Il mito dello strumento tecnico ed i fattori umani del movimento operaio

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/11/1930

Il mito dello strumento tecnico ed i fattori umani del movimento operaio

«La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1930, pp. 579-589

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 205-217

 

 

A proposito di Rinaldo Rigola e il movimento operaio nel Biellese – Autobiografia – Saggio sulla storia del movimento operaio. (Bari, Gius. Laterza e figli, 1930, un vol. di pag. 207 della «Biblioteca di cultura moderna». Prezzo L. 14).

 

 

1. – Dopo quelli di Zibordi sul Prampolini venuti alla luce quasi alla vigilia della morte, passata quasi inavvertita, il 29 luglio 1930, dell’apostolo socialista (vedi la recensione nel fascicolo di marzo/aprile 1930 di «La Riforma Sociale», pag. 202), ecco i ricordi, questa volta autobiografici, di Rinaldo Rigola. Il ricordo che ho di lui si associa da quasi trent’anni con la frase povero Rigola! sentita pronunciare da tutti con rimpianto, con rispetto, con ammirazione. Rigola, già deputato, direttore del «Corriere Biellese», poi primo segretario della Confederazione generale del Lavoro, stava diventando, era diventato cieco. Eppure seguitava a lavorare, a scrivere, a consigliare; uno dei miracoli della forza di volontà, che meriterebbe di essere narrato nei libri alla Smiles, se se ne continuasse a scrivere ed a leggere. L’autobiografia del Rigola sarà certamente letta. Scritta da un autodidatta, venuto al movimento operaio e alla deputazione dal banco dell’artigiano intagliatore in mobili, è scorrevole, senza pretese letterarie, resa viva da fresche espressioni tratte dalla parlata piemontese e non si occupa solo, sebbene ne parli a lungo ed efficacemente, di socialismo e di leghe operaie. Come egli abbia vinta la cecità è detto in poche pagine commoventi: la comune macchina da scrivere, tipo piccolo portatile, fu la sua salvezza morale. Il cieco, impotente, a quel che pare, a dominare la macchina grande, si giovò tanto della piccola da potere continuare a scrivere da sé lettere ed articoli e libri, senza uopo dell’aiuto continuo di altri. Dopo, vennero altri congegni per i ciechi. A lui quello bastò.

 

 

2. – Riaffiorano, tra i ricordi, i soliti Marx, lotta di classe, capitalismo, proletariato, organizzazione, unità, tendenze e simiglianti miti, che mi paiono parecchio a fior di pelle, se l’onesto Rigola può confessare di avere, per un gran pezzo, letto il primo volume del Capitale soltanto a traverso il sunterello del Cafiero. Assai più sentiti sono i ricordi di quel che realmente volevano, insieme con lui, i suoi tenaci compagni biellesi. Rileggiamo una pagina, giusto omaggio ad uno sforzo altissimo di elevazione: «Per diversi anni i compagni del gruppo biellese furono lettori assidui della «Révolte» di Parigi, la nota rivista di coltura rivoluzionaria, trasformatasi in seguito nei «Temps nouveaux». Fra i periodici, quella rappresentava la più alta espressione dell’intellettualismo comunista. L’edicola del compagno giornalaio Agostino Golzio, situata sotto i portici, all’ingresso del teatro Villani – punto d’incontro dei fedeli di città e di campagna – era sempre ben fornita di pubblicazioni italiane ed estere. Più di un lettore stenterà a credere che i socialisti biellesi, se erano dei semplici operai manuali, come si è detto, leggessero una rivista francese; ma la cosa non può fare meraviglia, se si pensa che quegli operai avevano cominciato di buon’ora a girare il mondo. I più conoscevano il francese almeno quanto l’italiano, perché soliti ad emigrare in terre dove si parla francese, ed anche quelli che non emigravano si industriavano ad imparare da sé le lingue straniere, assecondati spesso in questa loro aspirazione dal soggiorno in carcere o al domicilio coatto. Cito, a cagion d’onore, l’ex fabbro ferraio Paolo Lussana, il quale, benché non abbia mai emigrato e nessuno abbia mai saputo dove e quando sia stato a scuola, ha pur nondimeno imparato una mezza dozzina di lingue straniere; e le conosce così bene che da parecchi anni trae il proprio sostentamento dalle lezioni che dà in materia. Inclinazione, dote naturale di intelligenza, tutto come si vuole. Ma si vorrà ammettere che a tanto non si arriva se non si è divorati dalla sete del sapere, e sovrattutto se non si possiede una gran forza di volontà. Ripensando a distanza di lustri a quei primi sforzi di autoelevazione sono quasi tratto a pensare che quei lavoratori non tanto mirassero a sopprimere il privilegio economico della borghesia, quanto a toglierle di mano il privilegio culturale (pag. 97-98)».

