Il pericolo di una illusione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Tribuna

Data di pubblicazione: 05/02/1903

Il pericolo di una illusione

«La Tribuna», 5 febbraio 1903

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 530-533

 

 

Torino, 26 gennaio.

 

 

On. Senatore,

 

 

Leggo in un recente numero della «Tribuna» un articolo sul credito ipotecario, nel quale si contengono parecchie considerazioni veramente assennate e pregevoli sulla necessità di dare credito alla agricoltura meridionale e sulle difficoltà che contrastano i prestiti a quel saggio di interesse tenue che è richiesto dalle condizioni delle produttività delle terre nel mezzogiorno. L’autore dell’articolo conclude affermando la necessità di autorizzare all’esercizio del credito fondiario le casse di risparmio ordinarie, per il loro patrimonio e per un terzo almeno dei depositi; le società di assicurazione sulla vita e le altre istituzioni di previdenza, per le loro riserve matematiche ed i loro capitali di garanzia. Premetto subito che la proposta, in quanto non vincola ma solo autorizza le casse di risparmio ad esercitare il credito fondiario, è una proposta commendevole. Essa è un passo innanzi nella via della libertà degli impieghi, che accortamente utilizzata dalle casse di risparmio, può condurre a commendevoli risultati, di cui si sono già veduti i primi saggi in alcune casse di risparmio dell’alta Italia.

 

 

L’autorizzazione così data alle casse di risparmio fa forse crescere la somma di capitale disponibile in Italia e toglie forse l’inconveniente a cui l’autore accenna quando dice che in Italia «si è fatto di tutto per sottrarre il capitale alla attività produttrice»? Od io mi inganno grossolanamente, o qui sotto vi è un rimasuglio di un’idea molto strana ma molto diffusa nel nostro paese: che, cioè, i capitali depositati nelle casse di risparmio postali ed ordinarie, negli altri istituti ed impiegati in titoli di rendita od in mutui a comuni, siano capitali immobilizzati. Le casse postali hanno 700 milioni di lire di depositi; le casse di risparmio ordinarie 1.700. Molti reputano che tutti quei milioni sieno perduti per l’attività produttiva; e che basti autorizzare le casse a distoglierne una parte, per esempio, 500 milioni, dagli impieghi in titoli di stato, per vedere spargersi quei 500 milioni, come manna vivificatrice, sui campi assetati di capitali. Tutto ciò fa l’effetto di una singolare illusione. Supponiamo infatti che le casse postali ed ordinarie siano autorizzate a vendere e vendano 500 milioni di lire di titoli di rendita ed impieghino il ricavato in mutui all’agricoltura al 3,50%, come vogliono i propugnatori del credito agricolo. Certo tutti quei milioni faranno del gran bene all’agricoltura, non è possibile negarlo; ed è quel bene che si vede, come diceva la buon’anima di Federico Bastiat.

 

 

Ma da dove sono usciti fuori i 500 milioni di lire? Evidentemente le casse li hanno ricevuti in cambio dei titoli di rendita che hanno venduti. Dunque vi erano dei privati o delle altre banche che avevano 500 milioni di lire in contanti e ora non li hanno più; ed è molto probabile che quando li avevano, prima di comprar rendita, non li tenessero chiusi negli scrigni senza cavarne alcun frutto. Adesso non si usa più tesoreggiare come facevano i vecchi avari. Dunque i 500 milioni erano impiegati altrove, in sconto di cambiali, in mutui ipotecari, ecc.; ed ora che i capitalisti, avendo trovato la convenienza di comprar la rendita buttata sul mercato dalle casse di risparmio, hanno distolto quelle somme dagli antichi impieghi, questi ne devono soffrire.

 

 

È quel che non si vede di Bastiat. È probabile anche che le sofferenze dei commercianti, dei proprietari a cui si ridussero gli sconti sieno così vive da indurli ad offrire alle casse di risparmio un raggio di interesse così alto da essere i preferiti fra coloro che concorreranno ai mutui possibili coi 500 milioni, di cui le casse hanno acquistata la disponibilità. Dopo un certo periodo di assestamento le cose ritorneranno dunque come prima.

 

 

Il ragionamento che ho esposto è così semplice, da riuscir quasi impossibile comprendere come si sia potuta radicare l’illusione che nelle casse di risparmio vi sia un fondo disponibile per il credito agrario, un tesoro inutilizzato, che basti scovare per fecondare con esso tutta la terra italiana. L’illusione è pericolosa perché radica il concetto che si possa fare con qualche disposizione legislativa il miracolo di indirizzare alle terre i risparmi che spontaneamente non ci vogliono andare. Perché il credito si rivolga alla terra, il mezzo più efficace è ancora un mezzo noto per esperienza antica e che l’onorevole De Viti De Marco ha avuto recentemente il merito di mettere con forza in luce nel suo discorso di Lecce; far in modo che la produttività netta della terra cresca, sì che diventi più remunerativo impiegare i risparmi nelle terre che nelle altre industrie. Quando questa condizione esiste, i capitali non corrono soltanto, ma volano verso le terre, senza bisogno di aiuto del governo; e quando quella condizione non esiste, non c’è forza alcuna che possa costringere i risparmiatori a fare cosa che sarebbe uno sproposito economico ed una distruzione di ricchezza. A crescere il reddito netto della terra in confronto al reddito delle industrie, occorre aumentare la possibilità di sbocchi ai prodotti della terra, diminuire i costi dei trasporti, ridurre la protezione degli strumenti, delle macchine, dei concimi chimici, ecc. ecc., che gli agricoltori consumano. Quando ciò sia fatto, si può star sicuri che le istituzioni di credito agricolo saliranno in gran fiore. Prima, sarebbe voler galvanizzare un morto.

 

 

Non bisogna credere però che nemmeno allora i risparmi esistenti od in formazione possano d’un tratto soddisfare ai bisogni dell’agricoltura. Un economista noto per la sua singolare competenza nell’economia agricola, il prof. Ghino Valenti, ha calcolato in uno degli ultimi numeri del «Giornale degli economisti» che il fabbisogno di capitale – per compiere una trasformazione agricola assai più modesta di quella auspicata da molti desiderosi di vedere i così detti latifondi incolti mutati in terreni ubertosi e coltivati – sia di sette miliardi di lire. A duecento milioni all’anno, saranno necessari 40 anni circa prima che l’opera sia compiuta.

 

 

Non facciamoci per ciò illusioni e sovratutto non lasciamo sorgere speranze in una ipotetica capacità delle leggi a fare più di quello che ad esse è umanamente concesso. È per questo, onorevole senatore, che vi ha chiesto l’ospitalità cortese delle colonne della «Tribuna».

Il vostro

Luigi Einaudi

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