Il Presidente

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 10/12/1900

Il Presidente

«La Stampa», 10 dicembre 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 282-285

 

 

Il presidente degli Stati uniti d’America non è, come il suo collega di Francia, un bell’uomo rappresentativo scelto dalle due camere affinché non faccia nulla, o, meglio, si adatti a porre la firma in calce ai decreti ed alle leggi che gli vengono messi dinanzi dai capi dei gabinetti che senza tregua sono innalzati sugli scudi e buttati giù, secondo le combinazioni dell’alchimia parlamentare.

 

 

Egli ha un potere suo che gli deriva dal suffragio di milioni di concittadini, ed ha la forza che è necessaria per far uso del suo potere. Egli è qualcosa di mezzo fra un primo ministro ed un re. Non ha la dignità di re e la sua carica non dura quanto quella di un monarca ereditario. Mentre però nei paesi parlamentari la consuetudine ha voluto che il re regnasse per tutta la vita e non governasse mai, il presidente regge e governa da solo per tutti gli anni della sua vita presidenziale.

 

 

I bigotti del parlamentarismo che concepiscono soltanto un capo dello stato assorto in sfere superiori, dove non giunge l’eco delle umane passioni ed un primo ministro, il quale se ne va, inchinandosi, non appena la maggioranza dei 508 sovrani reali gli volti le spalle, dovrebbero spiegare il motivo per cui i fondatori gloriosi della democrazia americana, non ancora usciti dalla tirannia dei Giorgi d’Inghilterra, vollero darsi un altro tiranno ed un tiranno che può disdegnare di tener conto, ove il voglia, dell’opinione degli elettori e di quella dei rappresentanti del popolo.

 

 

Il presidente trae la nomina e la potenza dal voto dei milioni degli elettori, ma, una volta nominato, deve render conto dell’opera sua solo alla sua coscienza.

 

 

Purtroppo anch’egli è un uomo, e se è eletto per la prima volta, la brama di conquistare per altri quattr’anni l’altissimo potere lo fa forse condiscendere soverchiamente ai desiderii della folla od almeno lo induce a serbare il silenzio quando la sua parola potrebbe tornare poco gradita agli elettori.

 

 

Nel secondo termine di sua vita, però, il presidente rieletto non ha più nemmeno paura degli elettori; egli sa che alla scadenza dei quattro anni una consuetudine, imperiosa più di una legge, gli comanda di rientrare per sempre nell’oscurità della vita privata. Accade perciò che uomini di non grande levatura, consci della responsabilità che loro incombe di fronte al giudizio della storia e dei posteri, osino gagliardamente resistere contro il favore popolare ed osino seguire una politica che non è voluta dai politici, ma è imposta dal dovere alla coscienza di chi regge i destini di una grande nazione.

 

 

Nessuno può chiedergli ragione dell’opera sua di esecuzione delle leggi vigenti: nessuno, nemmeno le camere elettive, a cui è affidato il carico di fare le leggi nuove o di modificare quelle esistenti.

 

 

Il presidente non sceglie i suoi ministri fra i membri del congresso o del senato; e non è tenuto a mutarli quando un voto contrario della maggioranza lo faccia accorto che gli antichi suoi ministri non godono più la fiducia dei corpi legislativi. I suoi ministri sono i suoi servitori. Egli li chiama attorno a sé, si serve dell’opera loro finché questa gli torna conveniente, ossia finché essa riesce utile al buon andamento del potere esecutivo; ma a nessun legislatore è lecito di mandar via quelli che le leggi non fanno, ma unicamente applicano.

 

 

I suoi ministri non possono nemmeno comparire in parlamento e possono non essere stati mai membri del congresso e non aver mai preso parte alla politica militante.

 

 

Il ministro scompare di fronte al presidente. In Francia, quando le camere sono irritate, buttano giù il ministero ed il presidente, il quale ha firmato tutto, ma è irresponsabile per la cattiva politica fatta, si inchina e sceglie altri consiglieri nella nuova maggioranza.

 

 

In America le camere possono bene essere irritate contro i ministri, ma esse non possono sbarazzarsene quando non lo consenta il presidente, il quale è il solo responsabile degli atti dell’amministrazione, responsabile non verso le camere, bensì unicamente verso se stesso.