 

 

3. – Rigola fa bene ad inserire quel «quanto». Non ricordo dove, narrai già altra volta il giudizio tagliente di un arbitro chiamato a risolvere, nell’epoca delle agitazioni sociali, una controversia tra industriali ed operai. Quell’arbitro, che si chiamava Francesco Ruffini, dinnanzi alla dottrina concreta ed al buon ragionare dei membri operai ed alla resistenza non ragionata dei membri industriali del collegio riassunse le sue impressioni così: Gli operai parevano professori d’università e gli industriali facevano la figura dei loro bidelli! Dunque, se ci fu un momento in cui quello che Rigola chiama il «privilegio» economico della borghesia parve sul serio minacciato, la cagione fu che gli operai stavano per «valere» sul serio più dei loro principali. Si stava formando, tra il 1890 e il 1900, un ceto dirigente operaio più istruito, tecnicamente e spiritualmente, del ceto dirigente industriale; epperciò, in un campo in cui non esistono privilegi, né economici né culturali, in cui lo strumento bruto, la macchina, più genericamente il capitale segue l’uomo che vale, un mutamento di classe dirigente parve probabile.

 

 

4. – Avrebbe probabilmente avuto luogo, non sotto la specie del socialismo ma sotto qualche altra specie impreveduta, se la sete del sapere avesse continuato a tormentare i migliori tra gli operai, gli organizzatori e i propagandisti; e se costoro avessero visto, al di là dei miti della lotta di classe del capitalismo, più a fondo le qualità che fanno grandi i popoli e gli individui. Rigola vedeva con ingenua freschezza queste qualità per la generazione precedente alla sua. Ecco una pagina che vuol descrivere il carattere dell’economia artigiana da cui il Biellese usciva nel decennio 1870-1880 per entrare in pieno nella fase storica della grande industria da lui detta «capitalistica». «Nell’economia artigiana le attitudini morali dell’uomo hanno maggiore importanza che non ne abbiano nell’economia capitalistica vera e propria. Poiché nell’economia artigiana è reso a tutti relativamente facile il venire in possesso degli strumenti di lavoro ed aprire bottega, accade che diventano più facilmente padroni quelli forniti di più solide qualità morali, e subordinati coloro che di queste qualità difettano. Beninteso questa affermazione non va presa in senso assoluto, perché in questo processo di differenziazione e di selezione giuocano il caso e la fortuna: tuttavia è vero, fino ad un certo punto, che in questa gara vincono coloro che sono maggiormente dotati di qualità morali, nel senso più lato della parola. Non siamo più in regime corporativo dove il garzone diventa maestro per anzianità; ma non siamo ancora in pieno monopolio capitalistico. Nella fase di transizione dall’artigianato più assoluto alla media e grande impresa capitalistica, la laboriosità, l’onestà, la capacità, l’astuzia, se si vuole costituiscono altrettanti elementi di successo. Voglio dire che esiste ancora una certa uguaglianza al punto di partenza. L’operaio sciupone, ubbriacone, neghittoso, anche se abilissimo nel suo mestiere, soccomberà di fronte a quello che lavora, risparmia e gode della pubblica estimazione. Questi diventerà padrone, mentre l’altro resterà garzone per tutta la vita. E la cosa sembrerà a tutti naturalissima. Tutt’al più, se si tratterà di un abile operaio, la gente lo compassionerà : È un buon operaio, ma che volete, non è serio, a l’e un ciocaton (un ubbriacone). Così, tutti saranno indotti a pensare che la classe padronale è costituita dagli uomini più saggi e più virtuosi; e quella degli operai dagli individui moralmente più deboli. Il padrone sarà considerato un po’ come il superiore e il padre dei suoi operai ed i rapporti fra lui e i suoi dipendenti saranno di natura essenzialmente paterna. A nessuno verrà in mente di mettere in discussione la legittimità del possesso dei mezzi di lavoro da parte dei padroni, possesso che la società considera come il giusto premio dovuto alla probità, all’attività, all’intelligenza dell’attuale conduttore d’opera o del di lui padre. Nemmeno l’operaio solleverà una questione simile, anche se gli avverrà di trovarsi qualche volta in contrasto di interessi col padrone da cui dipende (pag. 23-24)».

