Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Il prezzo dell’energia elettrica

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1934, pp. 493-506

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 289-301

 

 

 

1. – Gli studiosi commettono talvolta l’errore – perdonabile errore data l’inondazione della carta stampata da cui siamo tutti sommersi – di non leggere o di non leggere abbastanza i giornali tecnici professionali sindacali. Vi troverebbero non di rado, sovrattutto nelle pagine di polemica fra datori di lavoro e lavoratori, fra produttori e consumatori, tra grossisti e bottegai, dati interessanti e ragionamenti ingegnosi, contributi preziosi alla costruzione della teorica economica.

 

 

I teorici ne trarrebbero forse lo spunto per ipotesi feconde, probabilmente più importanti di certe ipotesi fabbricate a tavolino, a puro scopo di esercitazione solitaria.

 

 

2. – Si distingue per fervida tenacia nel difendere la causa dell’industria di cui è uno dei capi, l’ing. Giacinto Motta, tecnico insigne e polemista agguerrito. In un recente suo articolo L’industria elettrica e l’economia nazionale, a cui il capo della Edison ha voluto dare il sottotitolo di «appunti e note di volgarizzazione per i non specialisti», comparso nel numero del dicembre 1933 di «L’energia elettrica», si leggono ad esempio, due pagine bellissime sul modo di calcolare il costo di produzione dell’energia elettrica: quale il costo del capitale; quali gli ammortamenti; dell’assurdità di tener calcolo dei soli impianti idroelettrici e non di quelli integrativi termici; della preferibilità del calcolo in base all’energia effettivamente venduta e non a quella producibile; della mutabilità continua dei costi in funzione della necessità di rifacimento continuo delle reti nel corso dell’esercizio, della preoccupazione della continuità e della espansività dell’esercizio e quindi della fatale sovrabbondanza degli impianti; della necessità sociale di prevenire la domanda e di adeguarsi a qualsiasi domanda e quindi del costo del ritardo nel collocamento dell’intiera energia prodotta; della insensatezza del concetto del costo medio. Sono persuaso che se i tecnici dirigenti le nostre grandi imprese industriali si decidessero a mettere in nero su bianco la loro viva esperienza economica, impareremmo intorno ai costi e loro diverse partizioni, alle spese generali e specifiche, alle relazioni fra quantità domandata, costi e prezzi, assai di più che da molti libri di economisti. I “pratici”, siano ingegneri o ragionieri o banchieri, hanno un solo difetto: spesso essi si credono obbligati a far teoria estranea al loro mestiere; e qui per lo più falliscono miseramente. Se tutti, come fa Motta, si limitassero a ragionare della propria industria, di quel che essi hanno visto, sperimentato, fatto, indovinando e sbagliando, potremmo discutere, essere d’altra opinione, non certo annoiarci mai.

 

 

3. – Non ci si annoia mai nel leggere gli articoli di Motta. Sovrattutto quando egli si compiace nel dare pugni negli occhi agli avversari. Di questi suoi pugni negli occhi voglio discutere qui due: l’uno è quello che egli dice dell’incidenza del prezzo dell’energia elettrica sui bilanci degli utenti (famiglie consumatrici di luce e industrie consumatrici di energia) e l’altro è quello che direi del prezzo “giusto” della energia. Non discuterò i dati di fatto e le conclusioni concrete; ma la pura questione metodologica di principio. All’uopo riesporrò le tesi del Motta a modo mio. Ritengo impossibile discutere senza porre chiaramente il problema; e quasi assurdo riuscire a porre il problema con le parole altrui e come altri vorrebbe lo si ponesse. Pur cercando con il maggior scrupolo di interpretar Motta come egli vorrebbe lo si interpretasse, non sono cioè sicuro di riuscirvi appieno; epperciò il lettore assuma le premesse come ipotetiche. La discussione di esse sarà anche una discussione delle idee del capo dell’Edison nei limiti in cui la mia formulazione sia fedele alla sua tesi.

 

 

4. – Il principio dell’incidenza, che il Motta «non manca di volgarizzare da anni, senza però illudersi troppo di persuadere gli interessati, tutti dotati di una sensibilità irreversibile: acuta, finissima per gli aumenti, atona, atrofizzata per uguali diminuzioni di prezzo» si potrebbe formulare così: non è conveniente e perciò non è desiderabile dal punto di vista dell’interesse collettivo una variazione di prezzo, la quale dia un vantaggio irrilevante al consumatore ed un danno gravissimo al produttore. Dicesi «incidenza»il peso proporzionale che un fattore di produzione ha sul valore della produzione di una industria, e si intende per valore della produzione il valore aggiunto da una data industria al valore delle materie prime consumate.

