Il momento presente dell’Italia economica Ammonimenti di prudenza

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/06/1911

Il momento presente dell’Italia economica Ammonimenti di prudenza

«Corriere della sera», 27 giugno 1911

 

 

 

Una delle più interessanti domande a cui dovrebbe poter rispondere la statistica è questa: quali furono i caratteri dell’anno che è finito e quali le probabili previsioni dell’anno in cui siamo entrati? La statistica non dovrebbe cioè essere utile soltanto per gli studiosi, per fare degli interessanti studi retrospettivi; ma dovrebbe servire come strumento, come guida per coloro i quali vivono della vita economica, e, per i loro commerci, per le loro industrie, per le loro operazioni bancarie, per valutare l’opportunità di nuovi impianti, hanno bisogno di conoscere il passato prossimo dell’organismo economico nel suo complesso, onde trarne lume alla loro condotta. Ogni industriale, ogni commerciante conosce la propria industria, il proprio commercio per l’esperienza di fatto che ne ha; ma sempre più avverte che questa conoscenza è insufficiente, e deve essere integrata con la conoscenza delle condizioni generali dell’economia mondiale. Ognuno è consapevole, per lieta o dolorosa esperienza fattane, che le sue sorti, che le probabilità della sua riuscita sono indissolubilmente connesse con le condizioni generali del paese, con le vicende dei raccolti, con le crisi di lontani paesi, ecc. ecc. Perciò si diffonde sempre più il bisogno di sapere e sapere subito, e di prevedere se non il futuro nelle sue particolarità, le grandi linee probabili degli avvenimenti economici più prossimi.

 

 

All’estero a questo bisogno provvedono organi speciali. In primo luogo le pubblicazioni ufficiali statistiche le quali si industriano di uscire con la massima rapidità, talvolta appena finito il mese, tal’altra dopo finito l’anno a cui si riferiscono. Vengono poscia le pubblicazioni private, più snelle, più rapide, più libere nei giudizi e nei consigli. Ricorderò la celebre Rassegna che nel mese di febbraio (di solito il terzo sabato del febbraio) pubblica l’Economist inglese intorno alle vicende dell’anno precedente, insieme con uno sguardo alle prospettive dell’anno in corso; rassegna che è diventata non solo una preziosissima fonte storica per il passato, ma una vera guida per il presente. Nel Belgio le rassegne del Moniteur des Interets Materials, in Germania le amplissime della Frankfurter Zeitung sono attentamente studiate dagli interessati. In Inghilterra si è persino fondata una società anonima la quale raccoglie e commenta i dati della cifra economica nel senso della previsione. Si chiama: The Business prospects publishing Company, ossia società per la pubblicazione di profezie per gli uomini di affari. Gli Annuari che essa pubblica sono abbastanza ragionevoli: per ogni industria (cotone, lane, ferro, carbone, seta, caucciù, ecc. ecc.), essa riassume i principali dati e dall’esperienza del passato ricava degli indici per prevedere in che senso si muoveranno i prezzi, la produzione, il consumo, gli stocks ecc. ecc.

 

 

Sono previsioni grossolane, un po’ incerte per ora; ma tali da riuscire di una certa pratica utilità, non foss’altro, per insegnare la prudenza ed inspirar coraggio a coloro che sono sempre pronti a lasciarsi montare la testa od a disanimarsi dall’ultimo avvenimento lieto o preoccupante.

 

 

In Italia cominciamo a muovere i primi passi. Il Governo vi contribuisce in parte con le sue pubblicazioni. In parte, perché l’Annuario statistico che dovrebbe essere lo specchio è sempre in lamentevole ritardo: l’ultimo risale al 1907 e contiene dati preistorici per gli uomini viventi nel 1911.

 

 