 

 

5. – Esistono senza dubbio differenze importanti tra il tipo dell’artigianato e della piccola e media industria e quello della grande industria quanto alle possibilità ed alle maniere di ascendere degli uomini nella scala sociale. Ancor oggi, il primo tipo può essere tuttavia considerato dominante in un paese, come è l’Italia, in cui su 731.888 esercizi industriali solo 30.330 occupano da 11 a 50 addetti ed appena 9427 più di 50 (Compendio statistico del 1929, pag. 134); e dove non si scorge alcuna tendenza definita verso la scomparsa dei mestieri, arti, commerci, professioni minute e modeste indipendenti. Appena si passa dalla grande città, dove non si conoscono gli antecedenti, gli atti, le qualità intime degli uomini e dove quindi, per ignoranza, si è tratti ad attribuire il successo economico ai miti verbali dello sfruttamento, della speculazione, del capitalismo, del monopolio dei mezzi di produzione, al piccolo centro dove ci si conosce tutti, vita, morte e miracoli, padre, nonno, zii, uomini e donne, la spiegazione del successo o dell’insuccesso diventa senz’altro quella morale che Rigola ricorda così efficacemente per l’epoca secondo lui tramontata dell’artigianato. Le spiegazioni sono quelle antiche, umane, radicate nelle attitudini fondamentali degli uomini: assestato, risparmiatore, laborioso, morigerato, amante della famiglia, rispettoso verso i genitori, ubbidiente, che sa farsi amare e ubbidire dai figli, ovvero disordinato, prodigo, ubbriacone, lunediano, giocatore, batte la moglie ed è battuto o disubbidito dai figli; superbo verso i clienti ovvero fornito di buone maniere. Si sale o si scende a seconda delle qualità che si posseggono. V’è il proprietario che va indietro e, per pagare i debiti, permuta di continuo il fondo posseduto con uno più piccolo, sinché alla fine si trova proprietario della sola zappa e finisce a fare il manovale e nessuno lo piglia, perché non è buono a nulla; e v’è il manovale che comincia ad aggiustarsi come servitore e non fa mai il lunedì e lavora duro, finché, arrivato a comprare il carro, l’aratro e gli altri arnesi, assume un podere a mezzadria ed i buoi a soccida. Se ha la moglie curiosa – la fortuna degli uomini dipende per nove decimi dalla moglie – e questa perciò non gli chiede un soldo per il sale, il companatico, i vestiti propri e dei bambini, arrangiandosi all’uopo con i denari delle uova e dei polli, in pochi anni costui ha riscattato i buoi, ha comprato qualche macchina agraria. Se le annate non vanno alla gran diavola ed a Domeneddio non si comanda, prima che sieno passati i cinquant’anni, quel contadino vive sul suo e coll’aiuto dei figli grandi, che egli ha saputo educare alla concordia e il lavoro, sarà in grado di lasciare ad essi, morendo, tanta terra da poter vivere, ciascun di loro, indipendente. Il prezzo della terra va giù e su a seconda che predominano gli uomini del primo o del secondo tipo. Chi ha pratica di vita di campagna sa che nella tale borgata non si riesce a spezzare i poderi grossi e la terra val poco. Prima spiegazione: non si trova gente per farla lavorare. Perché, se nella borgata vicina accade il contrario? Seconda risposta: in quella borgata, d’inverno si giocano nelle stalle i denari delle uve o dei vitelli venduti. Chi gioca, non ama lavorare, suda subito a maneggiare la vanga o il piccone; le sue donne portano le calze di seta e le ragazze capitano a far figli innanzi tempo, per accidenti di siepi o di pastura. Nella tale altra borgata, i poderi in vendita  bruciano e vanno a prezzi d’amatore. Ma nessuno gioca, ma i padri sono ascoltati con rispetto dai figli e tutti lavorano d’amore e d’accordo; ma uomini, che hanno terra e roba al sole la quale vale almeno duecentomila lire, finiti i lavori nel proprio fondo, pigliano a cottimo lavori di scasso sull’altrui e, laddove i giornalieri in novembre e dicembre si contentano delle 15 lire al giorno e non rendono più di tanto, essi guadagnano le 35 e le 40 lire e quelli che le pagano vorrebbero continuare per un pezzo, tanto il lavoro è ben fatto.