 

 

Indagini accurate compiute negli Stati Uniti consentono al Motta di affermare che l’incidenza della spesa causata dall’energia elettrica sul valore aggiunto dalla lavorazione non superava nel 1929 l’1,23 per cento, con un minimo del 0,52 per cento. Anche tenendo conto della maggiore riduzione di costo degli altri fattori in confronto alla riduzione del costo della energia, non si può ritenere che l’incidenza superi oggi il 3,7% nelle industrie manifatturiere.

 

 

L’incidenza dell’energia elettrica può anche essere paragonata a quella dei salari; e qui il Motta giunge alla conclusione che per ogni 100 lire spese in salari in Italia nel 1931-1932 la spesa per energia oscilla fra 7 e 10 lire.

 

 

Misurata rispetto alla sua importanza relativa nel bilancio famigliare operaio delle principali città italiane nel 1932, ed astrazione fatta, come correttamente deve farsi, dalle imposte gravanti sui singoli prodotti, l’incidenza della luce elettrica ammonta a 101 lire all’anno, laddove quella del vino e delle altre bevande alcooliche sale a 591 lire, del tabacco a 175, degli spettacoli a 228, dei tram ed autobus cittadini a 382 lire. «Basta spesso – osserva il Motta – una sola gita famigliare od al massimo due sui celeberrimi treni popolari estivi, per determinare una spesa uguale a quella della luce per tutto l’anno».

 

 

La “gratuità” della fornitura della energia elettrica consentirebbe dunque un vantaggio irrilevante alle industrie ed alle famiglie consumatrici; laddove la diminuzione media anche solo di 6 cent. per ogni chilowattora sul prezzo dell’energia elettrica «basterebbe invece ad annullare oggidì il già esiguo dividendo medio delle imprese elettriche, determinando perdite effettive nella maggioranza delle medesime».

 

 

5. – L’argomento dell’incidenza ha valore; ma questo parmi essere soltanto di “ritorsione”. V’hanno molti i quali per involontario gretto egoismo o demagogico istinto di sfruttare l’egoismo altrui eccitano sé od altri contro l’ingordigia di taluni produttori predestinati alla antipatia pubblica: padroni di casa, produttori di gas, di luce elettrica, di trasporti ferroviari. Gente, la quale non temeva durante la guerra di sprecare in vino, in calze di seta, in cappellini o in stupidi divertimenti le migliaia di lire, si stipava frattanto in un paio di camere e sbraitava contro le poche centinaia di lire richieste per l’affitto. Si grida contro le poche lire della luce elettrica, che allieta la casa, e si buttano le decine in pacchetti di sigarette o per l’accesso ad una arena ove due atleti nudi danno brutto spettacolo di sé prendendosi a pugni. L’industriale, il quale vende la sua merce a prezzi da tre a cinque volte l’anteguerra, monta in furore quando deve pagare la forza motrice idraulica da due a tre volte il prezzo antico. Contro siffatte egoistiche aberrazioni, le quali, se ascoltate, metterebbero talune grandi industrie nazionali – le variazioni nell’industria edilizia ed in quella elettrica sono forse gli indici più delicati e sensibili della prosperità nazionale – nella impossibilità di vivere, l’ing. Motta insorge a gran ragione. La sua dimostrazione del vuoto demagogico di siffatte fastidiose querele è perentoria e definitiva.

 

 

