Il mito dei sovrappiù

Tratto da:

Miti e paradossi della giustizia tributaria

Data di pubblicazione: 01/01/1967

Il mito dei sovrappiù

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 61-89

 

 

 

 

44. In sede di discussione logica il solo problema è: vi è ragion di tassare le eccedenze di reddito di più dei redditi – base? Discutendo il problema così posto, discuteremo senz’altro anche l’altro problema: vi è ragione di tassare le eccedenze di capitale di più dei capitali base? Se tassando il reddito si tassa il capitale, resta escluso che l’una tassazione sia concettualmente diversa dall’altra e che si possa discutere dell’una tassazione come qualche cosa che può esistere in assenza dell’altra. Credere sul serio di riuscire, tassando il capitale od i suoi incrementi, a colpire qualcosa che non sia stato raggiunto o non possa raggiungersi con la tassazione del reddito o degli incrementi di reddito è pura illusione di doppia vista. Il legislatore il quale voglia prelevare il 20% del reddito ha parecchie vie aperte dinnanzi a sé:

 

 

  • tassare il solo reddito col 20%. Riducendo il reddito da 5 a 4, egli avrà nel tempo stesso tassato i capitale nella stessa misura, riducendolo, ove il saggio di interesse sia del 5%, e cioè il moltiplico o denaro sia 20, da 100 ad 80;

 

  • tassare il solo capitale col 20%. Riducendolo da 100 ad 80 avrà nel tempo stesso ridotto il reddito da 5 a 4;

 

  • tassare il reddito col 10% e in aggiunta il capitale coll’11,11%. La prima tassazione riduce il reddito da 5 a 4,50; e quindi il capitale da 100 a 90. La seconda riduce il capitale da 90 a 80 e quindi il reddito da 4,50 a 4;

 

  • combinare in altre svariate maniere la tassazione sul reddito con quella sul capitale, in guisa che l’imposta totale riduca serre l’uno e l’altro del 20%.

 

 

Ma il legislatore non può dire: voglio tassare reddito e capitale col 20%, in modo che i contribuenti perdano tutto e solo il 20% nel complesso dell’uno e dell’altro; epperciò tasso separatamente il reddito col 20% e il capitale col 20%. Ciò dicendo, dice cosa insensata, la quale conduce ad un risultato non voluto. L’imposta sul reddito riduce il reddito da 5 a 4 e quindi il capitale da 100 ad 80. L’imposta aggiuntiva del 20% sul capitale, che dal mercato è oramai valutato 80, lo riduce a 64 e riduce perciò il reddito a 3,20. Il legislatore voleva ridurre il reddito e il capitale rispettivamente da 5 e 100 a 4 ed 80 ed invece li riduce balordamente a 3,20 ed a 64. Poiché fa d’uopo teoricamente escludere nel legislatore la attitudine alla bugia ed all’ipocrisia (vedi sopra par. 32), giuocoforza è concludere che il doppio di imposta è tutt’uno col balordo d’imposta.

 

 

45. Se non si vuole il balordo, occorre partire dal presupposto che la tassazione del reddito significa tassazione sul capitale e viceversa. L’una è l’altra.

 

 

La scelta tra le due tassazioni o il contemperamento fra l’una e l’altra non è un problema di principio, ma di metodo, di opportunità, di precedenti storici.

 

 

46. Discorrendo in generale, ritengo preferibile l’imposta sui redditi (siano redditi-base, o normali, od incrementi di redditi, o redditi non guadagnati o di congiuntura) all’imposta sui relativi capitali (capitali base, incrementi di capitali, arricchimenti ecc.). Qualunque sia il nome o la specie, la degnità o la indegnità, la necessità o la inutilità, il merito o il demerito del reddito, esso presenta, per quanto riguarda l’attitudine a patire imposta, taluni vantaggi notabili in confronto dei corrispondenti capitali ugualmente degni o indegni, necessari o inutili, meritati o rubati.

 

 

47. Il reddito è fatto primo concreto misurabile accertabile, il capitale è frutto di un calcolo, proiezione che il mercato o l’attuario fa del futuro nel presente. Nel constatare i fatti, è inevitabile un minimum di errori; ma è inutile crescere per pura libido tributaria le cagioni di errore. La tassazione sul capitale ha talune prerogative rispetto all’attuazione del principio della esclusione del risparmio dall’imposta, le quali furono da me altra volta esposte.[1] Ma quell’attuazione suppone l’attitudine negli organi amministrativi finanziari a seguire le variazioni dei prezzi capitali delle terre, delle case, delle azioni ed obbligazioni ed a far variare l’aliquota dell’imposta patrimoniale nello stesso senso delle variazioni del saggio dell’interesse. La quale ipotesi sembrando in concreto lontana della realtà, il vantaggio del metodo – che sarebbe di far variare l’ammontare dell’imposta automaticamente in rapporto al maggiore o minore contributo del capitale puro alla formazione del reddito e di eliminare, pure automaticamente, la tassazione delle quote di rischio – pare anch’esso di arduo raggiungimento.

 

 

48. Il reddito può essere analizzato, frazionato a piacere. Il legislatore che sia punto dalla tarantola del differenziare può moltiplicare all’infinito le qualità del reddito: di lavoro o di capitale o misti; misti con diverse dosature dei componenti: piccoli o grossi, normali o ultranormali.

 

 

Quanto più si differenzia, tanto più è facile commettere errori e cadere nell’arbitrio. Gli errori sono tuttavia conoscibili e, forse, eliminabili. Non è assurda speranza, tassando i redditi, quella di riuscire a tener conto, entro certi limiti, della possibilità di traslazione del tributo dal contribuente legalmente colpito al contribuente di fatto inciso; ed aggiustare in corrispondenza la tassazione.

 

 

49. La tassazione dei capitali pone altri problemi sottili, praticamente insolubili. Quali relazioni esistono in realtà fra redditi e valori capitali? Nessuno è riuscito sinora a trovare una spiegazione soddisfacente, che non sia un gioco di parole, della imposta sui trasferimenti a titolo oneroso, tipica fra le imposte sui capitali. Dove c’è il guadagno delle due parti, quando la premessa logica del trasferimento è la uguaglianza di valore fra bene ceduto e prezzo pagato? Il guadagno è psicologico, da valutazione individuale interna. Come si misurano i guadagni psicologici? ed è opera di buon senso tassarli? ossia tassare le speranze di immaginazione? Si vuol tassare il capitale a scatti, invece che regolarmente ogni anno? Quale probabilità vi ha che gli scatti si verifichino nei singoli casi con regolarità tollerabile? e non nascano diseguaglianze stridenti da contribuente a contribuente? Questa è critica efficacissima altresì contro le imposte successorie, altra branca illustre della tassazione dei capitali.[2]

 

 

50. L’imposta sui redditi segue la base imponibile a mano a mano che questa si produce. Il contribuente paga l’imposta sul frutto dei terreni o delle case o delle industrie o delle professioni colla stessa moneta che egli ricava dalla vendita di quei frutti e nella stessa unità di tempo. Non esistono divergenze fra il metro con cui si misurano i redditi e il metro con cui si misurano le imposte. Quel metro invero non è una lunghezza assoluta, ma una percentuale. Se l’aliquota è del 10% del reddito e lo svilimento della moneta rialza prezzi e redditi, si paga il 10% di 11000 invece che di 10000 lire; se il rincaro della moneta ribassa prezzi e redditi, si paga il 10% di 9000 invece che di 10000 lire. Vi può essere bensì un ritardo nell’adeguare le valutazioni fiscali alla realtà di 11000 o 9000 lire; ma è ritardo momentaneo, inevitabile in qualunque sistema tributario. Per un anno, forse per due, il contribuente paga ancora su 10 quando il reddito è già salito ad 11 mila lire. Non vi è sperequazione fra contribuenti; bensì, per tutti, minorazione del carico tributario.