Sono più svelte altre pubblicazioni di uffici, alla testa dei quali vi è un qualche uomo competente e volenteroso: rapide e sempre migliori le Statistiche del movimento commerciale dovute al Luciolli, che si pubblicano ad un mese circa di distanza dalle cifra che illustrano. Mirabili, dato il compito immane e nuovo, le statistiche agrarie del Valenti. Ho sott’occhio l’ultimo fascicolo, (il sesto, del primo anno di esperimento del servizio; e se a leggerlo non c’è argomento di conforto, perché la campagna agraria 1910 andò male in Italia), bisogna almeno essere orgogliosi che si sappiano tante cose intorno a nientemeno venti prodotti diversi, dal frumento alla segala, dall’orzo all’avena, dal riso al granoturco, dalle fave alle leguminose, alle patate ed alle barbabietole, dalla canapa al lino, dagli ortaggi ai foraggi, dall’uva e vino all’olivo ed olio, dalla foglia di gelso e bozzoli agli agrumi, frutta e castagne, intorno a cui si avevano per lo innanzi idee vaghissime. Né bisogna dimenticare l’opera assidua del Montemartini, il quale ha saputo imprimere un così fervido impulso di vita all’Ufficio del lavoro. Malgrado l’ostacolo frapposto alla serenità delle indagini dall’esistenza dell’attuale Consiglio superiore del lavoro (che per la settarietà della sua composizione e delle sue deliberazioni è da reputare una delle maggiori piaghe d’Italia), il Montemartini riesce a pubblicare un Bollettino mensile dell’Ufficio ed un altro dell’Ispettorato del lavoro che permettono di seguire sollecitamente le vicende del mercato del lavoro, gli spostamenti di operai, braccianti e contadini, le variazioni dei prezzi al minuto, le applicazioni nelle leggi sul lavoro, ecc. ecc.

 

 

Ricordo ancora le relazioni delle diverse amministrazioni finanziarie (imposte dirette, affari, demanio, gabelle, privative), miniera di dati preziosi sulla vita economica del paese; le relazioni delle ferrovie dello Stato, delle poste e telegrafi, ecc. ecc.

 

 

Ma tutto ciò è slegato, frammentario, difficile a studiare e a consultare.

 

 

Con una certa fatica lo studioso riesce a procurarsi tutti questi ed altri documenti. L’uomo d’affari, l’industriale, il capo di una lega operaia non può perdere il suo tempo a scrivere a cento uffici diversi; né può durare la fatica necessaria a cavarne il succo per lui interessante. È stata perciò una antica aspirazione di molti la comparsa di una pubblicazione periodica, annuale, che rapidamente riassumesse tutto ciò che si trova sparso nei documenti ufficiali e li portasse a conoscenza del gran pubblico.

 

 

Doveva essere una pubblicazione privata, per potere avere maggiore libertà di movimenti, per potere illustrare i dati con opportuni commenti e per uscire abbastanza presto. Tentarono alcuni anni fa l’impresa due ardimentosi, i dottori Pinardi e Schiavi che a Milano pubblicarono due annate di un volume intitolato l’Italia economica. Era un lavoro utilissimo, ben fatto, a buon mercato, dovuto alla penna di scrittori competenti; ma le spese dovettero essere enormi, onde il tentativo non fu ripetuto.

 

 

L’iniziativa però non morì. Fu ripresa l’anno scorso e continuata quest’anno dalla seria rivista La Riforma Sociale e mercé l’opera di un diligentissimo studioso, il prof. Riccardo Bachi, il quale vorrà consentirmi che io pubblicamente esprima il mio convincimento essere egli, per la inarrivabile conoscenza dell’enorme materiale bibliografico, l’uomo più adatto a compiere da solo un’opera siffatta, in cui la persona dell’autore quasi scompare dietro l’oggettività della esposizione e dei commenti. Sono 222 dense pagine in cui ogni aspetto della situazione economica (commercio con l’estero, movimento bancario, mercato finanziario, prezzi delle merci e derrate, produzione agricola, produzione industriale, trasporti e comunicazioni, lavoro, previdenza, finanza dello Stato) e della politica economica (commerciale, industriale, creditizia, agraria, assicurativa, cooperativa, tributaria, delle abitazioni, dei consumi, dei trasporti) è analizzato con i dati più recenti e più sicuri.

 

 

Un’appendice elenca tutte le pubblicazioni, ufficiali e private, comparse durante il 1910. Se all’iniziativa della «Riforma Sociale» e del Bachi soccorrerà il favore del pubblico sarà possibile, col tempo, avere una vera e propria Cronistoria dell’Italia economica di anno in anno; frattanto gli studiosi e più gli uomini d’affari, i segretari delle Camere del lavoro e delle leghe operaie, i banchieri, gli industriali, i commercianti, i giornalisti, quelli tra gli uomini politici che hanno ancora l’abitudine di leggere, troveranno nel volume attuale tutto ciò che è necessario per conoscere la vita economica italiana nel momento presente.

 

 

L’autore non fa previsioni per l’avvenire pago di fotografare l’immediato passato, il momento che appena appena ora ha cessato di esistere. Le previsioni verranno, col tempo, quando lo strumento si sarà perfezionato.

 

 

Frattanto i dati attuali possono servire, se non di mezzo profetico, di ammaestramento per il prossimo avvenire.

