Il prelievo del 50% sulle esportazioni tedesche

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/03/1921

Il prelievo del 50% sulle esportazioni tedesche

«Corriere della Sera», 15 marzo 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 61-65

 

 

 

Il bill che si trova dinanzi alla camera dei comuni inglese per il cosidetto ricupero delle indennità tedesche è stato spiegato da un diffuso comunicato «Stefani», così che sembra possibile formarsene un’idea non sbagliata.

 

 

In sostanza, il progetto inglese cerca di attuare il concetto semplice, il quale necessariamente sta a base di ogni pagamento di indennità: queste non si pagano e non si possono pagare e non sarebbe conveniente farsele pagare in denaro, ma si pagano unicamente con merci e con servigi. Il sugo dell’indennità è che la Germania deve ogni anno e per un certo numero di anni regalare agli alleati una certa massa di merci o servigi del valore di due o tre o più miliardi di marchi oro all’anno. Questo è il punto importante. Il resto sono modalità di esecuzione. Modalità importantissime senza dubbio, ma semplici modalità esecutive. Ogni tanto agli statisti alleati sembra di aver fatta una grande scoperta, la quale permetterà il pagamento o la riscossione facile o meno difficile delle indennità. Non hanno scoperto niente, perché non c’è niente da scoprire. Trattasi di una nuova variante nelle modalità di esecuzione.

 

 

Vediamo l’ultima variante scoperta nel modo di farci pagare le indennità. Ogni paese alleato dovrebbe, all’atto dell’importazione di una partita di merci tedesche sul suo territorio, farsi pagare in contanti o con buoni a scadenza quando la vendita delle merci sia stata fatta a scadenza fino al 50% del valore della merce. L’importatore italiano di una merce tedesca del valore di 100.000 lire dovrebbe pagare il prezzo della merce importata metà al governo italiano e metà al venditore tedesco.

 

 

Se le cose finissero a questo punto, si tratterebbe di un vero dazio di importazione e si verificherebbe uno di questi due effetti: o i tedeschi non esporterebbero più nemmeno un chilogrammo di roba loro in Italia e negli altri paesi alleati – chi vuol vendere ad un compratore che paga solo la metà del prezzo pattuito? – ovvero i tedeschi venderebbero solo contro rimessa anticipata dell’intiero prezzo, ovvero aumenterebbero il prezzo in modo che la metà di esso fosse per essi sufficiente. Ho sott’occhio una lettera di una ditta esportatrice tedesca ad un suo cliente italiano, la quale dice precisamente così:

 

 

«In seguito alle attuali condizioni politiche e alle minacce dell’intesa a Londra di sequestrare il 50% del valore di ogni invio all’estero, ci troviamo costretti a pregarvi di pagare in anticipo. Se da parte dell’intesa noi dovessimo trovarci inoltre gravati da qualsiasi tassa d’esportazione, ci riserviamo il diritto di aggiungere tale tassa alla fattura».

 

 

Naturalmente, gli statisti dell’intesa hanno preveduto tali conseguenze inevitabili e al loro diritto di sequestro si sono ben guardati dal dare il carattere di un dazio di importazione. Il compratore italiano dovrebbe perciò dare al venditore tedesco, insieme con 50.000 lire in contanti, il certificato di versamento delle altre 50.000 lire al governo italiano. Il venditore tedesco, munito di questo documento o di una sua copia, avrebbe diritto di farsi rimborsare l’equivalente in marchi carta dal proprio governo tedesco.

 

 

Congegnato così, il sistema funziona senza perdita veruna né dell’importatore italiano né del venditore tedesco. L’importatore italiano paga nulla più delle 100.000 lire dovute, metà al governo italiano e metà al venditore tedesco. Quest’ultimo riceve tutte le 100.000 lire, metà dal compratore italiano e metà dal proprio governo nazionale. In sostanza, è il governo germanico, il quale, attraverso ad un giro più o meno lungo, paga 50.000 lire al governo italiano. Le paga nello stesso modo con cui fa fronte a tutte le altre sue spese, ossia stabilendo imposte sui suoi contribuenti.

 

 

In principio, il metodo non può esercitare alcuna influenza sulle correnti commerciali, con cui in fondo non ha nulla a che fare, salvoché per la tecnica del pagamento. Le esportazioni tedesche non vengono da questo sistema né danneggiate né avvantaggiate, essendo indifferente a venditori e a compratori essere pagati o pagare il prezzo direttamente ovvero al o dal proprio governo. Tuttavia, chi legga il riassunto «Stefani» non sa sottrarsi all’impressione che i compilatori del bill inglese non fossero del tutto persuasi dell’esatto funzionamento del meccanismo da essi inventato. Se non avessero avuto alcun dubbio, a che pro tanta insistenza nel dichiarare che il 50% è un massimo? perché consentire minorazioni di prelievo o addirittura esenzioni in certi casi speciali e principalmente per le merci necessarie all’economia inglese? e per quei casi in cui il pagamento fosse un serio ostacolo o un non giusto peso sia per gli importatori inglesi sia per gli esportatori tedeschi? Tutte queste precauzioni ed attenuazioni devono avere un qualche fondamento; e se si cerca di scoprire quale possa essere il perché di tanta prudenza, non lo si può trovare in altro che in un dubbio: rimborserà il governo tedesco ai venditori suoi connazionali il 50% del prezzo sequestrato dai governi alleati? Tutto il problema sta lì: o il governo tedesco rimborsa, ossia paga l’indennità ed i suoi industriali possono seguitare a vendere all’intesa; ovvero il governo tedesco non vorrà o non potrà rimborsare e cessano senz’altro le correnti di esportazione dalla Germania verso i paesi dell’intesa, o continuano solo ove i compratori nostri si accollino un prezzo doppio di quello normale. C’è la possibilità anche, nel caso di dubbio sul rimborso da parte del governo tedesco, che i produttori della Germania spingano le loro vendite nei paesi neutrali, da cui le merci penetreranno, camuffate sotto etichetta svizzera od olandese o alquanto trasformate, nei paesi alleati senza andar soggette alla taglia del 50%.