 

 

51. Il vizio è più grave nelle imposte sui capitali. Oltreché a quella delle variazioni monetarie, il gettito delle imposte è soggetto ad altre influenze. Invariato il reddito in 5000 lire, l’imposta sul reddito lo colpisce in misura costante. Ma se il saggio dell’interesse ribassa dal 5 al 4% o rialza dal 5 al 6%, ecco i valori capitali del reddito invariato salire da 100000 a 125000 o ribassare ad 83,333 lire. Salvo ad arrampicarsi sugli specchi, v’ha qualche ragione perché l’imposta, all’1%, muti, fermo rimanendo il reddito in 5000 lire, da 1000 a 1250 od a 833,33 lire, solo perché essa fu ragionata in rapporto al capitale? Se l’imposta colpisce gli incrementi od eccedenze di reddito, essa cadrà sull’eccesso eventuale 1000, oltre le 5000 lire supposte normali, ove il reddito sia cresciuto a 6000. Il concetto sarà discusso in seguito; ma c’è in esso quel che i giuristi chiamano il fumus boni juris. Le 1000 lire in più, a metro monetario invariato, sono un qualche cosa di tangibile, di sostanziale. Ma se, a reddito invariato 5000, il valore capitale, a cagion del ribasso nel saggio dell’interesse dal 5 al 4%, sale da 100000 a 125000 lire, che cosa sono quelle 25000 se non fumo? Il contribuente sensato non ardisce spenderle, per non distruggere quel che egli aveva. Normalmente quell’incremento che, di solito, appunto perciò, ha dimensioni minori, è il segnale annunziatore della riduzione futura del suo reddito da 5000 a 4000 per l’abbondanza di risparmio nuovo contento di frutto minore. Che significato ha la tassazione di un qualcosa che non è destinato a durare ed è foriero di futuri disgusti di minor reddito?

 

 

52. Più frequentemente che non quelle sui redditi, le imposte sui capitali presuppongono un confronto fra valori accertati in epoche diverse. Imposte di miglioria, imposte sugli aumenti di valore di aree fabbricabili, imposte sull’eccesso del patrimonio posseduto ad una data in confronto a quello posseduto in data anteriore, imposte sull’eccesso del patrimonio abbandonato in punto di morte in confronto a quello ereditato dal defunto medesimo; tutto ciò implica confronti di valori in tempi diversi. Nove volte su dieci trattasi di confronti fra quantità eterogenee. Il milione di unità monetarie del 1939 non è cosa diversa dalle 100000 unità del 1914; anzi il milione d’oggi ha una potenza d’acquisto minore delle 100000 di un tempo; eppure paiono cose diverse e talun legislatore propose di infierire contro la differenza come fosse vero incremento. Ossequienti, i giuristi delle corti supreme sentenziarono che un dollaro è pur sempre un dollaro; sicché guadagna chi è fatto passare dai pochi dollari lunghi ai molti corti.

 

 

53. La tassazione sui capitali ha campo più ristretto di quella sui redditi, poiché lascia fuori tutti i redditi ai quali non corrisponde alcun capitale valutato come tale dal mercato; principalissimi i redditi di lavoro, i quali in ogni paese sono la quota maggiore del reddito nazionale e, non essendo l’uomo negoziabile, non sarebbero tassabili se si tassassero solo i valori capitali. Il metodo di tassazione dei redditi, se non vieta al legislatore di sbizzarrirsi a suo piacimento nella tassazione delle varie qualità di reddito, ha il pregio di alimentare un po’ meno l’ingenua illusione alla quale egli soccombe quando, avendo immaginato un nuovo nome di imposta, crede di avere scoperto una nuova materia imponibile. La gravezza espropriatrice dell’imposta successoria italiana tra il 1918 ed il 1922 e quella attuale dell’imposta successoria britannica sono in notabile misura dovute all’illusione che nella quota o nell’asse ereditari vi sia una materia d’imposta a sé stante e si possa quindi senza pericolo spingersi all’insù nel tassare; laddove unica, sebbene di forme cangianti, è la fonte dell’imposta, ossia il flusso corrente continuo del reddito. Giova, per la chiarezza e la onestà tributaria, usare un solo metro per la misura del tributo; sicché ognuno possa far la somma della gravezza subita. Nuoce la moltiplicazione dei nomi delle imposte sul reddito; ma più nuoce la ulteriore moltiplicazione di nomi d’imposte sul reddito e sul capitale, ognun nome dotato di proprie caratteristiche e criteri di misura; sicché al contribuente riesca fastidiosa l’addizione delle varie imposte, ed al legislatore più agevole crescere il peso tributario serbando l’aria distratta innocente di chi mantiene, per ogni nome d’imposta, moderate le aliquote.

 

 

54. La rinuncia al metodo di tassazione dei capitali è in paragone peccato venialissimo. Non esistendo quasi capitale al quale non corrisponda un reddito, ove si tassino i redditi non v’ha quasi capitale il quale sfugga alla tassazione. Pare che soltanto i capitali privi di reddito monetario possono fruire di immunità. Val la pena di creare una macchina costosa d’imposta soltanto per tassare le collezioni di quadri, di oggetti d’arte, di libri, i luoghi di delizie, i parchi, i castelli e le ville e simili beni di consumo durevole, improduttivi di reddito monetario e fecondi di spese di conservazione di importo non inferiore al valore della soddisfazione ordinaria che la comune degli uomini ricava dal loro possesso? La tecnica tributaria ha inventato, per tassare siffatte cose, l’ottimo espediente della finzione di un reddito uguale a quello offerto dall’uso migliore alternativo che ordinariamente possa farsi del terreno o dell’edificio così sottratto ad utilizzazione economica. Tassare un di più vorrebbe dire tassare quelli che si chiamano valori d’affezione, «imponderabili» fatti di ricordi, di sentimenti, di comandamenti tramandati dagli avi. Soltanto la ragion ragionante ugualitaria può reputare convenga creare uno strumento costoso più dello sperabile provento allo scopo di distruggere idiotamente quei valori spirituali che sopravvivono, con vantaggio definitivo della collettività, nelle abitudini patrimoniali di una piccola aristocrazia di tradizionalisti e di uomini colti. Di tassare siffatti valori capitali privi di reddito non si usa invero decentemente parlare; ed anzi i più dei legislatori si affrettano ad esentare dall’imposta od a valutare con benignità particolare collezioni d’arte, suppellettili librarie e monumenti storici quando la sorte vuole che essi cadano sotto il martello dell’imposta.

 

 

55. La pretesa necessità di tassare capitali privi di reddito è addotta, con baccano fastidioso, a proposito d’altro. Il caso più rimarchevole, forse il solo concretamente notabile è quello delle aree fabbricabili. Pochi altri casi, economicamente assai meno importanti, possono in parte essere assimilati a questo più visivo. Come tassare, si domanda, l’area fabbricabile la quale di anno in anno cresce di valore, se non si tassano i capitali? L’area non dà reddito, salvo il minimo reddito proprio del terreno usato a scopi agricoli. Ai margini della città, il terreno agricolo passa gradatamente da un valore di 2 lire al mq (20000 lire all’ettaro, massimo valore, per ipotesi, del terreno agricolo e già tassato come tale) a 5, a 10, a 100, a 1000 lire al mq. In lire svalutate le cifre salgono a 10000, a 100000, a 1000000; ma, per non dare fastidio agli occhi, non le scrivo; ed il ragionamento corre ugualmente. A mano a mano che la fabbricazione protende tentacoli nella campagna, l’area vede scemare la sua capacità di reddito agricolo. Quando il valore giunge alle 100 lire, l’area non fa più parte di un podere coltivabile; è un terreno nudo chiuso fra edifici e cantieri, praticamente ridotto a campo di gioco per i ragazzi del vicinato. Per coltivarlo bisognerebbe cingerlo di mura o di alti reticolati ed il costo supererebbe il probabile reddito. Non perciò, si dice, l’area cessa di dar reddito. Il reddito consiste nell’aumento di valore da 2 a 5, a 10, a 100, a 1000 lire al mq. Si tiene l’area per ottenere quello speciale frutto che dicesi incremento di valore capitale dell’area. Se non si colpisce questo, un guadagno, certamente esistente, sfuggirebbe al tributo.

