per l’onore del nostro paese.

 

 

A leggere, ad esempio, ciò che dice il gr. uff. Silvestri, sembra che «l’olio di ricino, il manganello e la perdita della libertà di stampa» dovrebbero apparire agli italiani dolcissime cose, paragonate agli orrori della Russia bolscevica, Né tra questi orrori e quelle dolcezze, è possibile, secondo lui, alcuna via di mezzo. Il regime di libero ed ordinato governo, in cui a tutti sia lecito manifestare le proprie opinioni, in cui l’opinione prevalente abbia diritto di governare il paese ed obbligo di abbandonare il timone dello stato, quando siano, colla forza della propaganda e della persuasione, giunte a prevalere altre correnti d’idee; questo regime, che è il fondamento e l’essenza del vivere civile, che è il patrimonio sacro degli stati moderni, non è adatto all’Italia, perché

 

 

«l’Italia non è l’Inghilterra e neppure la Germania o la Francia o il Belgio; qui ancora non è raggiunto quell’elevato comune livello di educazione politica che dovrebbe ad esempio impedire al giornale italiano più diffuso all’estero di stampare cose che, se non proprio ci diffamano, certo però non giovano al nostro buon nome e che ad ogni modo giustificano quanto sul nostro paese si stampa in questi giorni all’estero».

 

 

Il qual brano di incredibile teoria politica si volle riportare per disteso affinché nessuno potesse accusarmi di esagerazione quando affermo che il Silvestri, convinto in ciò di esporre il modo di pensare dei suoi colleghi industriali, afferma che l’Italia è un paese privo di quella elevata educazione politica che è patrimonio comune dei paesi europei occidentali; e farnetica che in questi paesi dall’elevata educazione politica i giornali si asterrebbero dal narrare e commentare fatti accaduti per il timore di diffamare il proprio paese all’estero. Questa è pura farneticazione ingiuriosa per l’Italia; poiché in tutti i paesi citati, compresa in essi l’Italia, è teoria ferreamente propugnata dalla libera stampa che non la narrazione di un fatto atroce è calunniosa ma il fatto medesimo. Dovere della stampa è di andare a fondo sul fatto, di non lasciar tregua ai colpevoli di un delitto o di un atto illecito. Il silenzio sarebbe connivenza e autorizzerebbe l’estero a considerare solidale nel male il paese intiero in cui il delitto è avvenuto.

 

 

La grande stampa inglese quando, per un peccato venialissimo in confronto al delitto Matteotti, uccise politicamente Parnell; o quando per poco non condannò a silenzio perpetuo Lloyd George per aver comprato, con danari suoi e senza giovarsi di alcuna notizia avuta per ragion di ufficio, azioni di una società la quale aveva rapporti con lo stato; la stampa canadese quando alcuni mesi fa condusse una campagna vivacissima contro un ministro reo soltanto di aver, preso da panico alla pari di un qualunque mortale, ritirato un suo deposito di 4.050 dollari da una banca dopo aver saputo, in una seduta di gabinetto, che quella banca periclitava; quella americana, quando costrinse, nell’occasione recente degli scandali del petrolio, parecchi ministri a dimettersi e – con la pubblicità clamorosa data ai minimi particolari dello scandalo, pubblicità in confronto alla quale le cronache dei nostri giornali sono castigatissime – aiutò la giustizia ad iniziare la procedura che quasi certamente porterà uno di quei ministri alla galera ordinaria: tutti questi giornali non pensarono neppure un istante di diffamare il proprio paese agli occhi degli stranieri. Ingiuriosa e stravagante suonerebbe per quei giornali una siffatta accusa; ché la diffamazione ci sarebbe solo se col silenzio si lasciasse credere che il paese è solidale coi colpevoli. Laddove invece il paese si difende e si purifica e si innalza quando subito si proclama la riprovazione per i colpevoli e si chiede e si vuole ampia ed illimitata giustizia e si riducono al silenzio ed alla scomparsa coloro che hanno, anche indirettamente, cooperato al fatto biasimevole.

 

 

Al Silvestri non basta affermare calunniosamente che l’Italia non è in grado di fare quanto, in circostanze meno gravi, facemmo noi e fanno i vicini paesi; egli aggiunge che l’Italia non potrà per lunghissimo tempo aspirare a sorte migliore:

 

 

«siamo d’accordo, in paradiso non ci saranno vincoli, la libertà sarà completa e l’azione di tutti sarà volta unicamente al bene degli altri prima che al proprio; ma in questo basso mondo, in questo nostro paese povero più degli altri che lo circondano, rinato ieri alle funzioni di elemento civilizzatore, bisogna rassegnarsi a scegliere fra due mali il minore».