 

 

I dubbi non sono finiti. Non tutti i paesi alleati sembrano entusiasti del sistema escogitato a Londra, forse perché non sono persuasi della possibilità del suo pratico funzionamento. Ma a costringerli ad accettarlo c’è la sanzione pronta. Se infatti il provvedimento non sarà accettato da tutti gli alleati, il ricavo del sequestro del 50% non andrà in una cassa comune per essere ripartito a norma delle quote stabilite per il riparto dell’indennità nemica, ma ognuno si terrà quel che avrà incassato e i recalcitranti non prenderanno nulla. Quali le conseguenze? Nel 1913, ultimo anno di pace, su 10.000 milioni di marchi di esportazioni tedesche il 14,2% andava in Inghilterra, il 3,9% negli altri paesi dell’Impero britannico, il 7,8% in Francia, il 5,5% nel Belgio, il 3,9% in Italia, il 7,1% negli Stati uniti, l’8,7% nella Russia, l’1,4% nella Romania, il 10,9% nell’Austria Ungheria, l’1% in Turchia, lo 0,3% in Bulgaria ed il 35,3% negli altri paesi presi insieme. Impero britannico, Belgio, Italia e Francia, che sono i paesi a cui praticamente il sistema del 50% si potrà applicare, ricevevano dunque il 35,3% delle merci tedesche esportate all’estero, ossia circa 3 miliardi e mezzo di marchi oro all’anno. Se la cifra medesima si conservasse in avvenire, il 50% di essa fornirebbe 1 miliardo e 750 milioni di marchi oro. Ma di essi l’Impero britannico riscuoterebbe 900 milioni circa, la Francia 390, il Belgio 275 e l’Italia 195. Impero britannico e Belgio riscuoterebbero più della quota loro spettante sulle indennità, l’Italia suppergiù avrebbe la sua parte (195 milioni su 1 miliardo e 750 milioni, ossia più del 10% spettantele), mentre la Francia riceverebbe di gran lunga meno di quel 52% che le fu assegnato. La solidarietà è dunque necessaria per non avvantaggiare indebitamente Impero britannico e Belgio. Ma occorre davvero che tutti gli alleati aderiscano al patto perché la solidarietà funzioni? Tra gli alleati vi sono anche stati lontani, dell’America, dell’Asia, stati insignificanti, la cui astensione potrebbe fare molto comodo all’Impero britannico e al Belgio per mandare all’aria la solidarietà. Occorre dunque sia bene chiarito che la solidarietà entra in atto appena vi sia l’adesione delle maggiori potenze. La mancata adesione al sistema del 50% vuole poi ancora dire che ognuno abbia ad aggiustarsi da sé per il resto delle indennità? Tanto varrebbe dire che tutto il sistema non funziona e non è applicabile.

 

 

I punti di interrogazione sono dunque molti e gravi; ma, fra tutti, il principale rimane quello che il sistema del 50% non può funzionare efficacemente senza la collaborazione piena della Germania. Se questa non rimborsa i suoi produttori dell’ammontare sequestrato sul prezzo, o cessano le esportazioni o deviano verso i paesi ex neutrali o il prelievo viene caricato sui consumatori dei paesi alleati. Di qui si vede quanto sia utile un accordo con la Germania. Utile ai vinti, poiché le sanzioni, per quanto essi affettino di non temerle, riesciranno loro di grande fastidio. È un danno per noi non ricevere le merci tedesche; ma è un danno egualmente grave per i tedeschi non esportare. Né è piacevole vedere la Renania occupata. Utile ai vincitori, perché la sola indennità esigibile sul serio è quella che i tedeschi sono rassegnati a pagare. E poiché è giusto, è necessario che una indennità sia pagata, poiché non deve essere lecito produrre danni incommensurabili senza subirne, almeno in parte, il fio, per la salvezza d’Europa è necessario che i tedeschi osservino lealmente il trattato. Tutto sta a fissare l’ammontare dovuto. Oggi, per pagar poco, la Germania si camuffa da insolvente. Sono esagerazioni evidentissime. Giova ad essa, come giova a noi, liquidare la partita, fissare l’onere da sopportare e ricominciare una nuova vita. Se la liquidazione si fa subito, tale sarà il senso di tranquillità che si diffonderà in Europa, tale l’impulso a produrre di più per fronteggiare l’eredità del passato, che fra dieci anni tutti si meraviglieranno come il problema sia potuto sembrare così grave agli uomini d’oggi. Ma se l’Europa continua a trascinare questa palla di piombo ai piedi, l’opera di ricostruzione non potrà cominciare mai.

 

 

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