 

 

56. Al solito, siamo dinnanzi ad un caso di doppia vista. Perché l’area edilizia passa dal valore due al valore 1000 per mq? Perché il proprietario vede profilarsi nel futuro un reddito annuo tratto dalla utilizzazione edilizia dell’area. Se un reddito edilizio non fosse, fra 10, 20 o 30 anni, previsto, l’area non sarebbe edilizia ed avrebbe il puro valore agricolo. Se noi supponiamo che il passaggio dallo stadio agricolo allo stadio edilizio avvenga con velocità gradatamente ridotta ed il saggio dell’interesse corrente per impieghi analoghi del risparmio sia del 5% conviene evidentemente conservare l’area allo stato nudo finché, tale rimanendo, il valore dell’area cresce ogni anno almeno del 5% in confronto al valore acquistato alla fine dell’anno precedente. Il momento nel quale l’incremento di valore diventa ed è preveduto rimanere, ad anno, minore del 5% è quello della perfetta maturità dell’area. Fino a quel momento l’impiego di capitale sotto forma di area nuda era preferibile a qualunque altro impiego, perché fruttifero almeno del 5%. Da quel momento in poi è preferibile la fabbricazione perché il capitale area, trasformato coll’aggiunta del capitale casa, frutta per ipotesi il 5%, laddove serbato nudo frutterebbe soltanto, a cagion d’esempio, il 4,75%. Sarebbe antieconomico costruire sia prima che dopo.

 

 

Se noi supponiamo che l’area passi dal valore 2 al valore 1000, ciò vuol dire, ad esempio, che il capitale è stato impiegato all’interesse composto medio del 10% per arrotondati 33 anni. Il saggio di incremento, altissimo nei primi anni, si è gradatamente attenuato sino a toccare nel 330 anno, anno di indifferenza, il 5%. Prevedendosi per il 34esimo anno un saggio di incremento minore del 5%, vien decisa la fabbricazione. Supponiamo, ad evitare complicazioni superflue di calcolo, che la fabbricazione sia decisa ed attuata ad un attimo; cosicché la casa costruita, del costo di 4000 lire per mq (casa centrale, di -o piani ad uso misto di abitazione, uffici e negozi) sia produttiva di reddito al I° gennaio del 34° anno.

 

 

Essa, per mq, produce due redditi:

 

 

a)    il 5% sulle 4000 lire di costo di costruzione della casa: 200 lire. Se un’imposta del 5% lo colpisce e se il saggio corrente di interesse è del 5%, è chiaro che il costruttore, il quale nel momento decisivo possiede il capitale sotto forma liquida, non si deciderà ad investirlo nella costruzione se i fitti non aumentano da 200 a 250 lire in modo che, prelevando dalle 250 il tributo del 20 % in 50 lire, restino nette lire 200 al costruttore per ogni 4000 lire impiegate;

 

b)    il 5% sulle 1000 lire di valore dell’area: 50 lire. Se un’imposta del 20% lo colpisce, e se il saggio corrente di interesse è del 5%, il proprietario dell’area è sprovveduto di rimedio e deve rassegnarsi a vedere falcidiato il reddito da 50 a 40 e perciò anche il valor capitale da 1000 ad 800. Gli converrebbe forse, a scopo di reazione, tener l’area vuota, che è la sola alternativa offertagli? Pare di no; ché 40 lire annue di reddito per mq sono sempre una quantità maggiore di zero, reddito dell’area vuota.

 

 

La riduzione, all’alba del 34° anno, del reddito netto dell’area da 50 a 40 e del valor capitale da 1000 ad 800 reagirà all’indietro; ché il proprietario dell’area non può valutare ugualmente al momento zero quel che dopo 33 anni vale solo 800 e quel che invece vale 1000.

 

 

Il valore attuale (al momento zero) di un mq di area fabbrica bile, il quale alla fine del 330 anno varrebbe 1000 se non esistesse l’imposta e vale 800 a causa di un’imposta del 20%, è razionalmente calcolabile soltanto se si suppone che il mercato preveda esattamente i due valori futuri 1000 e 800 e li sconti al saggio corrente di frutto del 5%. In questo caso i valori attuali sono 62,50 in assenza e 50 in presenza dell’imposta. Il valore 2 è il valore agricolo; ma la concorrenza fra speculatori previdenti fa subito balzare il prezzo da 2 a 62,50 od a 50, sicché ai nuovi prezzi l’investimento in aree edilizie frutti il saggio sufficiente del 5%.

 

 

57. Non occorre quindi tassare I’incremento di valore da 2 a 1000 per ridurre del 20% il guadagno dello speculatore in aree fabbricabili. L’imposta del 20% prelevabile a partire dal 34esimo anno sul reddito annuo di 50 lire dell’area è sufficiente all’uopo.

 

 

 

In assenza di imposta

 

Supposta l’imposta del 20%

 

Reddito

Valor capitale

Reddito

Valor capitale

 

Momento zero

62,50

50

Principio del 34° anno

50

1000

40

800

 

 

L’imposta annua del 20% sul reddito perpetuo di 50 lire all’anno a partire dal 34esimo anno riduce nel tempo stesso il valor capitale futuro da 1000 ad 800 e per ripercussione quello presente da 62,50 a 50. Se si aggiungesse a quella imposta un’altra pure del 20% sull’aumento di valore da 50 ad 800, si riducerebbe ulteriormente, il guadagno da 800 – 50 = 750 a 600. Ossia la perdita del contribuente non sarebbe quella voluta dal legislatore, che è del 20%, da 1000 ad 800, ma, per il gioco della doppia vista, l’altra da 1000 prima ad 800 e poi a 600, ossia del 40%. Tutto può statuire il legislatore; ma il presupposto della sua azione è un ragionamento, non il quia nominor leo. Quale sia il ragionamento in virtù del quale un 20 deve diventare un 40% o qualsiasi altra proporzione diversa da quella voluta espressamente dal legislatore rimane un mistero.

 

 

58. Siamo così ricondotti dai doppi di vista delle tassazioni degli incrementi di capitale al quesito veramente fondamentale già posto: vi è ragion di tassare le eccedenze di reddito più dei redditi base?

 

 

Ancora una volta, prima di affrontare il problema essenziale, siamo costretti a girargli attorno per vederlo nettamente fuor dei miraggi che non più la doppia vista ma la fata morgana fa sorgere dinanzi agli occhi del camminante nel deserto.

 

 

59. Vi sono innanzi tutto le eccedenze «apparenti» di reddito. Tipiche quelle da svalutazione. Se il metro monetario si riduce della metà o dei due terzi, quel che era 100 col metro lungo 100 centesimi diventa 200 se il metro si scorcia a 50 centesimi, 300 se a 33,33 centesimi. Ecco create eccedenze oltre il 100 definito normale, di 100 o 200 avocabili, secondo la parola inventata in Italia nel 1920, all’erario. Una finanza ragionata, la quale intenda colpire guadagni realmente ottenuti, non può fondarsi su variazioni nominalistiche.

 

 

A tassare le eccedenze «apparenti»  di reddito occorre fare altro ragionamento: col metro monetario lungo 100 centesimi, i redditi dei gruppi A, B, C di contribuenti erano 1000, 1000 e 1000, ed in totale 3000 unità. Dopo lo scorciamento a 50, i redditi, espressi nella nuova unità di misura, non aumentarono tutti a 2000; ma, per la loro diversa natura, l’uno fisso e gli altri diversamente variabili, divennero 1000, 2000 e 3000 ed in totale 6000 unità. Il reddito totale di tre gruppi raddoppiò; ma il totale fu distribuito variamente fra i tre gruppi: il gruppo A rimanendo fermo, quello B raddoppiando e quello C triplicando. Il gruppo A, percettore di redditi a prezzi in cifra fissa, rimase invariato; il gruppo B, i cui prezzi di vendita raddoppiarono, passò a 2000; il gruppo C, i cui prezzi aumentarono più della media, giunse a 3000. Poiché B e C «guadagnano» 1000 e 2000 oltre il reddito base 1000, siano tassati. Ragion vuole che, guardando alla realtà, si riconosca che, misurati con l’antico metro, i nuovi redditi equivalgono a 500, 1000 e 1500. Quindi A perse 500, B rimase allo stesso punto e solo C guadagnò effettivamente 500; epperciò solo queste 500 unità di C, se tassabili per altre ragioni come sovrareddito (vedi sotto), dovrebbero essere colpite.

