Il miraggio della «grande» riforma tributaria
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 23/05/1912

Il miraggio della «grande» riforma tributaria

«L’Unità», 23 maggio 1912

 

 

 

Commentando le risultanze curiose dell’inchiesta compiuta dalla «Riforma Sociale» sui guadagni dei deputati e dei senatori denunciati agli effetti dell’imposta di ricchezza mobile, l’Unità del 2 marzo aggiunge: «Ed ecco spiegato, almeno in parte, perché i nostri politicanti non vogliono sentir parlare di riforma tributaria. Il sistema attuale è così comodo, per loro, che sarebbero dei gran minchioni, se si prestassero a mutarlo!».

 

 

La spiegazione non mi sembra sufficiente e, sovratutto, nasconde un pericolo. Avrei fatto un bell’affare, promuovendo la compilazione faticosa di una simile inchiesta sulla mia rivista, se poi l’unico frutto fosse una agitazione a pro della cosidetta «riforma tributaria»! Peggior bandiera e merce più avariata non è possibile di scoprire, almeno per chi non ragiona per un mondo celestiale di uomini saggi e retti, ma per una società di contribuenti come sono gli italiani. Fautori della «riforma tributaria», della «progressiva», dell’imposta sul reddito globale, dell’imposta di famiglia, possono essere tutti: anche gli on. Vicini, Merlani, Sacchi, Targioni, Baccelli, Giacomo Ferri ecc. ecc. Riformare il sistema tributario è un bel nulla per sé stesso. Serve a procacciare popolarità e nient’altro. Ogni politicante di infimo ordine è capace di esporre un piano di riforma tributaria, per cui si applichino in Italia celebrati metodi della «income tax» inglese, della «Einkommensteuer» prussiana, e via dicendo. L’on. Giolitti che non è un politicante, ma conosce benissimo la merce gradita ai suoi seguaci, parecchie volte presentò il suo bravo progetto di imposta globale progressiva sul reddito.

 

 

Io dico che, anche quando il progetto diventasse legge, il male non sarebbe tolto; anzi sarebbe aggravato. Io dico che la «riforma tributaria» è un inganno elettorale, uno specchietto per le allodole, un inganno con cui i politicanti riescono a far credere al buon pubblico di voler la giustizia, di voler sgravare i poveri ed aggravare i ricchi. Poiché né io né

l’Unità parliamo per acchiappare voti elettorali, possiamo fare astrazione da questo grottesco gergo della giustizia tributaria, e dir la verità nuda e cruda.

 

 

La quale verità è semplicemente questa: che il nostro sistema tributario – parlo s’intende delle imposte dirette – è discreto; e darebbe buoni frutti, se soltanto si trovassero le maniere di fare degli accertamenti ragionevoli.

 

Faccio un esempio per spiegare la cosa. Supponiamo un contribuente che abbia ogni specie di redditi possibili, e supponiamo che egli sia un emerito frodatore. Il suo reddito si comporrà così:

 

 

 

Reddito vero

Reddito accertato agli effetti dell’imposta

I. Reddito di terreni (tassato coll’imposta sui terreni)

1.000

500

II. Reddito di fabbricati (tassato coll’imposta sui fabbricati)

2.000

1.500

III. Redditi mobiliari (tassati coll’imposta di ricchezza mobile)

Cat. A1: interessi di titoli di Stato, Provincie, Comuni, non espressamente esentati dall’imposta

1.000

1.000

Cat. A2: interessi di mutui ipotecari

1.000

1.000

IV.

interessi di mutui chirografari e cambiari

1.000

V

Cat. B: reddito di industrie e di commerci

5.000

3.000

VI.

Cat. C: reddito di professioni libere, di impieghi privati, di lavoro d’operai ecc.