 

 

Nel valore della terra sono capitalizzati i vizi e le virtù degli uomini che la coltivano. Le teorie di sopravalutazione della terra ad opera di speculatori o di misteriose congiure del capitalismo inteso a sfruttare il lavoro sono invenzioni di scrittori da tavolino. Rende di più alla gente laboriosa la terra cara che quella a buon mercato ai fannulloni. Né le terre vendute ad alto prezzo arricchiscono i venditori. Spesso se le sono già mangiate prima di venderle. Ad una ad una, le famiglie dei signori, dei borghesi (bottegai e commercianti) e dei contadini (scomparsa la nobiltà o confusa nel ceto dei signori, sono questi i tre ceti sociali del Piemonte) che cinquant’anni fa erano in auge, sono, salvo rarissime eccezioni, andate giù o furono ingoiate dalla città; ed al posto loro sono salite nuove famiglie, che via via dalla rozzezza di prima trascorrono ad un ingentilimento progressivo di costumi. La cagione del saliscendi è sempre la stessa: incostanza, dissipazione, ozio nello scendere, tenacia, lavoro, ingegno od astuzia, come dice Rigola, che è il sinonimo dell’ingegno volto alle cose economiche, nel salire.

 

 

6. – Parmi vedere Rigola ribellarsi: così si svaluta il movimento operaio e si ritorna alle prediche dei parroci alla domenica, agli esempi di volere e potere di Smiles e di Lessona od alle paternali di Quintino Sella, a proposito delle società del vino, le quali fiorivano a Biella prima del 1870: «Se è vero quanto mi si dice, se vi sono operai, non molti forse, e tra questi non siete voi, se vi ha chi abbandona la propria famiglia nel cui seno soltanto si trova la felicità, per convenire in stanzacce a bere (perdonatemi la crudezza dell’espressione) animalescamente, oh! allora concedetemi di deplorare queste società del vino come una vera macchia per l’operaio biellese. Scusate la troppa vivacità delle mie frasi, ma io ho tante volte dipinto l’operaio biellese come un modello che m’inquieto allorché scopro in esso qualche imperfezione! (Discorso di Q.S. dell’11 ottobre 1868, cit. a pag. 36)».

 

 

7. – Non si vuole menomamente sminuire il valore educativo, morale, umano del movimento operaio nel periodo dal 1890 al 1910, che vide in Italia affermarsi, allato agli altri tenacissimi, anche il tipo della grande impresa industriale. Quel che il socialismo e le leghe operaie fecero per dare ai contadini salariati ed agli operai della grande industria coscienza e dignità umana, salari rispondenti alle mutate condizioni economiche e causa a loro volta di nuovi progressi tecnici, ore di lavoro ragionevoli, legislazione tutrice delle donne e dei fanciulli, risarcitrice degli infortuni, presidio della vecchiaia e della invalidità, non solo non può essere negato, ma è definitivamente acquisito.