 

 

Chi voglia tassare le 1000 unità nuove di B e le 2000 pure nuove di C perché eccedenti le 1000 vecchie deve partire da altra premessa: poiché A, rimanendo a reddito costante 1000, in realtà perdette 500 delle 1000 unità vecchie, si consideri «guadagno» per ogni contribuente quel che ognuno di essi «conservò»oltre il minimo rimasto al gruppo più danneggiato di contribuenti. Poiché A, B e C possedevano ognuno 1000 unità vecchie e posseggono ora 1000, 2000 e 3000 unità nuove equivalenti a 500, 1000 e 2500 unità vecchie, sia considerato guadagno quel che ognuno conservò, oltre le 500 unità vecchie conservate dal più sfortunato. B non avendole perdute, si suppone abbia «guadagnato» 500 vecchie (1000 nuove); C si suppone abbia guadagnato 1000 vecchie (2000 nuove) non perché le abbia guadagnate tutte, ma perché riuscì a «non perderne» 500 ed a veramente lucrarne 500.

 

 

Il ragionamento è testimonianza elegantissima della fecondità della logica egualitaria. Perché soltanto le «non perdite» dovute a variazione monetaria dovrebbero essere assunte come guadagno? Sono ben numerose le ragioni per le quali gli uomini sono sfortunati nelle loro esperienze economiche! Guadagno è tutta l’eccedenza di reddito o di patrimonio che i contribuenti conservano in confronto all’imprenditore il quale senza sua colpa – e chi mai, confessando di essere in colpa, non attribuirà la propria sventura al fato, alla concorrenza estera, alla crisi mondiale ecc. ecc.? – perdette l’intiero capitale investito, al professionista il quale non riuscì a trovar clienti, al lavoratore perennemente disoccupato.

 

 

Al limite della pazzia tributaria raziocinante, il buon senso si riafferma. Tutto ciò che supera la perdita, è eccedenza di reddito. Quindi non esiste più reddito. Tutto è eccedenza. Il problema della tassazione delle eccedenze di reddito sfuma per mancanza di oggetto. Non si può distinguere, tutto essendo eccedenza, fra le varie altitudini del reddito. Il che torna a dire che tutto il reddito deve essere trattato alla stessa stregua, come se tutto fosse reddito normale e niente fosse eccedenza.

 

 

60. Vi sono in secondo luogo eccedenze «necessarie». Il concetto di «eccedenza» è avvolto in una invincibile incertezza; ma un connotato pare sicuramente suo: che l’eccedenza del reddito oltre il normale non sia richiesta per la continuazione dello sforzo umano, dell’atto del risparmio, della produzione. Se un salario di 10 lire al giorno per un determinato genere di lavoro è giudicato necessario per indurre quell’operaio a lavorare, 10 lire sono il normale e solo l’eccesso oltre le 10 lire è un sovrareddito. Se un profitto (interesse sul capitale investito più compenso d’intrapresa) dell’8% è definito normale ossia necessario per indurre capitali ed imprenditori all’investimento industriale – assumo per minore arbitrio la definizione del legislatore italiano del tempo di guerra – reddito tassabile è solo il supero oltre l’8%. E così via. Il linguaggio adoperato è orripilante per le orecchie anche mediocremente raffinate dell’economista; ma se questo è il linguaggio corrente nella finanza non mia è la colpa. Che cosa è il necessario? Pare ovvio che un salario o un interesse o un profitto possono essere detti necessari se soddisfino alla condizione di invitare al lavoro, al risparmio, all’impresa quel tanto di lavoratori, di risparmiatori o di imprenditori che occorre per rispondere alle richieste dei consumatori, quelle tali richieste che esistono dati i prezzi correnti quali sono.

 

 

Può darsi che il 5% sia il saggio corrente di interesse bastevole a provocare quella fabbricazione di risparmio che il mercato chiede. Ma può anche darsi che un frutto di 1 milione per ogni 10 lire investite sia insufficiente a provocare il desiderato investimento in biglietti da 10 lire, se l’investimento ha nome biglietti di lotteria. Se il banditore della lotteria vuol vendere biglietti per l’ammontare di 10 milioni di lire, può darsi occorra promettere un primo premio di 2 milioni, due secondi premi da 1 milione e dieci premi di consolazione da 100000 lire l’uno. il banditore guadagna, lorde di spese di pubblicità e di gestione, 5 milioni di lire. Il premio di 2 milioni è un guadagno percentualmente altissimo per il vincitore in confronto al capitale investito di 10 lire. L’esperienza può tuttavia avere dimostrato che, se si offrono premi minori, non conviene esercitare l’impresa della lotteria. Il guadagno di 2 milioni di lire non è dunque altrettanto «necessario» quanto il salario di 10 lire giornaliere al manovale?

 

 

61. Di questo tipo sono molte industrie e professioni. Il ritrovamento di un filone d’oro meraviglioso, che rende il 1000 per 1 in un anno è condizione necessaria per l’esercizio di quella pazza industria che chiamasi aurifera, pazza perché, ad eccezione di un caso unico nella storia del mondo, è, tenuto conto del tempo fatica e rischi corsi dal complesso degli avventurieri mossi alla ricerca dell’oro, in media passiva.

 

 

Il caso unico nella storia del mondo è quello delle miniere del Transwaal dove fu possibile creare un’industria solida di giacimenti auriferi estesi su vasta superficie e mineralizzati sino a notevole profondità. Fu dimostrato, con accuratissime indagini, dal professore S. H. Frankel, dell’università di Witwatersland (cfr. Return to capital invested in the Witwatersland Gold Mining Industry 1877-1932, in «The Economic Journal», marzo 1935) che il reddito medio netto delle miniere d’oro del Transwaal dal 1887 al 1932 fu del 10,5%, supponendo che gli scopritori delle miniere, coloro che, scopertele, le misero in valore conducendole sino al punto di essere consegnate mature alle società esercenti, fossero, per tutto ringraziamento, messi fuor della porta senza un soldo di compenso. Se invece si suppone che agli iniziatori si sia dato un compenso proporzionato, secondo le ordinarie valutazioni del mercato, al pregio dell’opera loro, il rendimento netto scema al 3,8 od al 4,9%, secondo le varie ipotesi attuariali del calcolo.

 

 

Dicesi «unico» il caso del Transwaal perché dappertutto altrove l’oro si trovò e si trova nelle alluvioni od in piccoli filoni occasionali.[3] Non si tratta di industria ma di avventura; nel correre dietro alla quale le migliaia di cercatori muoiono di stenti o si ammazzano a vicenda, pochissimi arricchiscono e le centinaia di migliaia, disperati, si danno all’agricoltura, alla pastorizia od al commercio. Il popolamento di terreni vuoti, e non l’oro, è il vero grande reddito fornito dalle miniere d’oro. Il miraggio dell’oro spinse i disperati e gli avventurieri d’Europa fin nell’Australia e nella California. Non trovarono l’oro; ma popolarono quelle regioni e fecero sorgere nuovi stati.

 

 

Il ragionamento è vero in molti altri campi della vita, meno strani della ricerca dell’oro. Sinché sia mutato, più di quanto lentissimamente oggi non accada, il movente delle azioni dell’uomo, è necessario che talun avvocato di grido o medico o chirurgo o scrittore o pittore od architetto od artista famoso ottenga compensi altissimi, se si vuole che il mercato possa scegliere fra un numero sufficientemente grande di aspiranti a professioni, incapaci ad offrire nulla più che remunerazioni in media troppo modeste ai loro cultori. Il grosso compenso dei pochi fortunati è miraggio necessario per provocare un afflusso bastevole di giovani valorosi a compiti troppo aleatori per fare appello alla gente amante del quieto modesto vivere.