3.000

1.000

VII. Cat. D: reddito di impieghi pubblici presso Stato, Provincie e comuni

2.000

2.000

VIII. Reddito globale nazionale

16.000

10.000

Reddito di valori esteri, di case e terreni esistenti all’estero e di altre fonti straniere (non tassati da nessuna imposta)

4.000

IX. Reddito globale totale

L. 20.000

10.000

 

 

L’esempio è un po’ fittizio; perché un contribuente non può essere contemporaneamente impiegato pubblico, professionista, commerciante ecc. ecc. Ma l’ho fatto così, per dare un’idea compiuta dell’evasione tributaria. Possiamo ora ragionarci sopra.

 

 

Si noti anzitutto che vi è una categoria di redditi (quella contrassegnata col n. IX) per cui non si può parlar di evasione. La legge nostra non tassa i redditi provenienti dall’estero; né si saprebbe come fare a tassarli, finché l’imposta tassa i redditi alle fonti. Quindi il contribuente non froda il fisco, non pagando l’imposta dovuta.

 

 

In secondo luogo vi sono dei redditi per cui la frode è impossibile. Sono i redditi segnati al n. III, IV e VIII. Qui lo Stato o altri enti pubblici pagano essi medesimi i redditi e li possono accertare fino all’ultimo centesimo; o, per i crediti ipotecari, la pubblicità necessaria per iscrivere le ipoteche rende impossibile la frode. La quale è possibile invece per i redditi segnati ai n. I, II, V, VI e VII. Per i terreni (n. I), quando il casto nuovo sarà attivato, la frode sarà un po’ diminuita; ma è opera lunga e colossale. Per i fabbricati (n. II) occorrerebbero revisioni generali frequenti : ed è dal 1889 che non se ne fanno più. Per gli interessi di mutui chirografici e cambiari, per cui l’evasione arriva al 100 %, salvo in casi di disgrazia (per il contribuente), ossia di perdita del credito – che allora l’imposta si paga, vedi stranezza, benché il reddito non ci sia più – è bravo chi inventerà un metodo che vi ponga termine. Ed è finalmente notorio che per i redditi di commercio e d’industria e di professioni la evasione è frequente. Dopo tutto, date le enormi aliquote, la frode è in parte una legittima difesa contro le esorbitanze fiscali.

 

 

Orbene, che modificazioni apporterebbe a questo quadro delle evasioni la cosidetta «riforma tributaria»? Un bel niente. Ed è perciò che essa è prediletta da tanti politicanti, ed è in fondo osteggiata da tante persone serie.

 

 

Nel fondo della loro coscienza i politicanti ed i contribuenti onesti sentono che la riforma lascerebbe le cose come sono per i frodatori ed aggraverebbe ulteriormente coloro che all’imposta non possono sfuggire.

 

 

In che cosa consiste infatti la celebre, la meravigliosa riforma tributaria dell’avvenire? In questo: che ora si tassano i redditi I, II, III ecc. ecc. fino all’VIII, separatamente considerati. Domani si tasserebbe, in aggiunta alle imposte particolari oggi esistenti, con una imposta sul reddito o globale o di famiglia quello che nel quadro ho detto «Reddito globale totale».

 

 

Ma avrebbe la riforma la mirifica virtù di accertare le 20,000 lire di reddito vero, invece delle 10,000 di reddito ora accertato? Mai no. Ed io sarei grato a chi mi spiegasse, con ragioni persuasive e serie, non con discorsi sciocchi, buoni per la platea degli elettori, come il semplice cambiamento di nome, il semplice tassare il tutto invece delle parti possa far saltare fuori le 20,000 invece delle 10.000 lire. Chi frodava prima froderà dopo. I redditi, che erano invisibili prima, rimarranno invisibili dopo. Il professionista seguiterà a dimostrare che il suo reddito è di 1000 lire invece di 3000 lire. L’operaio, che guadagna 7 lire al giorno, seguiterà a dire che il suo non è un reddito, perché la parola operaio ha la virtù di far diventare bianco il nero. Anni fa c’è stato un ministro, l’on. Carcano, che esentò, con una semplice circolare illegale, tutti gli operai di fatto dal pagare imposte sui salari, anche se guadagnano 5 o 6 o 10 lire al giorno. mentre un povero diavolo di usciere, con 60 lire al mese, paga la sua brava imposta del 7.65 % sul suo cosidetto stipendio. Domani, colla globale e progressiva, un ministro socialista pubblicherà una nuova edizione della circolare Carcano, e gli operai seguiteranno a non pagare, anche se i loro salari sono ben superiori ai minimi esenti.