6. – Valido in sede di ritorsione polemica, l’argomento della incidenza soffre tuttavia per due capitalissimi vizi. In primo luogo esso non ha contenuto razionale. È usato dagli elettricisti per dimostrare che centesimo più, centesimo meno, non franca la spesa ai consumatori di far baccano per poche lire o decine di lire all’anno; dai risaiuoli per chiarire che alla massaia non torna conto strillare se la minestra costa cinque centesimi di più a testa, se il riso vien fatto salire da 30 a 60 lire per quintale; dai granicoltori per persuadere che le venti lire di più per quintale bastevoli per rendere remunerativa la coltivazione del frumento si traducono in miseri venti centesimi per chilogramma pagati in più per il pane. È l’argomento principe di tutti gli industriali i quali chieggono protezione doganale e fanno il conto che alla perfine, a proteggere con dazi del cento per cento sul prezzo all’ingrosso la siderurgia, il fitto della casa per l’inquilino aumenta in proporzioni praticamente non avvertibili. Tutto, nella catena economica, comincia dal guadagno o dalla minor perdita di decine e centinaia di milioni per il produttore e finisce in soldi e centesimi per il consumatore. Il guaio si è che, tutti i produttori facendo il medesimo calcolo dei milioni e dei centesimi, sfumano gli uni e gli altri. Sfumano i milioni, perché ognuno rincara la propria merce del dieci o del venti o del cinquanta per cento e paga le merci ed i servizi altrui rincarati nelle medesime proporzioni; e sfumano medesimamente i centesimi, essendo i cosiddetti consumatori obbligati a chiedere aumenti di salari e stipendi nominali. Il gioco dei centesimi è un giro vizioso, il quale avvantaggia gli uni soltanto nella misura in cui altri, meno organizzati e meno vociferanti o meno ascoltati, mal riescono a rialzare i propri prezzi. Se qualcosa rimane di sostanziale, l’effetto non è innocuo. Quel tale ultimo consumatore, il quale non può rivalersi dei centesimi capitatigli addosso fa la figura di quel somaro, sul cui groppone il contadino aveva caricato un quintale di frumento; e vedendolo ritto sulle gambe pensò: ben potrei caricarlo ancora del peso di una semina, e poi di un coppo, ed ancora di un cucchiaio; e vedendolo sempre ritto, andò caricando, l’un dopo l’altro, cucchiai e chicchi, sinché, ad un certo punto, al chicco marginale, il somaro stramazzò a terra né più volle o poté rialzarsi. Troppi colleghi ha l’ing. Motta, pronti a fare il calcolo dell’incidenza, perché le incidenze diverse non si sommino ed il somaro non cada a terra.

 

 

7. – L’argomento della incidenza è, in secondo luogo, estraneo al problema a cui veramente i polemisti affissano l’occhio: in base a quel principio deve essere determinato il prezzo dell’energia elettrica? I prezzi di una qualunque merce non si fissano in ragion di pietà verso una delle due parti. Può darsi che Tizio produttore di vino opini di chiedere poco per il suo prodotto: 50 lire all’ettolitro. Egli dimostra che la diminuzione di sole 5 lire basta a metterlo in perdita; e che 5 lire più o meno sono per lui la vita o la morte ed al consumatore definitivo, il quale paga quel vino, tenuto conto del trasporto, delle imposte e dell’acqua, 2 lire al litro, 5 centesimi in più o in meno non fanno né freddo né caldo. Se, tuttavia, il mercato vuole che il vino di quella qualità si venda a 45 od a 40 lire all’ettolitro, le lire sono 45 o 40 e non 50. Compassione per il produttore ed irrilevanza per il consumatore, sono argomenti estranei alla formazione del prezzo di mercato del vino. Si potrà ragionevolmente chiedere che si elevino contravvenzioni contro chi vende acqua per vino od una turpe miscela di vini anonimi per barbera genuino d’Asti; ma se, nonostante le contravvenzioni, il vino continua a vendersi a 40 lire, il produttore dovrà piantar lì di guaire contro gli intermediari ingordi e contro i consumatori malgustai. Si industrii, se ci riesce, ad arrivar lui direttamente sino al consumatore, e si faccia apprezzare meglio dai buongustai. Se no, la smetta.

 

 