 

 

62. L’eccedenza deriva dal possesso di brevetti, da protezioni doganali, da leggi di limitazione a nuovi impianti industriali o negozi o pubblici esercizi? Ma il legislatore volle quei brevetti, quelle protezioni e quelle limitazioni non a scopo di arricchimento di privilegiati, ma di pubblico vantaggio. Reputò cioè necessari quegli istituti allo scopo di promuovere le invenzioni industriali, il fiorire di industrie nuove od urgenti alla difesa nazionale o di prevenire crisi dovute a concorrenza reputata irrazionale. Il legislatore non può nel tempo stesso volere la causa e negare gli eventuali effetti, che sarebbero le eccedenze di reddito, anch’esse volute per ottenere ed affrettare il raggiungimento del fine. Si può dubitare che il mezzo scelto sia adatto ad ottenere l’effetto; ma se il legislatore non dubitò e non dubita e vuole ottenere l’effetto con quel mezzo, deve rassegnarsi al connotato inseparabile dell’eccedenza di reddito; non può illudersi di tassare questa e ottenere, ciononostante, i risultati desiderati.

 

 

63. L’eccedenza deriva dallo sfruttamento da parte dei privati di circostanze volute dallo stato per ragioni non economiche, per esempio una guerra? Facciasi astrazione dal caso più generale in fatto: i sopraprofitti di guerra dovuti a variazioni del metro monetario, la cui tassazione era, come si disse sopra, irrazionale. Per la quota residua, che sia eccedenza effettiva, quale è la via da scegliere? Evitare che i sopraprofitti di guerra nascano o tassarli dopo creati? La tendenza prevalente nel dopoguerra è di preparare in pace metodi di mobilitazione industriale che tolgano agli imprenditori possibilità di guadagnare sopraprofitti dovuti alla guerra. Si ottiene così un risultato morale altissimo durante la guerra e si tronca alla radice ogni stimolo negli industriali a provocar guerra per ignobile scopo privato di arricchimento, la guerra dovendo essere determinata esclusivamente da ragioni supreme nazionali. La scelta fra il tassare e il reprimere non è dubbia: lo stato tassatore si fa quasi complice di guadagni immorali; laddove lo stato repressore rivendica esclusivamente a sé la condotta della guerra.

 

 

64. Fuor di questi casi, in cui la tassazione delle eccedenze di reddito cade su fantasmi, o su quantità necessarie alla produzione o su lucri intassabili perché considerati immorali e degni di soppressione, resta il campo variopinto dei redditi detti di monopolio e di quasi monopolio, di rendite e quasi rendite. Inchiniamoci reverenti dinnanzi ai grandi nomi di Gossen e di Walras; ma riconosciamo che essi furono vittime di un’illusione. Il finanziere, il quale si lasciasse attrarre dall’insidioso terreno fiorito, vedrebbe affondare la pubblica finanza nel risucchio inesorabile del nulla.

 

 

65. Che cosa è il sovrappiù, la rendita, il reddito di monopolio? Quale è il metro atto a misurare il normale al quale si deve raffrontare la realtà, per sapere se e di quanto essa lo superi? Accertare una quantità determinata, detta reddito, avente una certa parentela o rassomiglianza con fatti reali è impresa difficile; ma quanto più difficile è definire ed accertare la «differenza» fra un fatto concreto o quasi concreto, reale o simile al reale quale è la quantità di reddito netto entrata nell’economia del contribuente in un dato intervallo di tempo, l’anno finanziario, ed una astrazione, ossia la quantità di reddito che in determinata ipotesi teorica «avrebbe dovuto» entrare nella medesima economia!

 

 

Badisi che il «normale» del quale qui si discorre è altra cosa al «normale», che sarà la materia del capitolo decimo. In questo, il concetto del «normale»  si identifica con quello del «medio» od «ordinario», di quel reddito cioè che è in media ottenuto in un dato tempo, in una data regione agricola, in un dato tipo di conduzione, secondo i comuni metodi agrari dell’agricoltore ordinario il quale non si discosta né in bene né in male dal tipo dominante nel paese. Il reddito normale, così inteso, è un fatto comunemente osservato ed accertabile. Esso ha un contenuto concreto, non poggia su distinzioni fra reddito e rendita. Sono da questo punto di vista, ugualmente normali il reddito 100 del terreno cattivo, quello di 150 del terreno mediocre e quello di 300 del terreno ottimo. L’agricoltore ordinario può con metodi ordinari coltivare tutte tre le specie dei terreni.

 

 

Il concetto di «normale»dal quale partono i tassatori dei sovrappiù, è tutt’altro. Esso è un concetto astratto, definito sulla base dell’ipotesi teorica della piena concorrenza. I connotati sono noti:

 

 

  • i beni esistenti sul mercato siano ripartiti fra più possessori in modo tale che la quantità posseduta da ognuno di essi sia piccola rispetto alla quantità totale;

 

  • l’azione dell’un possessore di beni non influisca apprezzabilmente sull’azione dell’altro ed ognuno sia disposto ad offrire nei limiti della sua convenienza la massima quantità possibile del bene posseduto per non essere eliminato nello scambio dai concorrenti;

 

  • le unità del bene posseduto siano le une alle altre uguali e fungibili;

 

  • le unità dei beni abbiano dimensioni tali che l’aggiunta di una unità non produca una variazione apprezzabile sul mercato;

 

  • non esistano ostacoli alla mobilità dei fattori produttivi e dei beni prodotti;

 

  • non esistano ostacoli alla moltiplicazione delle unità di beni a costi costanti;

 

  • non esistano ostacoli alla libertà di contrattazione e di ricontrattazione di ogni contraente con qualsiasi altro contraente.

 

 

Tanto val dire che la piena o libera concorrenza è un archetipo ideale fabbricato dagli economisti a scopo di analisi. Feconda analisi; ma incapace a dar lume a quei poveri diavoli che si chiamano funzionari delle imposte o contribuenti, i quali nell’ipotesi più favorevole conoscono i fatti accaduti nella loro umile veste effettiva, che è una veste scombiccherata irrazionale lontanissima dalla semplicità astratta. Quale è il bene, il quale, se seguitiamo ad aumentarne la produzione, non incontri, ad un momento dato, l’ostacolo della impossibilità per l’imprenditore di procurarsi ulteriori dosi di qualcuno dei fattori produttivi a costo costante? A quel punto, la limitazione del fattore si fa sentire e la nuova unità invece del costo di concorrenza x può essere ottenuta solo al costo x + y. Ecco che, per la legge di indifferenza, il prezzo di tutte le unità precedenti del medesimo fattore, che sono costate x, si sposta verso x + y ed ecco nata la rendita differenziale y. Nel mondo reale, la limitazione, l’ostacolo, il frazionamento in unità non piccolissime, la impossibilità di muoversi senza attrito sono la regola. Il mondo reale è un mondo di monopoli o monopoloidi. Non esiste forse nessun reddito al quale si possa guardare come al campione della normalità logicamente e ciò astrattamente intesa di reddito di concorrenza. Questo è una fictio logica; i redditi reali sono tutti redditi monopolistici, attivi o passivi (questi conosciuti più comunemente col nome di perdite), al disotto o al disopra della linea immaginaria tracciata in base all’ipotesi di concorrenza. Come prendere a base di un sistema di tassazione un concetto, del quale non si ha e non si avrà probabilmente mai alcuna esperienza concreta?

 

 

66. I fautori della tassazione delle eccedenze e dei sovrappiù hanno appuntato perciò il loro sguardo su due redditi di monopolio acclamati per le dimensioni particolarmente vistose: la cosiddetta rendita della terra ed i guadagni dei grandi consorzi od organismi monopolistici.