 

 

La finanza pubblica è stata buona; ce lo disse pur l’altro giorno il ministro del Tesoro. Elevato il corso della rendita, ed in incremento quasi tutte le entrate. Fuori della cerchia della pubblica finanza notansi in incremento i depositi a risparmio, le operazioni delle stanze di compensazione, le cui partite di debito e credito che, dopo essere aumentate da 31,8 miliardi nel 1904 a 51,4 nel 1907 erano diminuite a 39,6 nel 1908, ripresero nel 1909 a 44,5 miliardi e nel 1910 a 57,9 miliardi. Il commercio con l’estero crebbe all’importazione da 3.111.710.447 lire nel 1909 a 3.204.699.939 nel 1910 e all’esportazione da 1.866.889.562 a 2.008.274.821 lire. All’incremento del movimento mercantile corrisponde una maggiore intensità nel movimento delle comunicazioni: sono aumentate le entrate derivanti dai servizi postali e telegrafici e telefonici; il carico delle merci nella rete ferroviaria dello Stato da 72.636 migliaia di tonn. nel 1907-1908 è passato a 34.142 nel 1908-1909 ed a 35.601 nel 1909-1910; nel secondo semestre 1910 i prodotti, approssimativamente calcolati, del traffico delle merci furono di 27.556.887 per la grande velocità e piccola velocità accelerata in confronto a lire 27.034.727 nel secondo semestre 1909 e di lire 123.236.851 per la piccola velocità in confronto a lire 120.220.969. Alcuni compensi, dei quali è possibile aver nota precisa, sono in aumento: come quello dei fiammiferi passato da 68.258 miliardi nel 1908-909 a 73.972 nel 1909-910, del gas illuminante passato nel tempo stesso da 232 a 243 milioni di metri cubi e dell’energia elettrica da 1.129 a 1.312 milioni di ettowatt ora.

 

 

L’Italia perciò ha continuato a progredire nel 1910 rispetto al 1909 ed agli anni immediatamente precedenti. Sarebbe però un voler chiudere gli occhi alla realtà se si volesse negare che in troppi campi lo sforzo di ascesa del capitale e del lavoro italiano trovò nel 1910 ostacoli gravissimi. Per cause fisiche-metereologiche innanzitutto. La campagna agraria dell’anno scorso fu davvero pessima. Il Valenti ha pubblicato ed il Bachi riassume dati in complesso sconfortanti. Il raccolto del frumento si è ridotto a 41,7 milioni di quintali, inferiore di quasi 10 milioni a quello del 1909, malgrado sia aumentata di ettari 21.900 la superficie coltivata a grano (0,46 %), così che il raccolto del 1910 rappresenta il più scarso degli ultimi otto anni. Il raccolto della segale è stato in complesso alquanto superiore: da 1.278.000 a 1.381.000 quintali. Però l’incremento è limitato al Piemonte; e altrove si ebbe una diminuzione.

 

 

L’orzo andò male, specialmente nel Mezzogiorno;onde una produzione ridotta da 2.384.000 a 2.005.000 quintali. In diminuzione fortissima pure l’avena: da 6.300.000 a 4.148.000 quintali; mentre il granoturco passava da quintali 25.220.000 a 25.838.000. La cultura del riso ridotta pure da Q. 4.379.800 (Q. 33 per ettaro) a Q. 4.379.800 (Q. 30,4 per ettaro). Abbondantissima invece la produzione foraggera: il prodotto dei prati naturali fu di Q. 39.720.000 con un aumento del 30 % sul 1909; e quello dei prati artificiali di Q. 112.518.000 con un aumento del 28 %. Comprendendo gli erbai (Q. 13.261.000), i prati stabili irrigui (quintali 24.821.000) ed i pascoli (Q. 68.453.000), si arriva ad un totale di Q. 258.773.000 con un incremento di Q. 23.992.000 sulla produzione normale (circa il 10 %). Ma la campagna viticola fu disastrosa; la produzione del vino è declinata da ettolitri 61.772.710 nel 1909 a 29.293.240 nel 1910. La produzione olearia fu appena il 45,9 per cento della produzione normale; ed anche in confronto al 1909 si ebbe una diminuzione nell’olio prodotto da ettolitri 2.559.200 a 1.384.580.

 

 

Anche la produzione della foglia di gelso è in diminuzione per la invasione della Diapsis pentagona; onde i bozzoli prodotti scesero da 481.930 a 428.970 quintali.