Parimenti, se il mercato, se le condizioni obbiettive di costo, di consumo, di concorrenza, di altre sorgenti di energia portassero a ribassare i prezzi dell’energia elettrica non dei soli 6 centesimi che basterebbero, secondo il Motta, ad annullare il profitto delle imprese elettriche, ma di 10 o 20 centesimi, non ci sarebbe nulla da fare. Nessuna industria può durare per compassione. Il prezzo è quello che è; non quello che non sarebbe scomodo per il consumatore di pagare e sarebbe conveniente per il produttore di ricevere. Non c’è ragione al mondo per cui il consumatore rinunci al beneficio di un centesimo solo nel prezzo del pane o del vino o della luce se le circostanze son tali che il prezzo debba ribassare di un centesimo. Lo stato, la chiesa, la scuola possono ed hanno il dovere di educarlo a far buon uso dei centesimi risparmiati. Privarlo di quel centesimo perché è poca cosa o perché potrebbe farne malo uso o perché chi prima lo riceveva ritiene necessario conservarlo è proposizione priva di qualsiasi significato economico e perciò non discutibile se non da punti di vista estranei a quello economico. Se una industria o troppo giovane o invecchiata o temporaneamente soggetta a concorrenza da essa qualificata sleale, meriti aiuto dallo stato, è un altro, ben diverso problema generale, che esula dal campo specifico dell’argomento della incidenza. È problema non ristretto alla industria elettrica e che deve essere discusso sulla base di argomentazioni diverse da quella: che cosa vi importa di pagare un centesimo di più? è tanto poco un centesimo ed a me così necessario! L’argomento, moralmente ripugnante in bocca a consumatori i quali amerebbero far baldoria a spalle altrui, non acquista valore solo perché messo innanzi dai produttori. Ciascuno paghi quel che deve e neppure un millesimo di più.

 

 

8. – Il vero, seppur difficile problema, è conoscere quel che può chiamarsi il prezzo “giusto” della energia elettrica.

 

 

La posizione precisa del Motta a questo riguardo pare più negativa che positiva.

 

 

9. – Sembra che il criterio fondamentale debba essere quello di un prezzo, il quale copra il costo di produzione, comprendendo in questo adeguate quote di ammortamento e la remunerazione, corrente per impieghi analoghi, del capitale investito negli impianti, fattore rilevantissimo del costo nell’industria elettrica. Non è chiaro tuttavia quale sia la valutazione da darsi al capitale investito. Tra i due concetti opposti che si possono chiamare del costo di produzione e di quello di riproduzione (ricostruzione) si intravvede una certa oscitanza nel pensiero del Motta. Questi non afferma che il prezzo dell’energia elettrica debba essere calcolato sulla base di quel che in passato costarono di fatto, singolarmente od in media, gli impianti. Il concetto è troppo assurdo per meritare di essere preso in considerazione. Il consumatore non ha nessun obbligo o, poiché l’obbligo è concetto giuridico – morale estraneo all’economia, non può in alcun modo essere indotto a remunerare un capitale, il quale sia stato impiegato in ragione di errori commessi in passato dagli industriali o di metodi oggi antiquati di costruzione o di esercizio. Il passato è morto per sempre e non può pretendere di dominare il presente.

 

 

10. – Tuttavia, nella esposizione del Motta affiorano qua e là riserve e rimpianti, i quali indurrebbero a credere che egli non abbia del tutto scosso dai suoi calzari la polvere antica del concetto del costo di produzione.

 

 

11. – Sono, ad esempio, riserve e rimpianti:

 

 

– l’osservazione che una grande impresa elettrica, nonostante svalutazione di centinaia di milioni di lire, si dichiara incapace a distribuire dividendi.

 

 

NOTA. – Quel che conta non è che la svalutazione abbia avuto luogo per 100 o 1000 milioni, Né che essa sia approvata in seguito a rigorosa inchiesta statale. Potrebbe darsi che l’inchiesta abbia voluto semplicemente rispondere al quesito: quanto debbono oggi essere stimati gli impianti della società X se noi assumiamo a criterio di valutazione quello usato da società analoghe oggi esercenti ed oggi capaci di distribuire un dividendo normale? Il quesito così posto può essere considerato logico e sufficiente ai fini che l’inchiesta statale si era proposta. Ha scarsa rilevanza rispetto al problema che ci interessa: quale è il prezzo attuale di mercato della energia elettrica? Quel che gli impianti attuali costarono in media, quel che essi di fatto distribuiscono in dividendi sono per fermo indici o sintomi degni di essere tenuti in conto per giudicare le possibilità d’avvenire, ma non sono affatto decisivi. Se il consumatore trova convenienza a non comprare più od a ricorrere ad altre fonti di energia o ad altre nuove imprese produttrici di energia elettrica meno costosa, addio costi del passato medi ed individuali, addio dividendi!

 

 

– l’insistenza nel ricordo di impianti costrutti con capitali stillati in lire svalutate e su cui si debbono pagare interessi e rate d’ammortamento in lire rivalutate. «Non si dovrebbe far pagare intieramente le conseguenze economiche del collasso[1] sui cittadini che in una forma o nell’altra misero a disposizione i proprî risparmi per fornire al paese l’energia di cui abbisognava».

