Il nuovo difensore di Bresci (L’Avv. Merlino)

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 29/08/1900

Il nuovo difensore di Bresci (L’Avv. Merlino)

«La Stampa», 29 e 31[1] agosto 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 219-227

 

 

I

 

Chi è dunque quest’avvocato Merlino al quale il regicida ha voluto affidare la sua difesa, dopo aver fatto invano appello all’on. Turati?

 

 

Raccontano i giornali che l’avv. Merlino, appartenente a ricca distinta famiglia napoletana e fratello di un procuratore del re, fu anarchico nella sua gioventù ed ebbe parte attiva in una pazzesca spedizione rivoluzionaria nelle montagne beneventane, capitanata da quel milionario Cafiero, il quale finì povero e matto. Prese in seguito parte attiva, insieme con Malatesta e con altri, alla propaganda anarchica italiana ed internazionale; ramingò profugo in varie regioni straniere; scrisse e pubblicò, colla data di Napoli – Londra nel 1887, un curioso libro intitolato: Socialismo o monopolismo che levò rumore nel campo rivoluzionario.

 

 

A poco a poco le sue idee divennero più miti; ed a misura che le tendenze dell’avv. Merlino diventavano pacifiche, cresceva il suo dissenso cogli anarchici militanti, dissenso che scoppiò in vivaci polemiche e si conchiuse con la pubblicazione di due libri: Pro e contro il socialismo e L’utopia collettivista e della Rivista critica del socialismo, nella quale l’antico anarchico propugnava un socialismo evoluzionista all’acqua di rose.

 

 

Questo dicono i resoconti biografici dei giornali quotidiani. Ma qui non è tutto. La cronaca degli avvenimenti di sua vita non basta a rappresentarci al vivo la figura di un uomo il quale è davvero uno dei più curiosi seguaci di quella complessa e spesso discordante somma di idee designata consuetamente, così all’ingrosso, col nome di «socialismo».

 

 

L’avv. Merlino appartiene alla categoria (frequente nei nostri tempi di fretta e di impazienza) dei rivoluzionari ondeggianti tra la vita d’azione e lo studio auto-didattico, nei quali l’ardore giovanile di combattere nelle mischie sociali è temperato talvolta dalle attrattive dello studio scientifico e dai dubbi continui che la meditazione e l’intuito della vita pratica fanno sorgere nell’animo degli uomini maggiormente propensi alle rivoluzioni ed alle lotte.

 

 

Se il caso li avesse posti per tempo sotto la guida amorosa di un pensatore o di uno scienziato accademico, costoro sarebbero forse diventati professori universitari di economia politica. Abbandonati a se stessi nella età in che è più viva la sete del sapere e l’inesperienza dei mezzi di raggiungere la conoscenza della verità, mossi dallo spettacolo di miseria contemplato ogni giorno nel mondo esterno, eccitati dalla lettura dei vangeli affascinanti dell’anarchia e del socialismo, costoro divengono anarchici, si iscrivono al partito d’azione, compiono dei giri di propaganda e divengono i duci ascoltati e pellegrinanti delle masse operaie. Così fece l’avv. Merlino nella prima metà della sua vita pubblica, quando in Italia ed all’estero conquistava la fama di ispiratore ascoltato del movimento comunista-anarchico contemporaneo.

 

 

Ma gli uomini del tipo ora descritto non appartengono alla schiera di coloro i quali si tengono fermi all’unica idea che li ha conquisi in gioventù e continuano per tutta la vita a propugnarla, non curandosi, ed anzi disprezzando ed ignorando le dottrine avversarie. Le loro tendenze intellettuali li spingono invece a studiare le teoriche degli avversari per poterle combattere con maggiore coscienza. Per molti e per un po’ di tempo tale è invero l’effetto della cultura economica, politica e sociale di che si imbevono i capi rivoluzionari. Essa serve come arma di combattimento e di critica per esaltare le proprie e distruggere le altrui dottrine.