 

 

Alla terra, alle sue qualità naturali ed indistruttibili, hanno guardato i fisiocrati ed i riformatori che, al seguito di Enrico George, si ostinano a denunciare nel monopolio della terra il grande unico ostacolo alla scomparsa della miseria. Ma, nonostante l’aiuto potente dei Gossen e dei Walras, la voce degli avocatori della rendita terriera allo stato è divenuta sempre più fioca. Oggi nessuno crede che da quella fonte possano ricavarsi non che i miliardi neppure le centinaia di milioni necessari a far vivere uno stato moderno. I giardini del mondo, ed in Italia noi vantiamo le marcite lombarde, i roseti della Liguria e gli agrumeti della Conca d’oro, sono una faticosa creazione dell’uomo, non un dono della natura. La natura donò all’uomo paludi boschi rocce e sabbie; e l’uomo le trasformò, attraverso secoli di lavoro, in giardini. Se oggi si volesse andare alla cerca di una rendita nei più bei terreni d’Italia, con tutta probabilità si dovrebbe accertare che il reddito netto è inferiore al frutto che al saggio d’interesse corrente si dovrebbe ottenere dai capitali che oggi dovrebbero essere razionalmente impiegati per recare quel terreno dalla condizione originaria di palude o di roccia allo stato attuale di meraviglia della tecnica agricola. Sottorendita, non rendita è la realtà, spiegabile soltanto con l’amore appassionato dell’uomo verso la terra, con la pietà verso il fondo avito, con il prepotere di sentimenti posti fuori dell’economia. Aggiungeremo ai redditi economici, i redditi sentimentali, i ricordi del passato, la pietà degli avi e la speranza dei nepoti per creare un sovrareddito tassabile? Facciamo sosta, ché siamo arrivati al margine della pura follia tassatrice.[4]

 

 

67. Dalla nebbia che avvolge il concetto del sovrareddito non si salva il caso, addotto ad esempio tipico di gratuità, delle rendite fondiarie edilizie. Avendo sulla coscienza qualche peccato di gioventù, ben presto implicitamente confessato ed analizzato,[5] non scaglio pietre contro nessuno. Il racconto tante volte letto del fondatore della dinastia dei Vanderbilt, il quale compra per pochi barili di liquori la rocciosa isola di Manhattan e, addormentatosi, dopo tanti anni lui od i suoi figli si veggono padroni del suolo sul quale è stata edificata la città di New York e, senza far nulla, sono diventati miliardari, è suggestivo ma è di maniera. Furono in molti a scoprire le virtù del terreno su cui poi sorse New York e furono pionieri. Anche oggi, sotto i nostri occhi, in tutte le città d’Italia sono operosi gli avventurieri o pionieri dell’industria edilizia. Se essa non è frastornata da limitazioni e vincoli nei canoni di affitto e da diritti di insistenza di inquilini, è una industria la quale sta contenta a remunerazioni poco diverse e per lo più inferiori a quelle sperabili da titoli pubblici di tutto riposo. Se ne contenta perché spera nell’incremento della rendita di posizione e quindi del valore capitale dell’area edilizia. Quell’1 o 2% di cui in media, sì o no, forse aumenta annualmente il valor capitale dell’area è dunque gratuito? o non è, almeno in parte, l’integrazione necessaria del compenso altrimenti troppo modesto di un’industria in se stessa povera? Ognuno ricorda i casi delle zone favorite dalla moda, dalla fortuna e dalle condizioni favorevoli opportunamente sfruttate; ma si dimenticano i disinganni di coloro che costruirono in altre zone e lungo le vie le quali apparivano propizie e poi di fatto non si chiarirono tali.

 

 

68. L’imposta è strumento grossolano per raggiungere in questo caso tipico il fine suo vero che è di dare a Cesare quel che Cesare creò. Essa cade con furia differenziata sui risultati positivi delle iniziative dei pionieri fortunati dimenticando che l’insuccesso è compagno e condizione della fortuna. L’ente pubblico può, se crede, farsi pioniere in luogo dei privati; e con ben maggiori probabilità di riuscita. Sono in sua potestà la costruzione dei piani regolatori, e più la assegnazione delle aree fabbricabili poste attorno alle città a zona di abitazioni signorili civili operaie industriali e commerciali; ed, ancora, la limitazione delle altezze e degli spazi liberi per strade e giardini. L’ente pubblico può espropriare ai prezzi correnti le aree utili allo sviluppo edilizio della città, senza offesa al diritto di proprietà di nessuno; e può, ideando un piano di città bella al luogo dei consueti disordinati affastellamenti di case qualunque insieme mescolate a casaccio, creare valori nuovi, che sarebbero suoi perché da esso creati. L’imposta sulle cosidette rendite edilizie è un alibi costruito dalla pigrizia di amministratori pubblici privi dell’immaginazione necessaria a creare quelle rendite che essi invidiosamente vorrebbero carpire senza sforzo a chi ha saputo intuirle e sollecitarle.

 

 

69. Guadagni di monopolio delle imprese di cosidetti servizi pubblici, dei grandi consorzi trusts sindacati empori magazzini e simili giganti? Concetti vaghi che, analizzati, rivelano la loro inconsistenza. Se è vero che i giganti lucrano guadagni giganteschi, quale la causa? Oggi è fuor di moda ricordare verità elementari. Un tempo, quando la gente non si pasceva di parole vaghe: il mondo che va verso i giganti, verso le concentrazioni, il capitalismo divorato dal supercapitalismo, la morte della concorrenza uccisa dagli accordi, dai consorzi, gli economisti avevano ancora l’abitudine di analizzare le cause della gigantomania, del consorzialismo, del monopolismo, del supercapitalismo; e quasi sempre, giunti al termine dell’indagine, forte sospettavano che non il fato, il quale, secondo la novissima filosofia economica della storia, pare trascinare le turbe umane a superare oramai tramontati ideali, ma qualcosa di più semplice, di più umano spiegasse il prevalere, quando prevalevano, dei giganti monopolistici. In fondo al gigante, essi vedevano quasi sempre un qualche accorgimento umano: un dazio doganale alla frontiera, un privilegio legale negli appalti, un divieto, legale o di fatto, al sorgere di concorrenti, una sovvenzione governativa, un premio dato agli uni e negato agli altri. Oggi, agli antichi fattori gigantomachi e monopolofili si sono aggiunti i dazi variabili senza vincolo di tariffe convenzionate, i contingentamenti, le limitazioni legali al sorgere di nuove imprese, la sicurezza del salvataggio offerto ai grossi e negato ai piccoli, la dipendenza di tutte le imprese private in tutti i paesi del mondo dalla autorizzazione, dal permesso, dalla licenza del potere politico centrale. Solo i grossi, solo coloro i quali, per avere toccata una certa dimensione, possono sopportare il costo di una organizzazione posta a Washington, a Londra, a Parigi, a Berlino, a Roma od a Ottawa, solo costoro superano gli ostacoli frapposti dai contingentamenti, dai dazi variabili, dalle limitazioni, dalle licenze, dai premi e dai salvataggi e ne traggono profitto. La plutocrazia grossa e gigantesca trionfa a danno dei piccoli e dei medi imprenditori liberi; ma il suo è un trionfo dovuto all’artificio. Siano tolti i contingentamenti i dazi i premi le licenze ed i salvataggi, e l’edificio del colossale del monopolismo e del consorzialismo crolla.

 

 

Lasciato a sé, il gigante economico ha i piedi d’argilla. Non esiste alcun fato misterioso, alcun superamento storico che lo faccia vivere. Vivono di forza propria solo quei giganti dietro i quali sta un uomo o un gruppo d’uomini. Durano una generazione, forse due; e poi si afflosciano. Finché durano, guadagnano più dei concorrenti perché sanno lavorare a costi più bassi. Esistono i genii organizzatori e guadagnano i milioni e le centinaia di milioni. Guadagnano con vantaggio altrui, sono pochi e passano come meteore. Il genio organizzatore non trapassa nei figli, nei generi e negli impiegati fatti soci. Giova, finché, ripeto, il movente dell’operare economico non sia mutato, togliere coll’imposta differenziata a questi pochi il guadagno di eccezione che essi temporaneamente lucrano? No; poiché è vero che quel lucro è ottenuto col vendere a più basso, non a più alto, prezzo dei concorrenti. Se si vuole accaparrare quel lucro a vantaggio della collettività non bisogna adoperare l’imposta, strumento stupidamente repressivo, ma l’emulazione gli onori la lode. Giova creare l’atmosfera nella quale il ricco giudichi se stesso disonorato e sia dall’opinione pubblica considerato con spregio se non consacri in vita e in morte parte rilevante dei suoi redditi a scopi di pubblica utilità: a fondare e dotare scuole ospedali parchi stadi. Nei secoli più splendenti della Atene di Pericle e della Roma repubblicana ed imperiale il cittadino, il quale desiderava onori o fama o amore, impiegava parte della sua fortuna a vantaggio pubblico. Non dobbiamo forse alla munificenza privata molti dei maggiori monumenti ereditati dall’antichità?