 

 

NOTA. – E su chi, di grazia, si dovrebbero far pesare? Sui consumatori odierni di energia elettrica, i quali possono essere persone le quali hanno sofferto anch’esse le conseguenze della svalutazione della lira? portatori del vecchio consolidato antebellico, i quali posseggono un capitale di 88 lire equivalenti a 24 lire ante belliche, contro le 100 che avevano versato? proprietari di terre, case, titoli venduti in mal punto e ridotti ad una piccola frazione del patrimonio antico? Qual mai criterio si può sostituire ragionevolmente a quello che l’investitore deve correre i rischi dell’investimento compiuto? Se si ammette che chi ha investito 100 lire svalutate debba essere indennizzato da qualcuno [leggi dai consumatori] per il rischio di pagare in 10 lire rivalutate l’annualità di ammortamento ed interesse delle 100 lire mutuate prima del discorso di Pesaro in lire svalutate, fa d’uopo ammettere altresì il principio che chi investì nell’ante guerra 100 lire piene ed oggi ha la ventura di restituirle ai creditori con una annualità di 10 lire nuove equivalenti a 2,7 lire antiche, debba altresì farsi pagare dai consumatori solo in ragione di 10 lire nuove, ossia a tariffa immutata ante bellica per la quota della produzione ottenuta con impianti antichi. Il che imporrebbe una contabilità complicatissima e darebbe luogo a risultati privi di senso comune.

 

 

– l’attaccamento ai saggi di interesse e di frutto tra il 7½ % ed il 9% e più all’incirca del decennio post bellico, saggi dai quali la maggior parte delle imprese elettriche non riescirebbe neppure oggi facilmente a liberarsi.

 

 

NOTA. – Se quei saggi sono quelli a cui deve sottostare una impresa elettrica che oggi debba procacciarsi i capitali d’impianti, quelli sono i saggi da considerare. Se no, – e par che oggi sia possibile ottener capitali a condizioni più miti – perché il consumatore dovrebbe preoccuparsene?

 

 

12. – Non è forse bene riconoscere apertamente chiaramente che tutti questi sono cenci senza valore? e che il solo concetto il quale può tenersi presente per la determinazione del prezzo è il costo di riproduzione, come lo chiamava il nostro grande Ferrara, o di ricostruzione come lo vedo soprannominato da tecnici d’oggi? Il consumatore è una certa persona, la quale ad ogni momento fa il confronto fra il prezzo richiestogli dal produttore attuale e I° quello che gli viene domandato dal produttore del surrogato più vicino al bene da lui desiderato, o II° quello che egli dovrebbe subire se egli riproducesse l’impresa fornitrice (costo potenziale di riproduzione). Non vi è alcun motivo perché egli paghi, se non temporaneamente, un prezzo superiore al minore fra questi tre prezzi. Se il produttore di energia elettrica gli chiede 1 ed il produttore di nafta offre la stessa energia a 0,80 ed è possibile costruire, con i mezzi tecnici d’oggi, con le conoscenze attuali, con i risparmi ottenibili ai saggi correnti odierni, impianti i quali diano l’energia a 0,70, il prezzo “tende” verso 0,70. È inutile protestare, dire essere ingiusto che le vecchie imprese vadano in rovina, non diano dividendi, perdano il capitale proprio ed altrui. La tendenza opera, irresistibile. Chi domina il prezzo non è il costo antico, non sono le idee, le conoscenze del passato, non sono le abitudini risparmiatrici d’altri tempi. Il costo è dominato dall’oggi, anzi dal domani. Nessuno è sicuro di vivere se non si adatta continuamente al nuovo, a ciò che sarà. Nell’istante medesimo in cui il risparmio perde la forma indistinta del numerario e si investe in qualcosa, in una macchina, in una casa, in un vigneto, in quell’istante preciso esso perde ogni capacità di determinare la propria sorte. Gli economisti dicono che la sua remunerazione assume l’indole di “rendita”, ossia di qualcosa di riflesso, di derivato. È una foglia morta, distaccata dal tronco vivo, il cui valore dipende dalle foglie ancor non nate, dal prezzo che sul mercato tende ad avere il risparmio appena accumulato od ancora in germe. La decisione spetta a chi è ancora in bilico tra l’essere ed il non essere e può ancor dire: se son pagato tanto, sarò, altrimenti preferirò non nascere.