 

 

8. – A conseguire questi scopi, probabilmente era necessario un mito. Quale fu il mito? I ricordi di Rigola non sono chiarissimi in proposito, forse perché egli non vi ha abbastanza meditato sopra. Talvolta egli sembra dare gran peso al mito ereditato dai filosofi dello stato di natura del XVII e del XVIII secolo: «Il giorno che cominciai a guardare la società come il meccanico esamina una macchina che dà un cattivo prodotto, mi convinsi che i cattivi prodotti della società provenivano dalla sua difettosa costituzione. L’uomo, io dicevo, è fondamentalmente buono; è nato libero, per vivere libero, e non per essere lupo all’uomo. Sua missione non può essere che il continuo perfezionamento. Se oggi, tuttavia, la realtà è un’altra, ciò dipende dal fatto che gli uomini non sono ancora riusciti a costituire una società basata sulla solidarietà e sul mutuo aiuto. La leggenda biblica del Paradiso perduto ha una lontana radice nell’infanzia dell’umanità . L’uomo preistorico era libero perché viveva isolato e bastava a se stesso. Non vi era allora nessuna società, e non vi erano, di conseguenza, rapporti sociali. L’evoluzione ha portato gli uomini a vivere in società, facendo loro perdere il bene della libertà. Dopo la quale perdita, l’umanità è passata per la fase della schiavitù, poscia per quella del servaggio, ed ora è giunta a quella del salariato. Ma poiché l’umanità non può star ferma, né tanto meno retrocedere, se ne deve dedurre che è fatalmente sospinta verso un assetto nel quale si comporrà il dissidio fra libertà individuale e necessità sociale. E questo sbocco, questo nuovo ordine in divenire, questa superiore civiltà sociale si chiamerà: Socialismo o comunismo (pag. 95)».

 

 

9. – Dubito molto che l’idea dell’uomo buono, di un felice stato di libertà posto all’origine del mondo, che gli imparaticci scolastici sulle fasi storiche della schiavitù, del servaggio e del salariato potessero agire sulla mente dell’operaio biellese e spingerlo ad organizzarsi, a pagar quote, a stringersi la cintola ed a star tappato in casa, invece di andare ai circoli del vino od alle osterie, durante gli scioperi (vedi brani di miei articoli del 1897 sullo sciopero di Valle Sessera riprodotti da Rigola a pag. 155-158). Sono pastorellerie, buone per Maria Antonietta e le sue dame di corte, a cui le giornate di settembre, gli annegamenti di Nîmes, e la ghigliottina si incaricarono di spiegare in qual modo l’uomo fosse fondamentalmente e originariamente «buono».

 

 

10. – Dubito anche che potesse far presa sugli operai l’altro mito consistente nella noiosa filosofia dello strumento di lavoro. Che non la sentissero in quella che egli chiama «la fase storica della nascita del capitalismo», Rigola confessa apertamente: «Il progresso tecnico industriale preme inesorabilmente sull’economia, separando sempre di più l’operaio dagli strumenti del lavoro; la lotta fra le due classi antitetiche scoppia irrefrenabile ad onta di tutte le poliziesche proibizioni; ma la classe operaia è, al pari della borghesia, ancora ben lontana dal rendersi esatto conto del perché di questi fenomeni e della rivoluzione che si va operando sotto i suoi occhi. L’incomprensione reciproca. Da una parte e dall’altra si attribuiscono al malvolere degli uomini quelle lotte che hanno le loro cause profonde nel sistema di produzione. Gli operai credono che i capitalisti siano degli affamatori per partito preso, ed i padroni si mostrano convinti di avere a che fare con dei poltroni, degli scostumati, delle canaglie. L’operaio vuole un padrone umano, che lasci vivere; e il padrone cerca un operaio docile, che lasci fare … Uno dei grandi meriti del socialismo è stato quello di avere portato la lotta dal campo delle persone a quello delle cose; esso ha insegnato che il capitalista non è un malvagio che desidera il danno degli operai, ma un individuo che fa semplicemente il proprio interesse. Come fabbricante egli non potrebbe, neanche se lo volesse, pagare un salario superiore a quello determinato dalla legge della domanda e della offerta, perché verrebbe stritolato nella lotta della concorrenza con gli altri fabbricanti; perciò non bisogna fare la lotta alle persone, ma al sistema. Sotto questo aspetto il socialismo ha prodotto una vera rivoluzione spirituale. Il socialismo è stato una verità nuova una luce piovuta nel fondo dell’inferno sociale, la quale ha rischiarato le moltitudini anonime, infondendo loro la speranza in un domani migliore. Fin qui la lotta aveva fruttato più delusioni che vantaggi, radicando la convinzione che si risolvesse nel vano sforzo di mordere il macigno. D’ora in avanti, mercé un tenace lavoro di organizzazione, di cooperazione e di legislazione, l’ambiente esterno si modificherà e si piegherà alle esigenze della nuova classe che sorge (pag. 29-31)».

