Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

Critica sociale

La Stampa

Il principio del ravvedimento

«Critica Sociale», 1 febbraio 1902[1]

«La Stampa», 10 e 14[2] febbraio 1902

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 462-471

 

 

I

 

Nel numero dell’1° febbraio della «Critica sociale», la battagliera rivista socialista diretta da Filippo Turati, chi scrive pubblicava un articolo intitolato: L’ora degli spropositi. Poteva sembrare sintomatico il fatto che una rivista socialista pubblicasse uno scritto imbevuto da cima a fondo di spirito liberistico, e scritto da chi si professava apertamente malcontento della politica economica che ora si segue dalle classi governanti e dalle classi popolari, unite insieme da propositi che attuati, avrebbero condotto l’Italia a rovina. Ciò che più deve sembrare sintomatico si è l’approvazione che la mia querimonia riscosse nei partiti popolari. L’altro giorno il repubblicano «Giornale del Popolo» riproduceva, consentendo, un lungo brano dell’articolo; poco dopo Guglielmo Ferrero commentava, in uno dei suoi più belli articoli del «Secolo», l’avviso da lui chiamato «salutare», dato agli italiani sulla «Critica sociale».

 

 

Diceva l’articolo [3]:

 

 

Nel primo numero della «Critica» risorta, chi scrive tracciava uno schema di quella che, a suo parere, doveva essere «la politica economica delle classi operaie nel momento presente». D’allora sono passati due anni e mezzo e non sono passati invano. Le classi operaie hanno saputo conquistare in questo frattempo la libertà di associazione e di resistenza a tutela dei propri interessi, che è base prima ed indispensabile di ogni progresso futuro; e la libertà di sciopero e di coalizione – non largita per benigna concessione, ma guadagnata con isforzo perseverante – ha già cominciato a dare i suoi frutti consueti di elevamento del tenor di vita degli operai e di stimolo alle classi imprenditrici a migliorare ed a rendere più economica la produzione industriale ed agricola. D’altra parte – ed anche qui non per virtù di programmi di governo o di consapevole azione politica, ma per virtù di numerosi fattori favorevoli concomitanti – ha cominciato ad attuarsi liberamente e spontaneamente quell’incremento della produzione, che l’1 luglio 1899 indicavo come la premessa di ogni duraturo innalzamento delle classi operaie.

 

 

Ciò, che due anni fa era un fenomeno osservato da pochissimi, è adesso divenuto quasi un luogo comune. Tutti sanno che la ricchezza in Italia è cresciuta, che i risparmi sono abbondanti, che il tasso d’interesse è scemato, che è scemato d’assai l’aggio, e che per conseguenza i capitali stranieri hanno ripreso la via d’Italia, che le importazioni e le esportazioni crescono, che il bilancio dello stato si trova in ottime condizioni e presenta un lieto e significante contrasto con tutti i paesi europei. Tutto ciò conoscono benissimo anche gli operai, non foss’altro a cagione dell’esito parzialmente favorevole di tanti scioperi e di tante agitazioni per l’aumento del salario: scioperi ed agitazioni che a nulla avrebbero valso, ove il momento economico in Italia non fosse stato propizio.

 

 

Purtroppo però la letizia improvvisa, cagionata dal poter respirare in più libero aere e dalla sensazione di una iniziale prosperità, ci impedisce di vedere quanto sia ancora precario e tenue il miglioramento odierno. In uno studio statistico che «La riforma sociale» pubblica nel fascicolo di febbraio e dove sono studiati i sintomi dello stato economico d’Italia, è dimostrato largamente che noi non ci troviamo ancora in un periodo di stabile prosperità, ma appena appena usciamo da un periodo di depressione prolungata. È il contrasto col triste passato quello che ci rende lieti e fiduciosi; guai se la soverchia fiducia ci inducesse ad affrettare il passo e a trascurare quel lavoro perseverante, il quale soltanto potrà consolidare il piccolo miglioramento odierno!