 

 

13. – Quando io dico: il prezzo dell’energia elettrica tende ad essere quello necessario per remunerare l’impresa elettrica nuova che nuovamente sorga fornita di capitali alle migliori condizioni oggi possibili e governata da uomini capaci di costruirla secondo i criteri tecnici ed economici più perfetti oggi conosciuti, col minimo di errori presumibile nelle circostanze normali odierne, io ho però esposto solo una legge di primissima approssimazione. Bene a ragione il Motta irride alle cifre di costo “medio” ed osserva che «la sostituzione della media alla serie dei singoli valori reali è un’operazione comoda, che si fa sovente per dibattere tesi di carattere generale, ma non sempre è accettabile nelle conseguenze che se ne vogliono trarre». Tutti i testi elementari economici spiegano che, se il prezzo tende ad essere unico, si intende in condizioni postulate di piena concorrenza, stesso mercato, ugual tempo ed ugual merce, il costo è per natura sua vario da impresa ad impresa, da tempo a tempo nella stessa impresa, da tipo o massa di merci venduta ad altro tipo ed altra massa nello stesso tempo e nella stessa impresa. Costo nuovo futuro di riproduzione sì e non costo passato di produzione; ma quale dei moltissimi costi di riproduzione?

 

 

Il Motta esemplifica:

 

 

«C’è in Italia un impianto a serbatoio avente un costo per chilowattora superiore a otto lire; un grande municipio settentrionale ha costruito sulle Alpi un impianto a serbatoio del costo di oltre 2 lire per chilowattora-anno (badino i lettori, due lire per chilowattora alla centrale; non è ancora conteggiato il costo della linea di trasmissione e della rete di distribuzione dentro la città); un altro grande comune ha speso per un importante impianto a serbatoio un po’ più di 1,40 al chilowattora; un terzo comune meno importante, ma sempre capoluogo di provincia, ha speso sei milioni di lire per un impianto di 1000 chilowatt. Chi potrebbe pretendere di applicare a questi impianti le conclusioni a cui si arriverebbe – anche eliminando tutti gli errori e gli imprevisti di qualsiasi analisi del genere – in base al costo medio astratto o teorico di un impianto tipo completamente utilizzato, e in concreto di un impianto tipo caratterizzato dalla cifra di L. 0,60 per ogni chilowattora disponibile in media ogni anno?».

 

 

Il Motta sembra ritenere che gli amministratori degli enti produttori di energia elettrica si comporterebbero “giustamente” impostando i loro conti di prezzo sulla base dei propri individuali costi di 8, 2, 1,40 o 0,60 per chilowattora. Poco prima aveva scritto: «Chi abbia responsabilità concreta di gestore d’azienda economica ha non il diritto ma il dovere di rifiutare [le cifre di costo medio] quando si pretenda derivarne una costrizione a suo carico; per es., si voglia imporgli di compiere un’operazione di vendita o di acquisto che nel caso specifico giudichi in coscienza inaccettabile».

 

 

14. – Pur partendo dalla premessa che il costo regolatore sia quello di riproduzione, la critica del Motta: «essere fallace il criterio del costo medio» è valida. Supponiamo che la serie dei costi di produzione (serie A) e quella dei costi di riproduzione (serie B) si possano per brevità ridurre ai seguenti tipi, in lire di costo per chilowattora annua:

 

 

Serie A.

– Costi passati di produzione

8

4

2

1,50

1

0,60

Serie B.

– Costi futuri di produzione

10

5

3

1

0,60

0,40

 

 

Alla serie nuova (B) sono stati attribuiti alcuni tipi a costo più alto, per tener conto della circostanza che probabilmente le sorgenti di energia elettrica idraulica più agevolmente sfruttabili sono già state captate, e tipi a costo meno alto per tener conto della circostanza che gli impianti odierni possono essere costruiti a costi inferiori dal 35 al 40% a quelli che si dovettero sopportare nel periodo post bellico anteriore al 1927 al quale risalgono parecchi degli impianti esistenti.

