Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Il monopolio del caffè e la creazione in Italia di grandi mercati internazionali

«Corriere della Sera», 7 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 100-104

 

 

 

Si annuncia prossima la abolizione del monopolio del caffè e dei suoi surrogati. Bisogna lodare il governo che si è deciso ad un provvedimento utile alla finanza ed urgente nell’interesse dell’economia nazionale.

 

 

Che l’abolizione del monopolio sia utile alla finanza parmi possa concludersi abbastanza fondatamente dallo studio dei dati finora resi pubblici in questa materia. Un egregio funzionario delle finanze, il dott. Magni, scrisse, è vero, nel solo documento stampato che io conosco in argomento, che l’utile commerciale del monopolio del caffè per l’esercizio 1919-20, è stato di 200 milioni di lire; e se si pensa al valore degli uomini preposti a questo servizio – il Villa, direttore generale, è uomo grandemente capace e prontissimo nel vedere le cose e nel deliberare – difficilmente poteva ottenersi un lucro maggiore dallo stato. Ma quel lucro, sostengono i commercianti in caffè, è invece una perdita. Lo stato avrebbe guadagnato di più, e precisamente 211 milioni di lire, se si fosse contentato di applicare sul caffè all’entrata nel regno, a titolo di diritti fiscali, le stesse percentuali di carico che il monopolio denunciò di avere applicato a titolo di diritti di monopolio. Ed avrebbe risparmiato gli interessi al 6% su almeno 300 milioni di lire di capitale circolante anticipato dal tesoro, e parecchie spese di gestione, di cali, e di rischi vari. Che i rischi ci siano e rilevantissimi, nel monopolio del caffè, risulterebbe da un calcolo molto semplice che i commercianti fanno. Oggi, il monopolio cede al consorzio di distribuzione il caffè a lire 1.660 al quintale, cosicché il consorzio lo possa mettere in vendita a 18 lire il chilogrammo. Siccome il monopolio dichiara che il caffè stesso gli costa lire 816,50 al quintale – ed il commercio osserva che nelle 816,50 non sono compresi interessi, cali ed altre spese che porterebbero il costo ad almeno lire 900 – così è evidente che il monopolio al massimo lucra solo la differenza fra 1660 e 816,50 lire ossia 843,50 lire per quintale. Probabilmente il lucro, per la ragione ora detta, è minore di 800 lire. Ma tale lucro in realtà è una vera perdita, perché, se non ci fosse il monopolio, i commercianti importatori dovrebbero pagare 520 lire di dazio doganale e 410 lire di cosidetto diritto di monopolio, che in realtà è un vero dazio di consumo. Dunque il monopolio fa incassare 800 lire, laddove, in regime libero, lo stato incasserebbe 930 lire.

 

 

Egli è che funzionari di stato, anche valentissimi, come sono quelli preposti al servizio, non possono, per la natura stessa delle loro funzioni, comprare e vendere con quella elasticità e libertà e tecnicismo che sono proprie di una organizzazione libera, venuta su attraverso la esperienza, i successi ed i fallimenti di più generazioni di commercianti. Il governo oggi perde, perché ha il caffè in inventario ad un costo, fra 800 e 900 lire al quintale; mentre il caffè vale sui mercati internazionali meno di 600 lire e forse tende a 500 lire posto c.i.f. Genova. Senza il monopolio, il rischio dei ribassi si sarebbe ripartito su un grandissimo numero di commercianti, speculatori, banchieri, consumatori sparsi in tutti i paesi del mondo; mentre col monopolio, i consumatori italiani dovranno pagare 18 lire al chilogramma, per un caffè che molti competenti e buongustai dicono pessimo, perché racimolato nei fondi di magazzino di Santos, sino a che non sia smaltita tutta l’attuale rimanenza, comprata ad alto prezzo, di caffè dello stato, che dicesi uguale, nientemeno, al consumo di un anno.

 

 

L’abolizione del monopolio assicurerà dunque al tesoro un’entrata sicura e più cospicua, senza noie di acquisti, di commissioni di collaudo, di cali, di furti, di rialzi e di ribassi di prezzi.

 

 

Ma sull’animo dei ministri del tesoro e delle finanze deve aver pesato molto, insieme col desiderio di avvantaggiare l’erario dello stato, anche la giusta preoccupazione di non fare cosa dannosa a Trieste. Noi abbiamo riconquistato questo glorioso emporio mondiale alla patria; ma appunto perciò abbiamo l’obbligo di non distruggere le fonti della sua vita commerciale. Trieste grandeggiò in passato perché coll’abilità, intraprendenza, iniziativa, tenace tecnicismo di successive generazioni di negozianti era riuscita a conquistare un posto segnalatissimo nel commercio con l’entroterra ex austriaco ed insieme con l’Italia, coi paesi balcanici, con il Levante, col Mar nero e con l’Egitto. Nelle assicurazioni marittime e sulla vita, nel commercio dello zucchero, nella navigazione, Trieste aveva un gran posto. I triestini vivevano, arricchivano se stessi ed arricchivano i paesi vicini perché avevano saputo divenire espertissimi in questi rami di intermediazione. Ma sovra ogni altra cosa, essi avevano conquistato uno dei primissimi posti del mondo nel commercio del caffè. Su 18 milioni di sacchi di merce effettiva passata in media ogni anno al consumo mondiale, Trieste era riuscita ad attirarne a sé 1.250.000. Forniva 200.000 sacchi sui 500.000 consumati in Italia, provvedeva a tutta l’Austria-Ungheria (oggi Amburgo arriva a Gratz ed a Lubiana), batteva tutti gli altri porti nel Levante. Col monopolio, tutto questo meraviglioso lavoro, il quale faceva vivere a Trieste 20.000 famiglie, era minacciato di morte. Monopolio delle assicurazioni sulla vita, monopolio del caffè, vincoli per lo zucchero – altra merce internazionale per il porto di Trieste -: ecco certamente tra maniere non simpatiche di iniziare la fusione di Trieste con l’organismo economico dell’Italia!