 

 

Ed il minor male non è soltanto, a quel che pare, «la mordacchia», non è soltanto la soppressione della libertà di stampa, che sarebbe stato provvedimento «logico» fin dall’ottobre 1922, ma è «l’azione di alcuni troppo caldi zelatori del governo di Mussolini». Le quali parole, se vogliono avere un significato, vogliono dire che il Silvestri considera l’Italia paese povero, paese maleducato politicamente, paese predestinato al bolscevismo, appena si allenti il morso del domatore, paese degno non solo di mordacchia alla stampa – salvo che questa «si interessi solo al gran premio automobilistico di Lione» e abbandoni il noioso discorso sulla libertà di stampa – ma degno degli eccessi dei «troppo caldi zelatori»: e cioè degno, come fu spiegato sopra dal Silvestri, dell’olio di ricino, del manganello e di simili costumanze gentili.

 

 

No, egregio Silvestri; io non credo che i vostri colleghi industriali condividano questo modo di pensare così enorme che non voglio nemmeno definirlo. Camillo Cavour era anch’egli un agricoltore e si interessò di industria; apparteneva ad una gran famiglia di industriali Quintino Sella; erano grandi agricoltori e grandi industriali De Vincenzi, De Angeli e Rossi. Alcuni di essi erano protezionisti come voi lo siete. Ma tutti si sarebbero vergognati di parlare così del nostro paese. L’Italia non è un paese «rinato ieri alle funzioni di elemento civilizzatore». Questa vostra Lombardia che nel secolo diciottesimo splendette con Beccaria, con Pompeo Neri, con Verri tra i paesi antesignani del pensiero politico moderno e compì, tra un fervore di dispute memorande, riforme legislative ancora oggi additate ad esempio al mondo, non merita davvero che voi la trasciniate così in basso. Io sono certo che l’inquieto affanno per il risorgere del bolscevismo, a cui voi riducete tutta la vostra giustificazione della mordacchia, dell’olio di ricino e del manganello, è l’indice del risorgere auspicato nelle classi industriali italiane di un ben più profondo affanno, di una ben più generosa brama: la brama del ritorno alla vera pace sociale, alla pace combattuta, ma consentita e gloriosa. Gli industriali sentono che il motto di Varsavia: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, non giova alla solidità delle loro imprese; sentono che il magnifico ideale della collaborazione non si ottiene colla forza, ma solo col consenso. Essi non vedono forse chiaramente quali vie conducono alla pace consensuale; sperano ancora ingenuamente, come fa un altro mio critico industriale, il rag. Mario Beretta, che la pace possa nascere dalla conciliazione miracolosa ed esteriore fra governo ed opposizioni; ma già condannano, con il Beretta, «metodi non conciliabili con il grado di civiltà del nostro popolo».

 

 

La via, faticosa e lunga, della salvezza e della pace sociale, corre lungo terreni tradizionali e noti. Fa d’uopo ritornare ai metodi di lotta, di discussione, di aperto avvicendamento di idee e di partiti che resero gloriosi il dodicennio piemontese dal 1848 al 1859 ed il primo venticinquennio di unità nazionale. Oggi, dinanzi al suffragio universale ed all’entrata delle moltitudini nella vita politica, l’impresa della creazione di una buona classe politica è assai più ardua di un tempo. Sarà impresa tanto più gloriosa di quella gloriosissima per cui l’Italia era assurta, sebbene più povera d’adesso, ad un gran posto nella storia europea. A quest’impresa debbono gli industriali dare la loro opera diuturna, in fabbrica e fuori di fabbrica. Lascino stare la falsa politica, a cui in passato li hanno convitati troppo spesso i loro sedicenti rappresentanti: la politica dei dazi protettori, delle sovvenzioni marittime, dei salvataggi bancari e delle concessioni governative. Entrino nella politica con le mani nette e col convincimento che la vita delle loro imprese, di quelle imprese che sono il loro tormento e la loro gioia quotidiana, che danno ad essi ansie tremende e soddisfazioni talvolta sublimi, che quella vita non è resa sicura dalla «mordacchia» del loro collega Silvestri. Il silenzio non è pace: i più veggenti tra gli industriali lo vedono e timidamente lo confessano. Il decreto sull’assoggettamento al controllo politico dei patrimoni privati delle associazioni operaie ha seminato odio, da cui potrebbe nascere tempesta. Ma questa non nascerà se gli industriali si metteranno animosamente all’opera; se in libera discussione, uguali di fronte ad uguali, sapranno dimostrare che la forza non è necessaria per far grandeggiare l’economia nazionale e garantire a tutte le classi interessate una sorte ognor migliore.

 

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