 

 

15 – Supponendo che i tipi di costo indicati siano quelli reali, quale sarà il tipo regolatore? Esso appartiene alla serie B ed ha il significato di costo regolatore del ricavo medio per ogni chilowattora normalmente vendibile. Supponendo che il costo regolatore sia 1, la scelta vuol dire che l’impresa ricava in media dall’energia elettrica normalmente vendibile quanto basta per remunerare un impianto del costo di 1 lira per chilowattora. Vuol dire anche e su ciò non occorre dilungarsi, trattandosi di ovvie verità: I° che l’impresa può diversificare i prezzi di vendita, dal massimo per la energia per illuminazione privata al minimo per la energia ad uso industriale disputabile ad altre sorgenti di energia, in guisa da soddisfare alla condizione che il ricavo totale copra il costo di 1 lira; secondo che l’impresa può eventualmente vendere, provvisoriamente ed a scopi diversi, fra l’altro di propaganda, l’energia non ancora collocata, quasi di scarto, anche a prezzi inferiori al minimo. Si deve supporre all’uopo che la perdita così sopportata abbia contribuito ad elevare il costo regolatore ad 1, laddove altrimenti esso sarebbe stato di 0,90.

 

 

16. – La scelta di 1, avvertasi espressamente ad evitare equivoci, è puramente ipotetica. Essa non vuol dire che il costo regolatore sia “di fatto” uguale ad 1 lira per chilowattora. Esso potrebbe essere invece 3 o 0,60 od un altro dato qualunque intermedio. La scelta è arbitraria ed ha esclusivamente per iscopo di fissare la posizione logica del problema.

 

 

17. – Se il costo regolatore è di 1, quali gli effetti?

 

 

  • in primo luogo se il ricavo medio è calcolato in funzione di 1, accade che in base ad esso viene sul mercato, ossia può essere prodotta ai costi futuri “di riproduzione”, tanta energia elettrica quanta basta a soddisfare quella parte della domanda di energia che, tenuto conto della rispettiva convenienza di procacciarsi le medesime quantità e qualità degli stessi beni: luce, calore, forza motrice, ecc., ecc., ricorrendo ad altre sorgenti, come il carbone, la nafta, il petrolio, la benzina, si rivolge alle imprese elettriche. Ad un prezzo calcolato in base al costo di 1, la quantità di energia elettrica prodotta è uguale alla quantità domandata.

 

  • in secondo luogo, i produttori i quali producono in base a costi superiori ad 1, perdono la differenza. È evidente che essi possono indurre i consumatori a pagare la energia a prezzi calcolati su una base maggiore di 1, solo se essi riescono ad impedire la concorrenza del carbone, della nafta, di altre imprese elettriche, ossia a creare una condizione di monopolio. La creazione di questa condizione monopolistica è desiderio non dei soli produttori a costi superiori a quello regolatore, ma di tutti i produttori, anche di quelli i quali lavorano a costi inferiori. È tuttavia opinione comunemente accettata che la creazione di situazioni monopolistiche sia dannosa all’interesse collettivo, e che lo stato non debba far nulla per contribuire a crearla. È anche opinione quasi pacifica che, esistendo situazioni monopolistiche, sia ufficio dello stato di abolirle o, se ciò non si può, impedire che i monopolisti ne traggano profitto. Ciò non significa che lo stato debba far tentativi, che sarebbero assurdi, di ricreare una situazione di piena concorrenza venuta meno per ragioni tecniche od economiche; vuol dire che lo stato ha per ufficio di imporre un prezzo uguale a quello che esisterebbe se concorrenza ci fosse. Ufficio delle corporazioni dovrebbe essere appunto quello di ricercare il prezzo di massimo vantaggio collettivo, sicché dove furono creati monopoli e questi non si possano levare di mezzo, il prezzo sia determinato da accordi corporativi, sulla base di quello che sopra ho chiamato costo regolatore. Non vale dire che la tale impresa ha bisogno di calcolare il ricavo in base al costo 3 o 5 o 10, perché essa tanto dovrebbe spendere se si dovesse oggi impiantare. La risposta è: l’impianto non si faccia perché antieconomico; se già si fece, le conseguenze siano subite da chi commise l’errore.

 

 

  • in terzo luogo, i produttori i quali producono in base a costi inferiori ad 1, lucrano la differenza.

