Il momento della sosta

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/01/1903

Il momento della sosta

«Corriere della sera», 22 gennaio 1903

 

 

 

Quelle che sostano nel loro cammino – non si sa se per ripigliar soltanto fiato ovvero per abbandonare scoraggiate il campo – sono le Leghe contadine.

 

 

Da uno dei paesi più tormentati dagli scioperi agrari e dove le Leghe hanno fatto l’anno scorso una delle maggiori dimostrazioni della loro forza, dal Polesine, ci giunge un breve libretto – Due anni di agitazione agraria nel Polesine – scritto dal segretario della «Associazione fra proprietari e fittavoli», Antonio Bononi, che è un grido di vittoria.

 

 

Dopo la sconfitta degli scioperanti del marzo 1902, le Leghe si sono in gran parte sfasciate. Una istruttiva tabella ci dice che su 217.904 abitanti della provincia di Rovigo, i soci delle Leghe erano giunti ad essere 16.757 alla fine del 1901. Alla fine del 1902 erano cadute a 6.900. Le Leghe che erano 80 si ridussero a circa una quarantina. Pochissimi poi pagano la quota, sicché le Leghe esistono più perché non si sono mai disciolte che non per dar segni di vita. Una sottoscrizione fatta per estinguere le passività ha fruttato in tutta la Provincia L. 48,50 in agosto, L.49,50 in settembre e L. 35 in ottobre; mentre dal maggio al dicembre dell’anno precedente si erano raccolte circa 40 mila lire, senza contare le sottoscrizioni speciali per il giornale, per le vittime di Berra, per gli scioperanti di Trecenta, ecc., ecc. Sicché i proprietari – rispondendo alla domanda inviata dal Bononi relativa alle previsioni per la nuova annata – nella grande maggioranza si dimostrano ottimisti e prevedono una primavera tranquilla.

 

 

È lo squagliamento che succede a tutte le sconfitte operaie; e non è un fenomeno nuovo. Il Bononi ricorda la scomparsa delle Unioni agricole sorte in Inghilterra nel 1872 per la propaganda meravigliosa di Giuseppe Arch; ed avrebbe potuto ricordare la disastrosa sconfitta della Grand National Consolidated Trades Union nata nel 1833 al soffio della parola alata di Roberto Owen predicante l’avvento di un nuovo mondo morale, e nella quale a decine di migliaia si erano ascritti i lavoratori agricoli. Come le Leghe polesane nate in mezzo a gente in cui ferveva un’indistinta aspirazione ad un nuovo ordine terriero, così la Grand National era già svanita, come nebbia al sole, l’anno seguente, quando gli aspettanti videro che l’alba del nuovo mondo ancora non spuntava. Dopo queste grandi lotte la disillusione è sempre amara. Uno dei tre capi del movimento contadino nel Polesine, Gino Piva, narra, dolorando, di essere passato dopo la sconfitta a traverso i campi e di avere, dietro la schiena, raccolto lo scherno. Forse quei capi non meritavano lo scherno, poiché il rappresentante dei proprietari medesimi li rimprovera solo «di giovanile leggerezza».

 

 

Ma fu certamente colpa grave di quegli organizzatori di non aver saputo trattenere il movimento contadino entro quei limiti rigidamente prefissi dalle leggi economiche che soli lo rendono legittimo e fecondo; fu colpa loro di averlo lasciato straripare sino ad assumere un carattere politico ed a suscitare strane speranze di palingenesi sociale nei lavoratori della terra. Fu colpa loro il non aver visto che le Leghe agricole non possono imporre l’osservanza di patti uniformi per plaghe estese di territorio e debbono tener conto delle differenze di fertilità, di posizione, di ampiezza di fondi. Essi vollero tentare di abolire la categoria degli obbligati ad anno e crescere la proporzione degli avventizi, più facile strumento nelle mani dei capi-lega; e non videro che in tutte le grandi aziende agricole è necessità tecnica che vi sia un nucleo di lavoranti fissi, ed accanto a questi un numero variabile di altri lavoranti per i lavori di stagione. Essi reputarono che il Polesine fosse un mercato chiuso; ed i proprietari risposero importando squadre di contadini dalla Romagna.

 

 

Essi vollero togliere all’imprenditore agricolo la direzione della sua azienda, stabilendo che spettasse al Comitato della Federazione delle Leghe di ripartire il territorio fra i lavoratori, in guisa che ciascun mietitore non avesse una estensione superiore ad otto pertiche. Essi pur protestando di non volere ostacolare l’uso delle macchine agricole, volevano però – con contraddizione insanabile – che gli imprenditori non diminuissero il numero delle braccia occorrenti. I capi Lega – in gran parte estranei alla classe contadina – dovevano misurare la superficie destinata a frumento e poi fissare il numero dei mietitori in una cifra uniforme senza alcun riguardo alla qualità del grano seminato, alla fittezza del prodotto, al maggiore o minore allettamento, alle condizioni della stagione.

 

 

In tal modo quei capi Lega compivano opera insana e distruggevano l’edificio foggiato colle loro mani medesime. Poiché le Leghe diventano dannose quando uscendo dal campo loro assegnato – che è la determinazione collettiva del salario – invadono la cerchia che è di competenza degli industriali e vogliono insegnare ed imporre ad essi il modo di organizzazione del lavoro. Ogni pretesa di questo senso è assurda e – più di qualunque rialzo, anche esagerato, di salari – conduce alla rovina delle intraprese meglio fondate. Conduce, come ci insegna il Bononi per una tenuta di 24 ettari in territorio di Rovigo, ad avere un’entrata lorda di 7.152 lire ed una spesa di lire 8.058,50 con un deficit di lire 960,50.

 

 

È naturale ed è giusto che i proprietari a questo punto si rivoltino ed associandosi rispondano alla guerra insana con una attiva resistenza. Questo fecero i proprietari del Polesine. Non senza stenti (contrariamente a quanto si ripete ogni giorno sulla facilità che hanno i capitalisti di coalizzarsi), poiché mentre le Leghe avevano raccolto a frusto a frusto 40 mila lire, i proprietari del Polesine avevano versato solo 20 mila lire; e sui 221.904 ettari della provincia soli 21.489, nemmeno un decimo, contribuivano all’Associazione dei proprietari. Ma la loro causa era così buona che essi vinsero. Spetta ad essi consolidare la vittoria dovuta sovratutto alla leggerezza degli avversari. Il Bononi si augura che i proprietari sappiano fare una politica di pacificazione sociale, non rinnegando nessuna delle conquiste richieste dai tempi nuovi. A così onesto augurio dovrebbero associarsi tutti i buoni.

 

 

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