 

 

Diverso in ciò dal nostro primo ministro, il presidente non propone le leggi, ma se quelle fabbricate dalle camere non gli piacciono, o se le giudica di impossibile o difficile esecuzione, egli, solo giudice se una legge possa o non essere eseguita, vi appone il veto.

 

 

È ardua impresa l’approvazione di una legge contro il veto del presidente. È d’uopo che i due terzi dei membri del congresso e del senato contemporaneamente la votino una seconda volta: condizione difficile a verificarsi, perché sol per caso strano i due terzi di due corpi, così diversamente costituiti come il senato e la camera, hanno la medesima opinione.

 

 

Noi, usi a vedere i capi degli stati parlamentari approvare sempre le leggi votate dal parlamento, siamo forse inclini a ritenere che il presidente si comporti nella stessa guisa.

 

 

Nulla di più erroneo. Egli si serve del suo diritto. Vi fu un tempo, sotto la presidenza Cleveland, in che la corruzione e l’intrigo dominavano sovrani nel parlamento d’America, e vergognosi contratti si conchiudevano perché i legislatori potessero fare vile mercimonio del pubblico denaro. I bill che concedevano vistose pensioni governative a cosidetti soldati dell’indipendenza e della guerra di secessione, che non avevano mai visto un campo di battaglia, ma si erano però grandemente distinti nell’industre traffico della compra dei voti, si succedevano gli uni agli altri con una progressione spaventosa, in mezzo alla indifferente complicità di deputati e senatori.

 

 

Per ventura il presidente vegliava, e ben 301 leggi furono colpite dal suo veto, fra le acclamazioni degli onesti, il cui unico usbergo contro le corruzioni dei politicanti era la fortezza del capo dello stato. Di queste 301 leggi soltanto due le camere osarono votare una seconda volta con la maggioranza dei due terzi richiesta per poter far a meno del consenso del presidente.

 

 

Il quale regge in tal modo l’amministrazione della cosa pubblica con la dovuta energia ed osa assumere su di sé le responsabilità che sono richieste dalle circostanze.

 

 

Jefferson, in un momento critico della storia degli Stati uniti, compra la Louisiana e Lincoln emancipa gli schiavi negli stati in rivolta senza aspettare il voto del congresso. Furono atti di coraggio a cui i posteri riconoscenti hanno data la loro approvazione.

 

 

«Mentre il congresso era lacerato dalle gare partigiane, – dice il Bryce, forse il più profondo indagatore della costituzione americana, – il presidente continuò a far lavorare quetamente e ininterrottamente la macchina dello stato. In momenti di pericolo il potere esecutivo si innalzò quasi sino alla dittatura, come durante la guerra di secessione, e, ritornata la pace, seppe riassumere la sua posizione rigidamente costituzionale».

 

 

Fuori dell’America il «presidente» ha avuto pochi imitatori. Ma negli Stati uniti l’esempio è stato fecondo. Le une dopo le altre, le grandi città del continente americano, dopo essere passate attraverso ad un periodo di parlamentarismo acuto e di onnipotenza delle assemblee deliberative, hanno compreso non essere possibile un’amministrazione seria ed efficace se di fronte ai numerosi consiglieri che controllano non vi è un capo del potere esecutivo che governa e comanda. Il Mayor della Greater New York, mostruosa agglomerazione di più di tre milioni di abitanti, è quasi un despota. Il consiglio municipale è ridotto alle pure funzioni di controllo e di voto dei regolamenti e delle norme legislative. Il solo sindaco governa la città. Nomina e licenzia gli impiegati inferiori e superiori; dirige la enorme macchina burocratica senza bisogno del consenso di assessori o di altri pubblici ufficiali.

 

 

Sembra che il sistema funzioni bene, perché quasi tutte le città americane vanno a gara nel concedere poteri quasi illimitati ai loro sindaci.

 

 

Operando in tal guisa, gli americani non hanno creduto di abdicare alla libertà; hanno inteso soltanto creare un organo che abbia l’autorità e la forza necessarie per raggiungere efficacemente lo scopo di bene amministrare la cosa pubblica, sottraendola alle manovre dei politicanti.

 

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