 

 

11. – È difficile riassumere meglio di così la filosofia dello strumento tecnico proprio del socialismo cosidetto scientifico. Non la voglio discutere in se stesso: questi uomini che non contano nulla, che assistono, impotenti, al ferreo fatale andare di un «sistema» impersonato in uno strumento tecnico sempre più complicato, il quale costringe i suoi proprietari ad agire in un certo modo, a pagare gli operai non più di un tanto stabilito da un’altra «cosa», anch’essa ferrea, detta legge della domanda ed offerta; tutto questo insieme di «cose» che riducono gli uomini a puri congegni di un meccanismo agente per virtù  propria, spinto da altre entità fatali dette «interesse», «concorrenza» – sono un mistero così impenetrabile, che è bene non approfondirlo troppo per non scoprire il nulla.

 

 

12. – Nego che la filosofia dello strumento tecnico sia stata il vero mito che ha condotto all’elevazione del ceto operaio. Un mito deve essere sentito, deve commuovere, deve spingere all’azione. Come si può pretendere che commuova, che faccia agire il mito di un «sistema», secondo cui la colpa dei mali che accadono è una macchina inanimata sempre più incombente e feroce, che costringe industriali ed operai, per la concorrenza reciproca, a contentarsi gli uni di un profitto minimo, e gli altri di salari di fame? Il mito impassibile può suscitare l’istinto della ribellione, della distruzione, spiega le rivolte dei ludditi, non l’opera di ricostruzione. Può far agire l’istinto predatorio: occupazione delle fabbriche del 1920. Ma tutto finisce lì: quando lo strumento tecnico è passato in mano degli operai, subito si accorgono che è una «cosa» inanimata, buona a nulla se gli uomini non la fanno agire.

 

 

13. – No, il mito vero che spinse gli operai in su, non è un ragionamento intorno al sistema, allo strumento ed altrettali astrattezze. Lo espose quel Vigliani, muratore di Ponderano, di cui Rigola ricorda il discorso al comizio dell’1 maggio del 1890 in Biella: «È una moltitudine anonima che parla per bocca sua. Dice quello che sa e quello che sente con maschia franchezza e con una verve che innamora. Se lavorassero tutti un poco quelli che sono abili al lavoro, le otto ore di lavoro non sarebbero un’utopia, come vanno dicendo gli avversari. È giusto, è umano che si mandino i fanciulli di otto anni ed anche meno a servire i muratori, quando tanti bambifla (fannulloni) se ne stanno tutto il giorno ad oziare al caffè Gurgo ad insultare, al loro passaggio, ste povre fie ch’a travajo n’tle flanele? (queste povere ragazze che lavorano nel ramo flanelle). C’è forse qualcuno che si prende cura dei figli del muratore che cadendo da un ponte si rompe l’osso del collo? I muratori che costruiscono i palazzi per i ricchi abitano i tuguri. D’estate vanno a fare la campagna in città. Si sottopongono ad ogni sorta di privazioni per portare a casa cento o duecento lire alla fine della stagione. Dormono in dieci o dodici in una soffitta, mangiando pane e cipolle… Il povero muratore è condannato a digiunare d’estate per morire di fame all’inverno. Ebbene, i socialisti dicono «che così a peul pi nen andè e ch’a l’è ora d’ finila con lo sfrutament ‘d

l’ovriè [che così non può più andare avanti e che è ora di finirla con

lo sfruttamento dell’operaio (pag. 127-128)]».