 

 

Non di rado però accade che lo studioso rivoluzionario finisce per convertirsi alle dottrine degli avversari, prima criticate e combattute. Allora si hanno le apostasie, le polemiche cogli antichi compagni di lotta, le pubblicazioni intese a dimostrare la verità del nuovo punto di vista abbracciato dall’apostata.

 

 

Difficilmente però l’uomo riesce a spogliarsi completamente della sua natura antica; ond’è che essi rimangono perpetuamente ondeggianti tra le idee vecchie e le idee nuove, rinnegati dagli uni come apostati, e riluttanti, nel tempo stesso, ad ascriversi nelle file degli altri. Essi allora si proclamano indipendenti, divengono banditori di una nuova dottrina, la quale va ad accrescere il novero, oramai infinito, delle teoriche utopistiche e socialistiche.

 

 

Così accadde all’avv. Merlino. Anarchico in un’età troppo giovane per poter avere una soda e profonda cultura, propagandista convinto di idee troppo velocemente apprese e credute vere, in mezzo ad una vita rumorosa ed agitata d’azione, non perse mai l’abitudine del leggere e dello studiare. Fu questa abitudine, ignota ai più dei rivoluzionari, di leggere, un po’ alla rinfusa, libri di anarchici, di socialisti, di economisti ortodossi, di economisti della scuola pura austriaca, fu questa abitudine, congiunta con una buona dose d’ingegno e di capacità di osservazione individuale, che ha condotto l’uomo il quale ancora nel 1890 scriveva: «uccidere un tiranno o tradirlo è vera gloria…; il furto si deve ammettere come necessità di lotta”, ad essere un curioso impasto in cui si fondono tutte le idee nel tentativo di creare una nuova scuola evoluzionista e pacifica. Egli si proclama socialista, ed è convinto “che, alla povera navicella nella quale noi navighiamo, solo nel porto del socialismo vi sia scampo dalla tempesta che la travaglia»; e, nel tempo stesso, trova che «i socialisti di tutte le scuole si sono troppo compiaciuti finora di principii astratti, aprioristici, assoluti e di formole vaghe ed ambigue».

 

 

Egli condanna il collettivismo perché è «un sistema troppo semplice e simmetrico», il quale urta contro difficoltà insormontabili; ma soggiunge subito che, «se il collettivismo è utopistico, il comunismo anarchico non è né pratico né positivo. Esso si fonda sul concetto individualistico, dell’individuo perfetto e per sé stante e pienamente libero». Il che è utopico, perché «si suppone che la società si possa reggere per un miracolo perpetuo, cioè per virtù del consenso e dell’accordo dei suoi membri», mentre invece «la società si regge su di un sostrato storico di ricchezze accumulate, di beni disposti a dati fini, e di organizzazioni e istituzioni permanenti, di tradizioni, costumi, idee ed interessi costituiti».

 

 

Fra le due utopie, l’utopia collettivista «del piano unico tracciato da un ufficio di statistica o da un consiglio accademico», e l’utopia anarchica «dell’assenza di ogni piano, dell’incontro fortuito di tutte le volontà e di tutti gli interessi», sta il socialismo vero, quello dell’avv. Merlino, ultima edizione (L’utopia collettivistica, p. 128).

 

 

Il socialismo deve essere concepito, secondo il «timido», abbozzo del Merlino, come «un aggiustamento delle relazioni sociali, nel fine di dare a tutti gli individui capaci di lavorare l’uso degli istrumenti di lavoro e di provvedere alla sorte degli incapaci, senza, del resto, inceppare l’iniziativa dei singoli, senza menomare la loro libertà di lavoro, di consumo, di cambio, di domicilio, di associazione, ecc.». La collettività nuova immaginata dal Merlino «rivendicherebbe la proprietà permanente dei grandi mezzi di produzione, terra, fabbriche, ferrovie, ecc., ma non eserciterebbe, tranne qualche eccezione, direttamente le industrie e gli scambi. Essa concederebbe l’uso di quelle cose agli individui ed alle associazioni, esigendo una rendita che avrebbe il doppio ufficio di eguagliare le condizioni dei lavoratori e di dar modo alla collettività di provvedere ai servigi pubblici».