 

 

I redditi di valori esteri o comunque provenienti dall’estero si potranno scoprire meglio d’oggi quando vi sarà la globale? E chi sa perché? I redditi dei terreni e dei fabbricati saranno meglio accertati? Bisognerebbe rifare i catasti ed operare nuovi accertamenti, almeno ogni dieci anni. Chi può sperare che questo accada, quando si vedono le lentezze del catasto in corso e quando, appena si parli con un agente delle imposte, si sente vociferare di intiere città in cui il Governo non osa procedere a nuovi accertamenti per paure elettorali? Cambieranno le cose colla globale? Fuori la faccia dell’ingenuo che ci crede!

 

 

Ecco perché io dico che la riforma tributaria è una solennissima truffa. Dopo la «riforma» si accerteranno sempre 10,000 lire e non 20,000. I contribuenti, già prima tassati, pagheranno una nuova imposta che aggraverà l’ingiustizia delle vecchie; mentre coloro che erano tassati poco o nulla, seguiteranno a pagar poco o nulla. La distanza tra i frodatori e gli onesti (chiamiamo così quelli che, per la natura del loro reddito, non riescono, pur volendo, a frodare) crescerà a danno degli onesti.

 

 

Qualche anno fa, quando l’on. Giolitti presentò il suo ultimo disegno di riforma tributaria, io dissi sul Corriere della Sera suppergiù le stesse cose che ripeto ora; aggiungendo che quello che importava non era la riforma tributaria ma i preliminari della riforma stessa. Intendevo per preliminari tutte quelle piccole e modeste riforme che possono servire ad avvicinare, nella misura del possibile, i redditi accertati ai redditi veri. Solo dopo essere riusciti, tollerabilmente, a raddrizzare gli addendi, si potrà fare la somma e tassare questa. Ma finché gli addendi rimarranno quali sono, la somma sarà sempre una turlupinatura.

 

 

Quando dissi queste cose sul Corriere, fu uno sghignazzamento in coro dei socialisti e della radicaleria. Mancipio dei capitalisti, filosofo salariato o prezzolato della borghesia, e simili gentilezze. Ora si vede chi aveva ragione. La «grande riforma» è di là da venire; e per giunta si è perso il tempo e non s’è pensato neppure ad imporre i preliminari.

 

 

Quanti degli sghignazzatori pagano l’imposta di R. M. sul vero loro reddito, anche solo – e ci sarebbe da essere contentissimi – sulla metà? Sarebbe interessante saperlo.

 

 

Domani potrà essere votata la grande riforma: e si sarà commessa, senza i «preliminari», una ingiustizia di più. Finché la opinione pubblica si lascerà illudere dalle parole grosse dei riformisti, non si verrà a capo di nulla. Vorrei poter fare una statistica di questi riformisti, che hanno sempre la democrazia e la giustizia tributaria in bocca, e si vedrebbe che razza di gente è. Io scommetto che sono reclutati sovratutto tra coloro che hanno redditi catalogati nel quadro ai numeri V, VII, IX. A costoro di fatto l’imposta globale non farà né caldo né freddo e perciò la invocano a grandi grida. Chi può, per converso, dar torto ai percettori di redditi elencati ai numeri III, IV, VIII ed anche II e VI, se ne hanno timore e la avversano? La gente più fraudolenta è appunto quella che più invoca la riforma tributaria per far pagare nuovi balzelli agli altri.