 

 

14. – C’è da meravigliarsi che in quel lontano primo maggio del 1890 un lungo applauso abbia salutato l’intemerata del Vigliani? Gli operai che per rispetto umano avrebbero fatto finta, come alla predica, detta in italiano difficile, di ammirare la dimostrazione incomprensibile del fatale procedere del «sistema», capitalistico, applaudivano di cuore alle invettive che si indirizzavano ai sentimenti fondamentali dell’uomo; l’ingiustizia delle lunghe ore di lavoro, la fatica precoce dei ragazzi, l’ozio sfrontato dei poltroni figli di papà, lo sfarzo insolente dei ricchi e l’insulto alle figlie del popolo. Il sangue bolle nelle vene quando si sente di valere di più della stima che si fa di noi, quando ci si vede messo il piede sul collo da uomini immeritevoli di comandare. Gli stessi operai che giravano alla larga e si scappellavano incontrando monsù Quintin che era stato ed era ministro del re, non sentivano rispetto verso chi pretendeva di primeggiare solo perché era ricco. Quando vennero i Rigola ed i Rondani e gli altri ad organizzarli, a dir loro che anch’essi erano uomini e avevano ragione di portare alta la testa, dove andarono a finire il sistema capitalistico, le esigenze dello strumento di lavoro scisso dal lavoratore, la pressione fatale della concorrenza? A sistema invariato, con la concorrenza ugualmente viva, e con quel tale strumento sempre più scisso, ecc., ecc., i salari raddoppiarono, le ore di lavoro si scorciarono, gli infortunati furono indennizzati, alle madri operaie fu prima e dopo il parto concesso di assentarsi dal lavoro, ai vecchi invalidi fu data una pensione. Gli industriali, dopo avere ben gridato alla rovina dell’industria, si trasformarono e guadagnarono più di prima. Anch’essi accettarono dai propri teorici un mito: la grande industria rende possibili i progressi tecnici e gli alti salari. Il «sistema capitalistico» che, secondo i socialisti, spinge fatalmente alla servitù economica e politica il lavoratore, secondo i filosofi del capitalismo consentirebbe e promuoverebbe un progresso indefinito nelle sorti delle moltitudini.

 

 

15. – In verità, il sistema, la macchina, lo strumento e cioè le cose morte, le cose senza anima non possono spingere, promuovere e trattenere niente e nessuno. Gli uomini soltanto vivono ed agiscono. Un operaio serio, esigente è pungolo efficacissimo a spingere gli industriali ad adottare strumenti tecnici migliori ed a utilizzarli meglio. Dal canto loro, un ceto di industriali energici è capace di trasformare contadini sonnolenti in operai capaci e laboriosi.

 

 

Né l’elevazione è finita. Ben altro avranno gli operai: ore ancor più corte, salari più alti, case migliori, mezzi di educazione e di istruzione e di sano divertimento più larghi. Il mito è ancora e sempre: giustizia! Naturalmente, chi chiede deve sapere meritare giustizia, deve rendersi migliore, deve moralmente ed intellettualmente elevarsi al livello degli uomini i quali stanno al disopra di lui ed ai quali egli vuole uguagliarsi.

 

 

16. – Né si abbia paura che oggi sia più difficile di un tempo a chi ha senno, capacità e volontà di lavorare e di risparmio di elevarsi nella scala sociale. Mutano i metodi di elevazione; ma ci si eleva sempre e sempre si scade. Faccia astrazione Rigola per un momento dalle improvvise fortune conseguenti, come dirò subito, ad un fatto extra capitalistico, asistematico quale fu la guerra ultima e ripensi a coloro che mezzo secolo fa erano i capi dell’industria nel Biellese ed a quelli che sono capi adesso. Faccia o faccia fare, ché ne varrebbe la pena, una rilevazione delle vicende dei dirigenti, proprietari, soci, cointeressati, direttori, dei lanifici della sua terra in quest’ultimo cinquantennio. Chi era potente, ricco, capo di stabilimenti cinquant’anni fa, è ancora tale adesso? O lo sono i suoi figli? O al posto dei figli non ci sono talvolta i generi, che, dopo tutto, sono gente nuova venuta su dal telaio fino alla figlia del principale? Non ci sono, tra i capi d’oggi, taluni figli di operai del tempo della sua giovinezza? Non solo il telaio a vira, come dicono i biellesi, ma girano e van su e giù anche gli uomini. Se ciò accade nel Biellese, terra di uomini tenaci, a famiglie legatissime, quasi come tra i figli di Israele, quanto più non gireranno gli uomini appartenenti a schiatte più volubili!

