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Corriere della Sera

Il momento attuale dei mercati finanziari e le previsioni pel 1913

«Corriere della sera», 9 gennaio 1913

 

 

 

Settimane di attesa inquieta, queste prime del 1913, per i mercati finanziari europei. Attendono i popoli che si snodi il groviglio del problema balcanico ma attendono ancor più ansiosamente le borse che la diplomazia abbia pronunciata la parola di pace.

 

 

Oggi i mercati finanziari, il che vuol dire gli uomini indipendenti che arrischiano la fortuna propria nell’esercizio di quell’arte difficilissima che è il prevedere l’avvenire, sono fondamentalmente ottimisti, perché prevedono la pace. Cominciarono a prevedere la pace a Vienna fin dal 20 dicembre circa, quando ancora molti giornali vedevano buio nell’orizzonte, e contadini, piccoli negozianti, piccoli proprietari e professionisti si affollavano nella Gallizia, nella Posnania, nella Transilvania, nell’Ungheria a ritirare i depositi dalle Casse di risparmio; ed i più affannati cambiavano i biglietti da 10 corone in pezze d’argento da 6 ad 8 corone, purché fossero d’argento.

 

 

Avranno torto o ragione gli uomini di borsa a prevedere la pace; e sovratutto a prevederla sicuramente fin da prima di Natale; ma dovevano possedere argomenti forti a rincalzo della loro opinione se si decisero ad imprestare 250 milioni di corone al Governo austro-ungherese al 6.50%; mentre se la guerra fosse stata davvero imminente, avrebbero potuto pretendere ben di più. Sovratutto hanno per loro la convinzione diventata oramai profondissima nel mondo bancario d’Inghilterra, di Francia e di Germania, che la guerra tra le grandi Potenze europee è oggi quasi impossibile a causa delle difficoltà finanziarie enormi a cui andrebbe incontro la condotta di una guerra europea. Se il semplice timore dell’estensione del teatro della guerra all’Austria ha potuto essere causa di danni gravissimi economici, cosa accadrebbe se la guerra scoppiasse sul serio? I ribassi nelle rendite austriache, ungheresi, tedesche e francesi furono l’ammonimento che i mercati finanziari diedero ai governanti: ammonimento di prudenza che non fu dato invano.

 

 

* * *

 

 

Oggi i mercati finanziari sono più ottimisti: ma ancora è grande la loro inquietudine. Poiché vedono che con questo gran discorrere che si fa di guerra europea non si parla più della guerra balcanica, la quale è cosa del passato; e le borse non guardano mai alle cose che furono, ma solo a quelle che saranno – e le conseguenze delle guerre passate e dei preparativi alla guerra, che le borse sperano non si farà, minacciano di turbare un movimento economico ascensionale stupendo che si era annunciato nel 1911, si era affermato nei primi nove mesi del 1912, e si sarebbe accelerato vieppiù nel 1913.

 

 

Ho sott’occhio l’ultima annata di un libro curioso intitolato: Business prospects Year Book, 1913, che è come chi dicesse: l’almanacco delle profezie economiche pel 1913, edito a Cardiff dalla Business Statistics Company, Ltd.; da una Società, la quale fa cioè professione di produrre e vendere profezie economiche. Professione difficile, ma utilissima, se ben condotta, a commercianti, industriali, risparmiatori, capi di leghe operaie, speculatori, governanti, ecc. Pare che gli almanacchi precedenti non siano parsi inutili, perché la società seguita a fabbricare ogni anno il solito volume di statistiche profetiche.

 

 

Orbene in questo almanacco per il 1913 si leggono profezie come le seguenti: «Carbone. I prezzi saranno più alti che in ogni anno dopo il 1907 e forse dopo il 1900. Le miniere saranno coltivate intensamente e troveranno mercato per la loro massima produzione. I profitti del capitale investito nelle imprese carboniere saranno eccezionalmente elevati.

 

 

Ferro ed acciaio. Gli alti forni e gli stabilimenti otterranno lavoro al completo per tutto l’anno. I prezzi saranno i più alti e la media dell’anno la massima dal 1900 e forse dalla guerra franco-prussiana in qua. Profitti eccezionali.

 

 

Rame. Produzione e consumo toccheranno il record massimo. La media dei prezzi sarà la massima raggiunta nell’ultimo trentennio.

 

 

Grano. Domande ed offerte in equilibrio. Prezzi superiori a quelli del 1912 e con tendenza al rialzo.

 

 

Cotone. Buona richiesta di manufatti; la maggior produzione del cotone greggio assorbita dal maggior consumo; i prezzi suppergiù quelli dell’anno scorso; il lavoro abbondante in tutti i rami della manifattura».

 

 

Profezie facili del resto a farsi sulla base delle statistiche degli anni passati, le quali ci insegnano che la crisi del 1907 aveva lasciato traccie gravissime nel 1908 e nel 1909; ma l’economia mondiale aveva cominciato a migliorare nel 1910, e progredire nel 1911, ed aveva fatto passi da gigante nel 1912. Bisognerebbe citare troppe cifre per dimostrare questa verità.