 

 

Questo è il sistema a cui è giunto ora, attraverso a lunghe peregrinazioni intellettuali, l’anarchico che proclamava un giorno essere talvolta il furto una necessità ed essere vera gloria uccidere o tradire il tiranno; ed è al propugnatore di questo nebuloso ed incerto sistema, il quale non si può chiamare davvero né anarchico né socialista, che si è rivolto il regicida Bresci, desideroso di difesa nel processo di oggi.

 

 

Ma è proprio al mite socialisteggiante di adesso che si è rivolto il Bresci, o non piuttosto al bollente propagandista anarchico di un giorno, o non, fors’anco, al rappresentante in genere di quelle dottrine sociali in nome delle quali egli ha creduto di dover commettere il reato di regicidio?

 

 

II

 

Colla condanna rapida del regicida Bresci si è chiusa la tragedia che per un mese ha tenuto agitata e commossa l’Italia. Giustizia è stata fatta, ed il regicida, dopo una breve comparsa dinanzi al grande pubblico, è stato sepolto nell’oscurità, dalla quale non avrebbe mai dovuto uscire.

 

 

Il processo ha dimostrato quali passioni e quali proponimenti si agitino in mezzo ad una piccola parte del nostro popolo, pur laborioso ed entusiasta per le cose belle e grandi. Leggendo il resoconto della seduta delle assise di Milano non è tanto la figura, fredda ed impassibile, dell’assassino che ci balza viva dinanzi agli occhi, quanto l’idea che altri italiani ancora, come il Bresci, vivono in Italia ed all’estero i quali vorrebbero violentemente scuotere l’ordine costituito, e sperano attuare i loro ideali per mezzo dei reati anarchici e delle rivolte sanguinose.

 

 

Che cosa fare perché questa dolorosa impressione a poco a poco si dilegui, perché la nazione possa riposare fiduciosa nella certezza che più non esistono quei germi di malcontento nei quali, a ragione od a torto, gli anarchici d’azione trovano la ragion d’essere dei misfatti compiuti?

 

 

Noi dobbiamo rapidamente condurre a termine un’opera feconda di rigenerazione politica e sociale. Ogni giorno che passa nell’ignavia antica, rappresenta altrettanto tempo perduto nella lotta contro l’anarchia e la rivoluzione, altrettanti semi che produrranno acerbi frutti negli anni venturi. Bisogna togliere – e presto e radicalmente – i germi di malcontento già esistenti ed impedire che la nostra terra feconda nel bene e nel male ne accolga dei nuovi.

 

 

Alla politica di reazione ad oltranza, che alcuni invocano, inconsapevoli o dimentichi delle leggi della storia, bisogna opporre una politica di rigenerazione.

 

 

È necessario rimutare profondamente i principii direttivi del nostro sistema tributario, il quale ci fa sembrare dinanzi agli stranieri uno degli ultimi popoli della terra. È urgente togliere il triste ammaestramento di odio contro gli ordini costituiti che zampilla fuori dal confronto fra il costo del pane, del sale, del petrolio, dello zucchero, del caffè, dei vestiti, degli arnesi rurali, ecc. ecc., in Italia ed all’estero. Oramai non sono più soltanto pochi studiosi che sappiano confrontare le condizioni sociali d’Italia con quelle più felici dei paesi esteri. I giornali popolari hanno diffuso in tutti gli strati della popolazione la conoscenza dei fatti, e dove non giungono i giornali, aprono la mente la dura necessità di guadagnarsi un vitto caro e l’esperienza personale delle medesime classi lavoratrici. Sono centinaia di migliaia gli italiani che ogni anno si spandono in Francia, in Svizzera, in Germania, in America e si accorgono con stupore che fuori, mentre i salari sono alti, il pane costa 20 – 30 centesimi, invece di 40-50 al chilogramma, il petrolio 25 centesimi invece di 75 al litro, lo zucchero 50-90 centesimi invece di 1,60, e così via dicendo per i vestiti e per tutti gli altri oggetti indispensabili all’esistenza. I raffronti si presentano spontanei dinanzi alla mente dei più ignoranti, e, coi raffronti, la rivolta contro un ordine di cose che impersona per essi i mali di cui soffrono. Quando ritornano in patria, codeste centinaia di migliaia di emigranti costituiscono altrettanti centri irradiatori di critica, di sprezzo e di animosità contro il governo e gli alti poteri dello stato.