 

 

17. – Il mito dello strumento tecnico non è stato soltanto incomprensibile, astratto, noioso. Ad un certo punto divenne anche dannoso. A furia di dire e di discorrere intorno a un certo sistema capitalistico, fatto responsabile di tutti i malanni sociali, i socialisti diventarono insensibili per le vere bricconerie, che creavano sul serio fortune immeritate e cagionavano sfruttamenti all’ingrosso di moltitudini. Il «capitalismo» ecco il nemico! Debelliamo quello ed il paradiso terrestre rivivrà in terra. Frattanto, si può, alla spicciolata, tollerare che questo o quel capitalista, che questo o quel gruppo faccia i comodi suoi. Non sono forse gli industriali strumenti passivi del sistema? Se il sistema produce i ladri, i concussionari, i monopolisti, sarebbe vana impresa pigliarsela con i sintomi, con i bubboni. Bisogna tagliare alla radice. Aspettando il colpo di scure finale, si chiudevano gli occhi dinnanzi al moltiplicarsi dei bubboni, e fors’anche, talvolta, qualche pecora rognosa partecipava al bottino.

 

 

18. – In tutti i tempi, anche in quelli dell’artigianato, che Rigola nel brano sopra riportato descrive così vivacemente, ci furono ricchezze male acquistate. Ci sono anche nel tempo detto del capitalismo. Se un tale riesce a combinare l’appalto di un’opera pubblica in modo da allontanare i concorrenti, se un tale altro ottiene che la legge escluda dalle gare coloro che gli potrebbero fare ombra, se un terzo, strillando sulla rovina dell’industria nazionale, fa approvare un dazio doganale e aumentare i prezzi, in tutto ciò che cosa ha a che fare il «sistema» capitalistico? Eppure, se si risale all’origine di molte grosse fortune, di quelle fortune che irritano il senso morale delle popolazioni, per lo più si vede, nei secoli andati e nel presente, che esse erano dovute a qualche favore o privilegio strappato all’ignoranza o alla benevolenza del legislatore. La rivoluzione francese e la guerra ultima tennero a battesimo la maggior parte di queste che l’opinione comune considera fortune male guadagnate. Non perché rivoluzioni o guerre, ma perché operate col mezzo di svalutazioni monetarie, che sono l’arma più potente di latrocinio collettivo che mai si sia inventata. Eppure, il «sistema» capitalistico non richiede affatto quest’arma; anzi dall’uso di essa è grandemente danneggiato!

 

 

19. – Se i dirigenti delle classi operaie invece di assumere un mito libresco come quello dello strumento tecnico o del sistema capitalistico avessero sempre apertamente assunto od assumessero in futuro miti umani, morali, di giustizia, di diritto a vivere meglio, di lotta contro i privilegi, contro questo o quel privilegio o favoritismo, bene individuato o dimostrato, non ridotto a parte integrante di un sistema, che allora non è più privilegio o latrocinio, ma necessità indeprecabile, probabilmente avrebbero fatto più strada. Il mito del «sistema» li portò a lottare ugualmente contro industriali meritevoli ed industriali immeritevoli, contro chi aveva creato un organismo sano per virtù  di ingegno, di lavoro, di risparmio, e contro chi aveva tratto la fortuna dall’avveduto sfruttamento di un procacciato privilegio. Unì gli altri ceti, minacciati tutti insieme, in un fronte unico. Disunì i lavoratori; perché giustamente a molti lavoratori spiacque unirsi a chi chiedeva la confisca di beni onestamente guadagnati e posseduti; e ad altri spiacque ancor più diventare complici, sia pure in apparenza, di organizzazioni vicine alla fonte del potere, partecipanti anch’esse a favori di dazi e di appalti. Piccoli favori in sostanza, briciole di Lazzaro probabilmente, in confronto ai banchetti dei gruppi industriali protetti; ma bastevoli a far scadere chi li chiede o ne profitta nell’estimazione pubblica, la quale porta in alto solo chi combatte per una causa da tutti ritenuta doverosa, giusta, umana e santa. Non importa che il giusto, l’umano, il santo, il doveroso siano concetti quantitativamente non misurabili. Gli uomini non lottano per l’utile che si misura, ma per il dovere che si sente.

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