 

 

Oltre l’industria agraria per cause naturali, non passarono lieti momenti altre industrie principalissime, come la serica, la cotoniera, la siderurgica, la vetraria, la solfifera, la agrumifera. Motivi diversi: l’alto prezzo del cotone in contrapposto al deficiente consumo, il rinvilio della seta contro la sostenutezza dei bozzoli, gli esagerati impianti, gli interventi governativi inopportuni, le conseguenze di una politica doganale che, dopo avere consentito la creazione di forti imprese, ora le indebolisce, provocando il sorgere di imprese deboli, gli eccessi speculativi del periodo 1905-907, tutte queste ed altre cause contribuiscono a rendere poco liete le sorti presenti di molte grandi industrie italiane. E le non liete condizioni dell’agricoltura e di talune industrie ebbero la loro ripercussione sul mercato del lavoro: cresciuta la disoccupazione, diminuite le mercedi in taluni rami. Scarsi gli scioperi agricoli: 87 scioperi e 22.375 scioperanti nel 1910 contro 140 scioperi e 46.576 scioperanti nel 1909; e se più numerosi gli scioperi industriali (1.020 scioperi e 172.898 scioperanti contro 952 e 149.556), furono certamente iniziati con scarsa opportunità, perché l’esito fu in notevole parte sfavorevole agli operai: dal 36,6 per ogni cento scioperanti i favorevoli si ridussero al 28,8 per cento; mentre gli scioperi con esito medio discendevano dal 25,1 al 23,3 per cento; e quelli con esito sfavorevole salirono dal 41,7 al 55,9 per cento. La diminuzione degli emigranti oltre oceano da 357.850 a 348.741, insieme col notevole numero dei ritorni, non dipende da buone condizioni italiane, bensì dalla cattiva condizione del Nord America, in cui diminuirono le facilità di trovar lavoro.

 

 

Tutto ciò passerà. Le crisi industriali si rimargineranno col tempo, se il Governo non interverrà, con suoi empiastri, a guastare ogni cosa, come fece per lo zolfo e gli agrumi, e come si minacciava di fare per la seta, il cotone e la siderurgia. Le industrie sofferenti non hanno bisogno di più copiosi crediti; ma di raccoglimenti e di prudenti liquidazioni. Lo Stato intervenga con scuole, con sperimenti tecnico-scientifici; ma si astenga, per carità, dal fornire denaro a coloro che oggi stanno male appunto perché ne ebbero troppo in passato. L’aumento degli sconti degli Istituti di emissione da 3.180 a 3.762 milioni (18,3 % di più) è un fenomeno complesso, che se può essere indice di maggiore movimento di affari, ha qualche lato inquietante; sovratutto se si bada che anche all’estero si ebbe in parecchi paesi un simile eccezionale aumento delle operazioni bancarie nel 1910 in confronto al 1909. Parecchi autorevoli studiosi e uomini di finanza all’estero hanno già ammonito che si rischiava di provocare una nuova crisi con esagerati impegni speculativi e con nuovi impianti non giustificati dal consumo.

 

 

Forse questo è il migliore ammaestramento che si possa ricavare anche in Italia dal volume del Bachi. Bisogna moderare il passo. È d’uopo consolidare le imprese esistenti, eliminare quelle deboli senza pietà e con coraggio; astenersi da iniziative non bene considerate. È d’uopo proclamare scioperi solo dopo ponderata meditazione e probabilità notevoli di vittoria. Questo per i privati. Al Governo incombe l’obbligo di non illudersi troppo sull’aumento indefinito delle entrate e di moderare l’incremento irragionevole delle spese. Se non si fosse sicuri di parlare ai sordi, bisognerebbe inculcare anche al Governo il dovere di non mettere innanzi progetti insani, e di non gettare lo scoraggiamento, con espropriazioni inique e con tassazioni illegittime, come quelle sui sovraprezzi, nelle file degli industriali e dei commercianti. Se privati e Governo useranno prudenza, sarà ragionevole la fiducia in anni migliori dell’ultimo. Una sosta di un anno o due è un nulla se prepara la ripresa; ed a volersi ostinare a correre sempre si rischia di cadere. La ripresa avverrà rapida ove soccorra una buona campagna agricola. Gli uomini in parte sono impotenti a provocarla; ma fin dove possono collaborare alla natura, hanno fatto miracoli. Basti pensare che nel 1871 importavano 179.459 quintali di materie concimanti per lire 2.943.230 e nel 1910 ne importarono 7.377.623 quintali per un valore di L. 56.737.623 e che l’importazione di macchine agrarie da un valore di 960.930 lire nel 1888 salì a un valore di lire 21.588.520 nel 1910. Così bisogna fare, senza perdersi in vane recriminazioni e senza invocare aiuti perniciosi. Il ritmo del progresso può temporaneamente rallentarsi, per fatalità di eventi; ma, ove non cospirino errori pertinaci di uomini, non può interrompersi, in una nazione giovane e rigogliosa come la nostra.

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