 

 

Queste sono eccezioni. La regola è il gigante il quale lavora a costi alti e vive di latrocinio pubblico. Guadagna assai sfruttando artifici da lui provocati. Neanche qui l’imposta è strumento adatto ad eliminare il soprareddito. Salderebbe meglio le catene al piede della gente inarticolata che il gigante ha ridotto in suo servaggio. Farebbe lo stato complice del latrocinio. Se è vero che i redditi privilegiati monopolistici esistono, il mezzo adatto a distruggerli è la eliminazione dei privilegi, dei vincoli, degli artifici, voluti o tollerati dal legislatore, i quali ne sono la fonte. Se quei guadagni sono considerati un male dal legislatore, l’abolizione delle norme che hanno favorito il sorgere del male o la statuizione di norme per l’assenza delle quali sorge il male sarà sempre più agevole ed efficace che non il reprimere con imposte il male già effettuato. Il gigante privilegiato possiede mille mezzi per mettere in salvo parte del bottino.

 

 

70. Più complesso è il problema dei monopoli i quali nascono da quella che in mancanza di miglior formulario chiameremo la «natura delle cose»: ferrovie, tranvie, imprese di pubblica illuminazione, di acqua potabile, di produzione di energia elettrica e simili cosidetti servizi pubblici. Il problema è più complesso perché il grado e l’esistenza medesima del monopolio è spesso contestabile: si pensi al crollo del monopolio delle ferrovie dinnanzi all’avvento dell’automobilismo, ed agli sforzi che in tutti i paesi si vanno facendo, oltre quel che è richiesto dall’uguaglianza di trattamento fra ferrovie e trasporti automobilistici rispetto all’uso della strada ferrata, per puntellare con artifici legislativi il barcollante monopolio ferroviario. Se poi sia vero che un monopolio o monopoloide esista, il problema che si tratta di risolvere non è quello di far partecipare lo stato ai suoi profitti; ma di ordinare norme atte ad eliminare i profitti monopolistici, instaurando un regime di prezzi pubblici che si avvicini il più possibile a quello che sarebbe, se potesse esistere, un regime di prezzi di piena concorrenza. Il problema è di ardua soluzione ed al più si può sperare di giungere ad una approssimazione più o meno grossolana. Ma non ha senso imbrogliare le carte facendo partecipare lo stato ai guadagni monopolistici e togliere così stimolo all’unico sforzo che val la pena di tentare a tutela del consumatore.

 

 

71. Fatte le quali eliminazioni, nessuno può immaginare che la tassazione del sovrappiù possa alimentare in guisa autonoma la finanza di uno stato moderno. Briciole, di cui importa tener conto, perché lo stato non può abbandonare nulla di quel che è suo; ma briciole.

 

 

Se il concetto del sovrappiù deve prendere forma corporea, io non saprei immaginarlo se non sotto due forme: il sovrappiù oltre il previsto ed il sovrappiù oltre un minimo. Del primo si può dire che è impalpabile, del secondo che è indefinibile.

 

 

72. Tutto ciò che è previsto, cessa ipso facto di essere un sovrappiù. I piani di Gossen e di Walras di tassazione delle rendite fondiarie, si fondavano sul concetto che esistesse una forza ineluttabile la quale tendesse ad aumentare le rendite della terra dall’attuale livello x a livelli ognora più alti x + y e poi x + y + z, ecc. ecc. Gli uomini conoscono il livello presente x e prevedono l’aggiunta y. Di queste lo stato non si può appropriare. Chi oggi possiede quelle rendite, le ha pagate a pieno prezzo. Egli non si trova in una situazione la quale menomamente differisca da quella di chi ha acquistato sul mercato, invece di rendite sovrappiù, redditi normalissimi ordinarissimi minimissimi. Appena l’uomo conosce o prevede un reddito, minimo o sovrappiù che sia, esso diventa un minimo. Esso è negoziato e passa sul mercato di mano in mano, in guisa che l’acquirente ottiene dal suo possesso, in confronto al capitale speso, nulla più del frutto normale di mercato. Tizio ha pagato 1000 lire al mq tanto l’area che gli frutta 50 lire all’anno quanto la costruzione elevata sull’area stessa che gli frutta ugualmente 50 lire annue. Per lui i due redditi sono ugualmente costosi. Tassar l’uno e non l’altro, o più l’uno che l’altro urterebbe il buon senso e il senso di giustizia.

 

 

Il piano di Walras è tutto fondato sulla terza quantità z, ossia sull’imprevisto. Lo stato espropria le terre ad un prezzo uguale alla capitalizzazione al saggio corrente d’interesse dei redditi presenti x e dei redditi futuri previsti y. Se il reddito rimanesse al livello x + y, lo stato perderebbe. Rimarrebbero a suo carico le spese di gestione, in eccesso su quelle private, del patrimonio acquistato. Ma vi è lo z non previsto, che lo stato non ha pagato. Quando lo z viene fuori, a poco a poco lo stato acquista un reddito libero, il quale prima copre le spese proprie di gestione e poi consente di ammortizzare il capitale impiegato nell’acquisto dei redditi x ed y. Quando l’ammortamento sia chiuso, tutto il reddito x + y + z diventa libero e può essere destinato a provvedere alle spese pubbliche propriamente dette. Comincia allora l’era del millennio tributario, durante la quale nessuno paga imposte, perché a tutto provvide il colpo di genio, che ha fatto passare all’erario i redditi futuri (z) imprevisti.

 

 

73. Taluno, preoccupato della grossa macchina la quale dovrebbe essere costrutta per espropriare e gestire l’intiero demanio terriero (agrario ed edilizio) nazionale, sostituirebbe all’espropriazione con compenso per i fattori x e y, la avocazione allo stato, con l’imposta, del solo elemento z.

 

 

Il metodo è davvero meno complicato? L’imprevisto non è la differenza fra l’attuale ed il futuro; bensì fra il totale reddito futuro e quell’ammontare che nei successivi anni avvenire sarà uguale alla somma dei seguenti elementi:

 

 

a)    il reddito (x) attualmente esistente, prima dell’imposta, tradotto nell’equivalente di potenza d’acquisto dei successivi anni avvenire. Se il reddito attuale è 50 lire e se questo è l’ammontare che non è sovrappiù e non è quindi imponibile dall’imposta di cui si discorre, non basta in avvenire sottrarre 50 lire, ma fa d’uopo sottrarre quella qualunque somma la quale nei successivi anni sia l’equivalente delle soddisfazioni che oggi gli uomini possono procurarsi con 50 lire. Basta enunciare l’esigenza, perché si veda la impossibilità concreta della sua traduzione logica in termini monetari. Che cosa è un equivalente quando gli uomini i quali dovrebbero paragonare monete, potenze d’acquisto e soddisfazioni sono diversi e, col trascorrere degli anni, diventano sempre più dissimili?

 

b)    il reddito futuro (y) attualmente previsto è già capitalizzato nel prezzo capitale attuale. Oltre agli insolubili problemi sovra posti, dovrebbe essere risoluto quello di sapere se il prezzo attuale 1000 si riferisca alle sole 50 lire del reddito attuale od anche a qualcosa d’altro. Ossia: quale saggio di interesse fu adoperato per capitalizzare i redditi attuali? Alto o basso per tener conto di rischi o speranze presunte? Che cosa vuol dire alto e basso e qual è l’archetipo saggio a cui occorra paragonare i saggi effettivi?

 

c)    il reddito degli investimenti compiuti dopo il momento iniziale nella terra: migliorie agricole e costruzioni edilizie. Chi pensa, senza rabbrividire, alla contabilità che sarebbe necessario di impiantare per tener conto degli investimenti e relativi deperimenti od ammortamenti?