 

 

Colle quali cose non dico che non si debba fare una riforma tributaria. Ma dico che deve essere fatta sul serio e non per burla. Epperciò:

 

 

  1. è necessario attendere innanzi tutto ai preliminari della riforma. Accelerare il catasto, procedere ad un nuovo accertamento dei redditi dei fabbricati in tutta Italia, applicare qualche mezzo di reciproco controllo tra contribuenti specialmente nelle cat. B e C della imposta di ricchezza mobile, in guisa che i contribuenti per levarsi di dosso un pericolo, sieno indotti a protestare contro le tassazioni troppo basse. Non nego che tutto ciò sia complicato e difficile. Ma è necessario.

 

  1. per facilitare la scoperta del reddito, è urgente ribassare le aliquote. Si froda per non pagare il 20 %, si froda di meno per pagare solo il 10, ancor meno per il 5 per cento. Mettere una nuova imposta e lasciare tutto il resto così com’è, avrà per unico effetto di crescere le frodi.

 

  1. se si vuole proprio tassare il reddito globale, bisogna abbandonare la fisima di accertare una cifra qualunque, sia 10 o 20 mila. Ciò potrà forse ottenersi in Germania e in Austria, dove i contribuenti sono chiamati a giurare sull’entità del loro reddito e sono mandati in gattabuia se giurano il falso, e dove i commercianti nelle reclames sui giornali e nelle intestazioni delle carte commerciali usano mettere, a testimonianza del loro credito, la cifra ufficiale della tassazione. Finora, in Italia, ho visto un solo caso di questa reclames: e fu quando la Ditta Cinzano e quella Martini e Rossi si beccavano pubblicamente per dimostrare che una vendeva più vermouth dell’altra; l’una disse che pagava più d’imposte di R. M.; e l’altra rispose che l’anno dopo sarebbe stata essa la prima nei ruoli della R. M. Nessuno, però, che io sappia, ha imitato il patriottico esempio. Se si chiedesse il giuramento, non so quanti rimarrebbero in Italia che non fossero spergiuri. Dovremmo mandarli tutti in carcere? Sarebbe un bello spettacolo.

 

 

Quindi una soluzione pratica potrebbe essere quella di non preoccuparsi di nessuna cifra; ma tassare con la nuova imposta, pure continuando a perfezionare le vecchie, gli indizi esteriori del reddito. Dieci lire per la prima serva, 10 per la seconda; 50 per il primo domestico, 100 per il secondo, 300 per lo chauffeur e così di seguito. Tasse sui cavalli, sui cani, sulle vetture, sulle automobili, ben più forti di quelle odierne. Tasse sui valori locativi, con esenzioni ed attenuazioni per i valori locativi bassi e per le famiglie numerose. Tasse sul mobilio, già valutato quasi sempre per le assicurazioni contro gli incendi. I nostri vecchi, che mettevano le imposte sul lusso, non erano poi così sciocchi come si dice. L’on. Giacomo Ferri denuncia redditi bassi; ma tiene l’automobile, a quanto leggo sull’Unità! Giù botte da orbi sulla automobile!

 

 

Colle abitudini di lusso e di sfarzo imperanti, c’è poco pericolo che la gente rinunci a spendere per non pagare l’imposta. Anzi diverrà un segno di distinzione tener domestici con livrea (100 lire per livrea) o usar l’automobile, perché ciò dimostrerà che si hanno anche i danari per pagare l’imposta.

 

 

Gira e rigira, a questo tipo d’imposta sugli indizi del reddito, si può fare una sola obiezione: che esso lascia in pace la gente appartata, economa, i ricchi avari in poche parole. Or quando ad un’imposta si può fare questa sola obiezione, io dico che mai più mirabile invenzione è stata fatta.

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