 

 

Ricorderò solo che in Inghilterra il commercio internazionale d’importazione nei primi 11 mesi del 1912 fu di 670.883.764 lire sterline, in aumento di 55.436.248 L.st. sull’anno precedente, ossia del 9%; mentre le esportazioni crescevano di 30.264.383 L.st. giungendo a L.st. 445.974.964, con un aumento del 7.2% e le riesportazioni arrivavano a 102.595.998 L.st. con un aumento assoluto di 8.555.048 L.st. e relativo del 9%. In Germania nei primi 10 mesi dell’anno le importazioni furono di 8.491 milioni di marchi contro 7.881 nell’anno precedente, le esportazioni di 7.228 contro 6621. Negli Stati Uniti, i quali avevano tardato più dell’Europa a sollevarsi dal fiero colpo avuto nel 1907, l’importazione negli undici primi mesi dell’anno progrediva da 1867 nel 1911 e 2145 milioni di dollari nel 1912, l’esportazione da 1391 a 1664 milioni.

 

 

Il traffico cresciuto provoca incremento di mezzi di trasporto. Le costruzioni navali in corso in Inghilterra che all’1 ottobre 1909 toccavano solo le 778.000 tonnellate, crescevano a 1.154.000 tonnellate l’1 ottobre 1910, a 1.446.000 tonnellate l’1 ottobre 1911, ed arrivavano a 1.815.000 l’1 ottobre 1912, malgrado che i piroscafi da 7500 tonnellate, i quali due anni fa costavano da 950 mila ad 1 milione di lire italiane, ora non si possono acquistare a meno di 1.400.000 lire. Le ferrovie tornano a domandare carri e locomotive; onde l’industria siderurgica in tutto il mondo prospera. Il trust dell’acciaio, che il 31 dicembre 1910 aveva in corso 2.675 mila tonn. di ordinazioni ed al 31 dicembre 1911 era salito a 5.084 mila tonn. al 30 novembre 1912 giungeva a 7.853 mila, cifra superata solo nel 1906, l’annata di grande prosperità. Gli stocks di ghisa disponibili nel mondo si assottigliano: gli stocks Connal di Glasgow, i soli per cui si conoscano cifre previse, da 551 mila tonnellate in gennaio 1911 e 528 mila tonn. in gennaio 1912 sono caduti il 31 dicembre dell’anno ora finito a 234 mila tonn. Se si pensa che nel solo 1907 gli stessi stocks diminuirono di 400 mila tonn. perché la richiesta aveva superata la possibilità di farvi fronte subito colla produzione corrente, viene il dubbio che, se non sorgessero ostacoli allo sviluppo industriale, il 1913 potrebbe assistere ad una fame di ferro più acuta di quella rimasta leggendaria del 1873.

 

 

Né i soli industriali traggono profitto dal movimento economico ascensionale affermatosi nel 1912 e preannunciato pel 1913. In novembre scorso la percentuale della disoccupazione operaia in Inghilterra toccò il punto più basso mai segnato dopo il 1874. Su 887.350 operai iscritti alle Leghe operaie che inviano rapporti statistici all’ufficio del lavoro, solo 16.142 ossia l’1.8% erano disoccupati. Gli scioperi vanno diminuendo di numero e di importanza, perché gli industriali, a cui riescirebbe doloroso sospendere il lavoro in tempi di bei profitti consentono a rialzi amichevoli di salario: in novembre 347.000 operai inglesi ottennero un aumento di 435 mila lire italiane alla settimana nelle paghe.

 

 

Non si afferma con ciò che l’attuale tendenza delle industrie e del commercio ad espandersi, sotto lo stimolo degli alti prezzi e dei profitti crescenti sia sempre ugualmente utile alle masse operaie specie nei paesi protezionisti, come la Germania e gli Stati Uniti, dove il rincaro della vita sale a grandi altezze per cause artificiali. Il movimento di rialzo, nei salari è più lento; e non tutte le industrie sono egualmente fiorenti.

 

 

Ma qui si vuol discorrere delle tendenze generali nell’economia mondiale.

 

 

* * *

 

 

Ora si comprende come i mercati finanziari si dimostrino preoccupati delle conseguenze che le guerre ultime ed i preparativi di guerre nuove possono avere in un momento economico come il presente. Il freno più possente e più rapido invero che l’espansione industriale trova è il rincaro del denaro. Per fabbricare masse crescenti di merci e per negoziarle e portarle fino al consumo a prezzi crescenti fanno d’uopo maggiori disponibilità di capitale fisso e di capitale circolante. Senza risparmio nuovo non si impiantano opifici, non si migliorano terreni, non si fanno correre più numerosi i carri ferroviari ed i piroscafi, non agiscono i meccanismi commerciali e bancari necessari per mettere in contatto produttori e risparmiatori.