 

 

Puro abracadabra, sollazzo intellettuale di progettisti finanziari, con cui l’uomo di governo sensato e preoccupato di portar denari e non chiacchiere all’erario non può volere aver nulla da spartire. Meglio l’avventura dell’espropriazione e conseguente gestione statale di tutta la terra del paese piuttosto che una tassazione che instaurerebbe l’arbitrio più sfrenato quando, per lassitudine degli esecutori, non si convertisse in una burletta. L’avventura finirebbe ben presto, come sono finite avventure di questo tipo, in un atto di forza dei proprietari espropriati ridivenuti proprietari soggetti solo all’onere del pagamento di un fitto, col tempo divenuto riscattabile a guisa di un canone enfiteutico. Meglio l’atto di forza che il rischio dell’arbitrio tributario.

 

 

74. Resta il sovrappiù oltre un minimo. Dissi già che non si sa che cosa sia il minimo; ossia non si può sapere quando ad una qualunque quantità, grossa o piccola, faccia difetto l’attributo del necessario, che è aggettivo sinonimo a quello di minimo.

 

 

Il concetto di un minimo intassabile, al disopra di cui comincerebbe il sovrappiù, non è però soltanto indefinibile e quindi inservibile. Vi ha di più. I concetti indefinibili, quando sono fatti strumenti di governo economico, creano rovine e distruzioni.

 

 

75. Il legislatore, quando durante la guerra ha dovuto definire il minimo, è stato costretto a cercare una formula semplice chiara. L’imposta non può essere prelevata con formule nebulose complicate. Bisogna trovare una linea netta di distinzione fra quel che rimane al contribuente e quel che spetta allo stato.

 

 

I legislatori, con commovente unanimità, decisero che il sovraprofitto tassabile od avocabile fosse l’eccedenza oltre una percentuale, suppongasi 18%, del capitale investito.

 

 

Taluni aggiunsero che se l’impresa era preesistente alla guerra, fosse considerato ordinario o minimo intassabile il già guadagnato prima. L’aggiunta, che recò con sé talvolta diaboliche complicazioni, può essere trascurata nell’analisi di un sistema permanente di tassazione sui sovrappiù, perché nessuna impresa è perpetua. Ogni cosa vecchia è destinata a scomparire, se giorno per giorno non è ricostruita.

 

 

In capo ad x anni tutto il capitale investito è nuovo e può essere trattato alla stessa stregua dall’imposta.

 

 

76. Lasciamo da parte le complicazioni, anch’esse diaboliche, della definizione del capitale investito, sebbene capaci di mandare a picco qualunque sistema concreto di imposta; perché è bene andar subito al nocciolo del problema e badare solo a questo.[6]

 

 

Il nocciolo è che definire sovrappiù l’eccedenza oltre l’8% del capitale investito è andar contro non solo ad una fondamentale legge economica ma ad una fondamentale legge cosmica. Vuol dire essere falso che gli uomini debbono ottenere il massimo risultato con un dato sforzo o compiere il minimo sforzo per ottenere un dato risultato e vero che invece gli uomini debbono agire in modo da compiere il massimo sforzo per ottenere il risultato voluto od ottenere il risultato minimo con lo sforzo dato.

 

 

L’imposta la quale esenta colui il quale guadagna solo l’8% e colpisce colui il quale guadagna di più, portandogli via tutto o parte dei sovrappiù, dice all’uomo: tu fai male ad organizzare con sapienza tecnica, con abilità commerciale, con esperienza di uomini la tua impresa, ottenendo un massimo profitto dal capitale che hai investito. Hai operato male ad ottenere 10, 16 o 20 dalle tue 100 lire. Importa invece che tu non ottenga più di 8; e se non puoi, perché il tuo genio organizzatore, la tua capacità tecnica e commerciale ti fanno guadagnare contro voglia 10, 16, 20 tu devi sforzarti ed io creo interesse a che tu ti sforzi ad aumentare il capitale investito da 100 a 125 a 200 od a 250 affinché il 10, il 16 ed il 20 guadagnato che, paragonato a 100, darebbe luogo a percentuali del 10, del 16 o del 20%, ossia a sovrappiù tassabili del 2, dell’8 e del 12%, paragonato invece a 125, a 200 od a 250 non superi l’8% che è il minimo intassabile.

 

 

77. Pare uno scherzo; ma in tutto il mondo, i legislatori, divenuti d’un tratto inetti al ragionamento, pretesero mutare nel tempo della guerra ultima le leggi del cosmo e predicarono, colla virtù del comando tributario, la dottrina del massimo sforzo, dell’investimento per l’investimento, dello spreco di capitali. Forse è difficile rintracciare negli annali tributari un esempio di norma così entusiasticamente approvata e così follemente distruttiva. La fine della guerra segnò, per avventura, il tramonto dell’imposta; non la fine dei danni da essa prodotti. Risalgono a quell’epoca le dilapidazioni del reddito – sovrappiù in stipendi e paghe che montarono la testa a dirigenti ed operai, creando nei primi la psicologia dell’arrembaggio alle rapide fortune e nei secondi la mala contentezza propria di chi vede inopinatamente crescere i proprii guadagni e, mentre prima era contento del poco, ora paragona invidiosamente il proprio di più col maggior di più altrui. Perché non dilapidare quel sovrappiù che sarebbe altrimenti stato prelevato dal tributo? Risalgono a quell’epoca gli investimenti dei guadagni di guerra in impianti superflui, in doppioni, in allargamenti, che furono tanta parte nella lunga crisi che venne di poi. Perché non investire in doppioni, in impianti nuovi quando in tal modo si abbassava la proporzione percentuale del reddito al capitale investito e si sottraeva reddito al tributo?

 

 

I risultati economicamente e socialmente spaventevoli dell’imposta sui sopraprofitti di guerra spiegano le tendenze odierne, a cui sopra si accennò, le quali mirano a sopprimere, non a tassare, i guadagni di guerra, e dimostrano come non si possano impunemente violare le leggi fondamentali dell’operare umano. Al comandamento divino: tu ti procurerai il pane col sudore della fronte, non si può aggiungere: tu devi ad arte lavorare in modo sia abbondante il sudore della tua fronte e che il pane che tu guadagnerai con esso sia scarso e cattivo.

 

 

Dio, che è buono, non può aver dato all’uomo comando così inutilmente malvagio.

 

 

Il legislatore, il quale deve tradurre in norme obbligatorie la parola di Dio, non può prendere a guida un principio che è un’offesa all’invincibile tendenza degli uomini al loro perfezionamento. Non può dire: se tu sei pecora e secondo l’uso delle pecore fai quel che le altre fanno, non ti tasserò. Se tu ambisci e cerchi di sollevarti dal volgo e non riesci, non ti tasserò. Ma se tu ti sollevi e voli, farò quanto mi sarà possibile per raggiungerti a colpi d’imposta e farti ricadere nel fango comune.

 

 



[1] Nel saggio Intorno al concetto di reddito imponibile e di un sistema d’imposte sul reddito consumato, in Memorie della reale accademia delle scienze di Torino, serie II, tomo LXIII (cap. IX, prova seconda);

ristampato come saggio primo nel volume Saggi sul risparmio e l’imposta, in queste Opere, serie I, vol. I.

[2] Vedi la critica che dell’imposta successoria ha efficacemente scritto Mauro Fasiani in Problemi tributari inglesi, in «Annali di economia», Università Bocconi, Milano, vol.X, n. 2, par. 10.

[3] Oggi si afferma l’esistenza di un secondo caso, negli Urali russi. Che cosa accada in verità in Russia, noi non sappiamo; essendo ignote le basi dei calcoli di costi e di convenienza di quei singolari tipi di imprenditori che sono i comunisti.

[4] La municipalisation du sol dans les grandes villes, in «Devenir Social» del gennaio-febbraio 1898.

[5] L’imposta sulle aree edilizie, in «La Riforma Sociale», 1900, p. 757 e Questioni intorno all’imposta sulle aree edilizie, ibid., 1900, p.890.

[6] Sui problemi concreti nascenti dall’applicazione dell’imposta sui sopraprofitti di guerra discorsi a lungo nel cap. IV (pp. 129-230) di un mio libro La guerra e il sistema tributario italiano che fa parte della serie italiana della «Storia economica e sociale della guerra mondiale», Laterza, Bari 1927.

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