 

 

Taluno qui vorrebbe, asseverando trattarsi di una rendita dovuta a privilegi di situazione, di cadute di acqua agevolmente sfruttabili, di monopoli naturali dovuti a difficoltà di concorrenza da parte del carbone, della nafta o di altre imprese elettriche, che la differenza fosse avocata allo stato. Esistono i nazionalizzatori delle forze idrauliche, così come esistono i nazionalizzatori o municipalizzatori delle terre, delle miniere o delle aree edilizie. Salvo qualche piccola eccezione, tutti codesti nazionalizzatori sono invasati pestiferi. Per restringerci alle forze idrauliche, la tesi della avocazione allo stato [vulgo tassazione] delle rendite idrauliche, ossia delle differenze in meno fra il prezzo basato sul costo regolatore ed i minori costi individuali, è nettamente condannabile, perché: a) trattasi di vantaggi non dovuti alla forza, ossia a qualche raggiro od intrigo o norma inavvedutamente fatta introdurre in qualche testo legislativo, in virtù di cui si sia impedito ad altri di produrre energia più a buon mercato. No. Qui il vantaggio è dovuto alla natura, alla mano di Dio, è precario e terminabile non appena altri inventi e riesca ad applicare sul luogo un mezzo più economico di produrre energia; b) il vantaggio è goduto dal primo che lo scoperse e lo usufruì; essendo ovvia una remunerazione a chi ebbe il merito della scoperta; c) se lo stato avocasse le rendite positive, non dovrebbe forse indennizzare le rendite negative? Ho dichiarato sopra, che, essendo il costo regolatore 1, chi ha la sfortuna di produrre al costo di 3 o 5 o 10, deve subire le conseguenze del proprio errore; debbo dichiarare perciò che chi ha la ventura di produrre ai costi 0,60 o 0,40 deve godere i vantaggi della sua fortunata impresa. Le rendite positive 0,40 o 0,60 non sono, come pare, gratuito dono del cielo, ma il “necessario” compenso dell’alea corsa. Se tutti i biglietti della lotteria fossero bianchi, chi acquisterebbe biglietti? Il mondo economico è, sotto un certo punto di vista, una lotteria. Se, a gioco fatto, le vincite le avoca a sé lo stato e le perdite sono lasciate agli imprenditori, chi vorrà ancora farsi imprenditore? [logica illazione, in tema di salvataggi: se gli imprenditori scaricano le perdite sullo stato, perché lo stato non deve avocare a sé i guadagni?]; d) le concessioni di forze idrauliche essendo temporanee e limitate, per le grandi derivazioni, ad un massimo di 60 anni, verrà naturalmente giorno in che gli impianti cadranno contrattualmente allo stato. Allora, non prima, si potrà discutere, se esistano, delle rendite idrauliche e della loro avocazione allo stato. Allora la avocazione parziale o totale non sarà dannosa alla collettività, perché non toglierà il necessario premio alle imprese. Anche allora, tuttavia, sarà grandemente dubbio se convenga allo stato privare le imprese esercenti di premio ove esse riescano a ridurre i loro costi al disotto del costo regolatore.

 

 

18. – Il Motta potrà osservare che le conclusioni a cui sono giunto sono generiche, astratte, non toccano dati concreti, non affermano nulla intorno a quello che è, a parer mio, in lire e centesimi il costo regolatore. Accetto la critica. Aggiungo che le conclusioni medesime dovrebbero essere ulteriormente elaborate per tener conto dei rapporti esistenti fra costo regolatore, sostanzialmente uguale a quello che gli economisti chiamano costo marginale, e le varie situazioni immaginabili di monopolio pieno, monopolio imperfetto, concorrenza limitata o piena; fra costo marginale e costo medio dell’impresa nelle varie fasi o dimensioni della sua produzione. Non ho voluto scrivere un trattato, ma tracciare alcune premesse metodologiche per la trattazione del problema. Se siamo d’accordo che taluni concetti come quelli di “incidenza” del prezzo della energia elettrica, del “costo passato di produzione” sono concetti spurii, i quali non hanno diritto di cittadinanza nelle discussioni economiche; e che bisogna guardare al costo di riproduzione ed andare in cerca, fra i tanti costi individuali effettivi, del costo “regolatore” o “marginale”, una parte della strada è fatta. Si tratterà, dopo, di elaborare e perfezionare. Partendo, però, da una premessa accettata.

 



[1] Il Motta si riferisce al collasso della lira avvenuto nel dopo-guerra, prima del discorso di Pesaro.

 

Torna su