 

 

Le classi dirigenti debbono persuadersi che è oramai tempo di mutare strada; e che coll’abolizione o la riduzione dei dazi sul grano, sul petrolio, ecc., non solo si farà un buon affare per le finanze pubbliche, ma si farà opera di giustizia e di pacificazione sociale.

 

 

E di giustizia sovratutto ha sete il popolo italiano. La giustizia deve consistere non solo nel reprimere i reati contro le persone e la proprietà, ma nel difendere i deboli ed i diseredati contro coloro che sono più potenti di loro. Purtroppo in molte regioni d’Italia le autorità politiche hanno fama di prestarsi troppo volonterosamente a servire di arma in mano ai partiti locali, fra cui dominano i grossi censiti; e non è ancora spenta l’eco delle proteste vivissime e giustificate contro l’impiego dei soldati in un conflitto fra capitale e lavoro, che, secondo le leggi patrie, avrebbe dovuto svolgersi liberamente fra le parti contendenti, senza che il governo intervenisse in principio per far traboccare la bilancia a favore di quella parte che, per natura delle cose, era la più forte.

 

 

Tutti questi lieviti di odio sociale devono essere tolti se si vuole efficacemente lottare contro coloro che della lotta di classe vorrebbero fare un principio d’azione normale. Un paese abbandonato a sfrenate lotte di classe è destinato certamente a rovina; ma è d’uopo che la giustizia, imparziale ed indipendente, sappia impedire i soprusi dei potenti contro i deboli, se si vuol togliere qualsiasi pretesto a coloro che vorrebbero

sollevare i poveri contro i ricchi.

 

 

La giustizia rispettata ed affermata di fronte a tutti, anche di fronte a coloro che, in virtù del suffragio popolare, si credono investiti di una potenza superiore a quella medesima del capo dello stato e della loro potenza abusano in ogni ramo della pubblica amministrazione, ammorbandola e pervertendola; la ricchezza promossa e diffusa con una politica economica e tributaria veramente liberale e non spegnitrice di ogni utile iniziativa e di ogni possibilità di comodo vivere: ecco gli unici mezzi efficaci per far sì che l’educazione popolare non sia una illusione e che le poche nozioni mal digerite apprese nelle scuole elementari servano ad elevare l’anima umana e non a fornirle degli strumenti per apprendere idee perverse e malsane.

 

 

Quando una siffatta mutazione nell’azione dei ceti dirigenti si sarà compiuta, sarà più difficile che ogni tanto dall’estero ci giunga lo schiaffo degli insulti contro i nostri connazionali poveri, sucidi, ignoranti e maneggiatori di coltello; sarà più raro il caso che i grandi delitti siano compiuti da nostri figli, i quali, uscendo dall’Italia, hanno portato con sé un fardello di odii, di istruzione peggiore dell’ignoranza, e non sono stati capaci di utilizzare altrimenti le energie mirabili della nostra razza se non col meditare piani infernali di regicidi e di rivolte.

 

 

Ben sappiamo che la teoria dell’ambiente non spiega tutto, e siamo ben lungi dal consentire con uno dei difensori del Bresci nell’affermare che le condizioni politiche e sociali d’Italia spieghino il regicidio. Ben sappiamo come nell’animo di un operaio pagato bene, vivente in un ambiente ricco e godente della più sconfinata libertà, più che le considerazioni sentimentali dei supposti malanni altrui, abbiano potuto le predicazioni forsennate di sovvertitori, le speranze nella rivoluzione ognora attesa e l’ambizione di conquistare l’immortalità al proprio nome.