 

 

Ora è probabile che negli anni prosperi si formi una maggior quantità di risparmio dell’usuale; ma la maggior quantità è anche ben più avidamente assorbita del solito dai bisogni dell’industria: onde il prezzo del denaro aumenta. Il tasso medio dello sconto ufficiale e libero fu il seguente nelle tre principali piazze di Europa negli anni di tasso minimo e massimo dell’ultimo decennio:

 

 

    1902 1907 1909 1912
Londra ufficiale

3.35

4.25

3.11

3.77

  privato

2.99

4.40

2.36

3.66

Berlino ufficiale

3.32

6.00

3.92

4.25

  privato

2.19

5.03

2.94

4.22

Parigi ufficiale

3.–

3.47

3.–

3.37

  privato

2.43

3.11

1.77

3.05

 

 

La media del 1912 indica che siamo già a mezza via tra i minimi degli anni di depressione (1902 e 1909), quando gli affari languono ed il denaro non è chiesto da nessuno ed i massimi degli anni di prosperità divenuta parossistica e culminante nelle crisi (1907), quando tutti affannosamente chiedono capitali a prestito. Anzi siamo più che a mezza via, ove si rifletta che a fine dicembre il tasso ufficiale dello sconto era al 5, 6 e 4% ed il tasso libero al 4 7/8, 6 e 4% a Londra, Berlino e Parigi.

 

 

Ma per quanto cresciuto, e per quanto l’almanacco inglese già citato nel capitolo sul mercato monetario profetizzi che «il tasso dello sconto sarà nel 1913 più alto che negli anni successivi al 1907 e la Banca d’Inghilterra manterrà un tasso dello sconto superiore in media al 4% nessuno, nemmeno i profeti dei Business prospects temevano un rincaro siffatto da uguagliare o superare quello del 1907. Ci si sarebbe avvicinato un po’ di più che nel 1912: ecco tutto. Ma, quando i guadagni aumentano, non si bada ad un mezzo per cento o ad una unità per cento di più nel costo del denaro necessario per condurre a termine operazioni lucrose. Il pericolo non è tanto il denaro caro, quanto l’impossibilità di trovarlo a qualunque prezzo. Nel 1907 le medie annue aumentarono oltremisura, perché nell’autunno il capitale disponibile non aveva più prezzo.

 

 

Le previsioni pel 1913 non recherebbero per sé medesime a conclusioni così sconfortanti. Nel 1907 il capitale circolante ad un certo punto scomparve perché mancava la fiducia; perché si era esagerato pazzamente negli impianti, nelle speculazioni, negli impegni, in tutto. Onde, alla fine, l’arco dell’attività economica troppo teso si ruppe. Oggi non siamo a questi estremi. Lo sviluppo economico in massima risponde ad incrementi reali dei bisogni. Gli Stati Uniti si sono risvegliati appena ora da un lungo torpore di parecchi anni e non hanno avuto tempo di commettere pazzie.

 

 

Il mondo economico, per sé medesimo considerato, avrebbe ancora parecchia strada da percorrere prima di cadere nel precipizio della crisi. E non è fatale vi abbia a ricadere sempre e dovunque; poiché l’esperienza delle crisi passate ha servito e servirà a qualcosa. In Inghilterra sono oramai vent’anni e più che non accade nessuna crisi grave, l’esperienza avendo insegnato ai dirigenti del mercato monetario ed agli imprenditori le vie per evitare i precipizi.

 

 

* * *

 

 

Il timore che oggi si legge nei rapporti delle banche, nei listini finanziari, negli articoli dei più reputati giornali economici esteri è che il rincaro del denaro, che sarebbe tollerabile se dovuto all’aumento normale dei bisogni di una economia fiorente, diventi intollerabile e pernicioso se alle domande dell’industria si aggiungeranno domande troppo forti dei Governi. Agli alcuni miliardi, due o tre probabilmente, necessari per liquidare le guerre passate (guerra nostra di Tripoli e sovratutto guerra balcanica) si farà fronte chiamando a raccolta i risparmi di coloro che vogliono investimenti di Stato. Ma se i bisogni degli Stati crescessero ancora per il perdurare a lungo delle costosissime mobilitazioni austriache e russe e per la ripercussione che tal fatto potrebbe avere sugli armamenti degli altri paesi europei, se non due o tre miliardi, ma quattro o cinque si dovessero chiedere per questo motivo al risparmio europeo, probabilmente la corda troppo tesa si romperebbe.

 

 

Questa è la preoccupazione odierna dei mercati finanziari. E convien dire che essa ha un significato profondamente umano. Poiché di fronte ai risultati assai dubbi di una politica di pace guerreggiata, di fronte al nessun interesse che l’Europa ha di soddisfare le ambizioni austriache si erge la prospettiva della distruzione di un movimento economico rivolto alla produzione di masse maggiori di ricchezze e la visione di moltitudini, ora occupate ed occupate a salari crescenti, le quali da una crisi finanziaria verrebbero gettate in balia alla più nera disoccupazione.

 

 

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