 

 

Né il primato che Trieste aveva saputo conquistare nel commercio del caffè potrebbe essere conservato nell’ambiente soffocante del monopolio di stato. Non si conservano e non si conquistano sbocchi esteri da chi vive in un mercato nazionale soggetto agli ordini di funzionari governativi. Per conquistare mercati esteri in concorrenza con Amburgo, con Marsiglia, con l’Havre bisogna:

 

 

  • possedere un mercato interno su cui essere liberi di vendere. Non si vende all’estero senza un larghissimo assortimento di qualità; e l’assortimento non si può fare se il mercato interno non è libero di assorbire certe qualità che si devono comprare nel Brasile, ma non si possono vendere dappertutto ed invece si vendono in Italia. Comprare caffè già assortito al Brasile vuol dire pagarlo caro; mentre il commercio triestino e genovese usava comprare caffè originali in masse, salvo assortirli nei punti franchi;

 

  • avere l’assoluta certezza di potere introdurre e far uscire, senza vincoli e senza licenze, il caffè nei e dai punti franchi, dove il caffè viene smistato, assortito, manipolato in guisa da renderlo adatto al consumo. Nessuna merce, e neppure il caffè, entra in un mercato, da cui non è assolutamente certa di uscire a sua volontà. L’avere dimenticato questa elementare verità con un malaugurato decreto del gennaio 1920, il quale impose, temporaneamente, è vero, straordinariamente, è anche vero, l’obbligo della licenza per la riesportazione dei caffè esistenti nei depositi franchi italiani, fece sì che di fatto l’importazione allo scopo di riesportazione fosse perduta per l’Italia a favore di Amburgo, di Marsiglia e dell’Havre. Nessun governo potrà mai comprendere quanto sia difficile creare un mercato e quale complicato e miracoloso meccanismo esso sia. Prima della guerra, caffè e carbone erano due merci che in Italia si avevano a prezzi che rasentavano al centesimo i costi e non di rado erano inferiori ai prezzi d’origine. Perché? Unicamente perché per quelle merci si era formato, per abilità di commercianti italiani e stranieri, un mercato internazionale a Genova; un luogo cioè dove c’era sempre merce pronta, dove si facevano contrattazioni quotidiane, ove si vendeva merce da e per tutte le piazze del mondo e dove nessun monopolio era perciò possibile. Genova si avviava ad avere una vera borsa del caffè e del carbone; Trieste, ora unita all’Italia, aveva già una borsa del caffè e dello zucchero. L’esistenza di questo istituto, che i politici affettano di considerare come un covo di briganti, era la vera salvaguardia dei consumatori. Perché borsa vuol dire semplicemente luogo dove si incontrano tutti coloro che devono comprare e vendere, dove si è sempre sicuri di vedersi offerta la merce da tante persone diverse, ognuna delle quali ha interessi contradditori all’altra, dove ogni tentativo di accaparramento si spunta contro l’immancabile arrivo di merce esistente o futura, pronta a vendersi;

 

  • e su questi mercati bisogna avere la assoluta libertà di vendere a pronti od a consegna futura anche la merce che non si ha. Trieste era divenuta un grande mercato del caffè, perché possedeva un mercato a termine del caffè; dove cioè chiunque, vedendo sul luogo i prezzi salire, poteva vendere a un mese, a due mesi, a tre mesi caffè esistente per ora solo nella sua immaginazione, ma che egli, per le sue relazioni, all’occorrenza poteva far venire dal di fuori dove sapeva di comprarlo a più buon mercato; dove chiunque avesse comprato caffè all’origine, ad es. Brasile, poteva venderlo innanzi che fosse arrivato di fatto, assicurandosi così un guadagno che forse sarebbe andato perduto se avesse dovuto aspettare a vendere quando il caffè fosse giunto in porto. Perciò tutti compravano e vendevano a Trieste, sicuri di poter comprare e vendere a qualunque scadenza; e perciò Trieste era divenuta una delle grandi piazze del mondo dove si era sempre sicuri di trovare qualsiasi qualità, qualsiasi assortimento e qualsiasi partita di merce. Ciò si chiama speculare; e siccome è quasi impossibile far entrare nella testa dei governi che gli speculatori, ossia coloro che vendono ciò che forse non hanno e comprano ciò che non intendono forse ritirare, sono altrettanto e più veri negozianti di coloro che comprano e vendono per contanti, così accade che sui mercati privati, dove si specula, i prezzi alla lunga sono bassi, mentre i monopoli di stato, dove non si specula, devono vendere a prezzi alti.

 

 

Monopolio e prezzi bassi di mercato sono due cose incompatibili tra di loro. Per avere un mercato internazionale, per creare anche noi, a Genova ed a Trieste e speriamo anche altrove, grandi mercati internazionali di importazione e di riesportazione, grandi mercati che siano il punto d’appoggio della espansione meravigliosa di cui l’industria italiana è capace, bisogna lasciare su quei mercati piena assoluta libertà alle merci di entrare e di uscire, ed agli uomini, italiani e stranieri, di negoziare e di speculare a loro libito, senza nessuna licenza, senza nessuna sorveglianza governativa, salvo quella di polizia per impedire i reati comuni. L’impero della lira sterlina nel mondo, che dopo la guerra rapidamente si riafferma, si creò così. E solo così, ossia con l’assoluta libertà, possiamo sperare di accaparrar per noi, a poco a poco, una parte di quell’impero.

 

 

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