 

 

Tutto questo sappiamo. Ma ciò non toglie che il governo e le classi dirigenti non abbiano il dovere di fare rapidamente scomparire quelle reali cause di malcontento e di malessere, le quali appaiono agli occhi dei meno veggenti e servono di pretesto abilmente sfruttato nelle mani dei sovvertitori della società attuale.

 

 

Ed un altro pretesto occorre togliere.

 

 

Nessuno può aver dimenticato in qual modo una parte della stampa extralegale abbia accolto le proteste sincere di indignazione della stampa liberale contro il regicidio. «Nel caso Bresci – ci dissero – voi non avete trovato termini abbastanza vivi per bollare l’infamia del delitto; ma in ciò voi siete inconseguenti, perché voi stessi sui giornali, in parlamento e coi fatti, avete approvato gli attentati di Felice Orsini, di Agesilao Milano, le bombe contro i Borboni, e, per risalire più alto, il pugnale di Bruto. Oggi voi subite le conseguenze delle vostre predicazioni; e le armi da voi e dai vostri padri foggiate, si rivolgono contro i vostri capi».

 

 

Questo, con gioia mal celata, dicono i fogli sovversivi.

 

 

Ebbene, noi abbiamo il dovere di abbandonare le distinzioni sottili e curialesche, e di riprovare energicamente non solo i regicidi moderni commessi contro i re, che noi amavamo e che erano l’orgoglio del nostro paese, ma anche gli attentati commessi nell’era del risorgimento nazionale contro sovrani su di cui il giudizio della storia è stato severo.

 

 

Non solo, ma dobbiamo disapprovare sinceramente che si continui a glorificare nelle scuole, e da uomini pubblici, questi atti che la morale condanna e che ritardarono e non affrettarono il compimento dei nostri voti patriottici. Anche qui si deve compiere un mutamento profondo e salutare nei nostri sistemi educativi. Questi sono ancora troppo intenti a glorificare gli uomini e gli atti della gloriosa epoca rivoluzionaria e ad additarli alle giovani generazioni come esempi degni di ammirazione e di premio. Si perpetua così nelle masse l’idea che i mali politici e sociali possano essere curati con le armi medesime di che si giovarono i nostri padri per cacciare lo straniero: col pugnale, colle cospirazioni, coi complotti, colle rivolte subitanee a mano armata.

 

 

È tempo che tutto ciò non finisca e che si ponga termine ad una propaganda ufficiale pericolosa e deleteria.

 

 

Gli uomini e le virtù che convengono alle epoche di consolidazione e di svolgimento normale delle funzioni pubbliche. I capi più insigni della rivoluzione francese fecero pessima prova nel creare l’organismo della Francia moderna; fu mestieri che un uomo sorgesse a tale intento, il quale aveva guardato con occhio critico gli scamiciati giacobini e gli assassini dei palazzi reali.

 

 

Così noi, se vogliamo essere non degeneri nepoti dei nostri avi, dobbiamo non solo condannare apertamente e senza reticente gli attentati ed i regicidi che funestarono le età trascorse, ma dobbiamo cercare di sostituire nuove virtù alle virtù antiche: la tenacia nel compiere gradualmente riforme pacificatrici all’ardore nel combattere lo straniero; la tranquilla pazienza dei forti, consci di compiere una grande opera di ricostruzione al fervore di congiurare e di complottare; lo studio minuto dei mali sociali e dei loro rimedi allo spirito di rivolta che animò l’epopea nazionale e che ora lascerebbe soltanto tracce di sangue e di regresso.

 

 

Espiamo dunque la morte del re buono e leale, purificando l’anima nostra e rendendola capace a compiere il bene in quella forma che i tempi mutati richiedono!

 

 



[1] Con il titolo Dopo la condanna [ndr]

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