 

 

Molti si fanno illusioni sul progresso della ricchezza italiana. Nello studio citato, si sono istituiti calcoli per misurare – facendo seguito ai vecchi e noti calcoli del Pantaleoni e del Bodio del 1889 – le variazioni della ricchezza italiana negli ultimi anni; ed eccone i risultati:

 

 

Quinquennio

Lire

1876-80

46.204.973.878

1881 – 1885-86

51.667.241.200

1886-87 – 1890-91

54.679.416.451

1891-92 – 1895-96

54.082.083.675

1896-97 – 1900-901

51.915.453.481

 

 

A temperare l’impressione di queste cifre, giova osservare che il notevole ribasso dell’ultimo periodo è dovuto sovratutto alla cifra bassa degli anni 96-97 e 98-99, in cui il calcolo dava solo 50 miliardi circa di ricchezza; e che nel 1900-901 si nota un sensibile rialzo a 55.728.746.372 lire. Siamo ben lungi dai 70 miliardi di ricchezza nazionale che qualche fertile immaginazione avea già assegnato all’Italia rinata dopo la crisi. La ricchezza sembra, specie in ultimo, bensì dare indizio di aumento, ma l’aumento basta appena a riparare ai danni del passato.

 

 

Basterebbe commettere qualche sproposito per vedere distrutta tutta l’opera del passato; per vedere il ritorno della crisi industriale e la disfatta delle leghe operaie e contadine, ora vittoriose nella conquista del salario più alto; basterebbe perdere qualche occasione favorevole, per ritornare alla coda di quei paesi forestieri, con i quali ci siamo messi a gareggiare con fiducioso slancio.

 

 

Disgraziatamente, parecchi indizi provano che noi siamo sulla via di commettere parecchi spropositi e di perdere alcune occasioni buone. L’esperienza del passato pare non abbia insegnato nulla. Il rimprovero va diretto un po’ a tutte le classi sociali e a tutti i partiti politici.

 

 

Le classi dirigenti, veduto che nel bilancio dello stato c’è un avanzo, vi si sono gettate sopra con una furia, la quale ricorda molto i primi tempi della sinistra, in cui si dilapidarono allegramente gli avanzi di bilancio e si mandò in malora il pareggio faticosamente ottenuto dai ministri di destra. Non si mette più innanzi un programma ferroviario completo, ma si discorre di direttissima tra Roma e Napoli, di porti e di bonifiche e di tante altre belle cose, la cui utilità non vuolsi negare, ma che faranno spendere di molti milioni allo stato. Il quale certo non ritrarrà dalla direttissima un frutto conveniente del capitale impiegatovi, mentre molto lucreranno appaltatori e uomini d’affari, che perciò si agitano per persuadere al mezzogiorno essere la costruzione della nuova ferrovia un problema di vita e di morte per il suo avvenire. Si discorre di Tripoli, e di equilibrio del Mediterraneo, quasi che si avesse soltanto da allungare le mani per pigliarsi la Tripolitania e l’Albania, e non ci fosse invece la certezza di grossi guai e specialmente del ritorno del disavanzo nel bilancio dello stato.

 

 

Né basta. Gli sgravi tributari forniscono un altro passatempo innocente agli uomini di governo e ai dilettanti di filantropia per provare il proprio sviscerato amore per le classi umili; quasiché non fosse evidente come la luce del sole che l’effetto della abolizione dei dazi sulle farine sarà limitatissimo e che con essa nulla si muta a ciò che forma il vero malanno del nostro sistema tributario: di essere cioè ostacolo potente alla produzione nazionale. Partiti conservatori e partiti popolari vanno a gara nel dire che essi vogliono un po’ più di giustizia sociale nelle imposte e, per ottenere il lodevole scopo, si apparecchiano a trasportare il peso di una imposta dalle spalle degli uni sulle spalle degli altri. Quasiché invece non premesse sopratutto di rendere meno pernicioso in complesso il gravame tributario allo sviluppo della ricchezza; quasi che l’andar disputando, se debba essere Tizio o Caio a pagare un’imposta, non fosse una disputa da gran signori, e non fosse preferibile per un paese povero, come l’Italia, modificare sovratutto quei congegni tributari che sono funesti allo sviluppo della produzione, che tolgono quattrini ai contribuenti e li costringono a spese ed a produzioni antieconomiche, senza alcun vantaggio o scarsissimo delle finanze dello stato.

 

 

Mi sia concesso di accennare non già ad un indizio di spropositi futuri, ma ad uno sproposito già commesso da quanti sono – a fatti od a parole – desiderosi della riforma tributaria: voglio accennare all’agitazione contro il dazio sul grano. La riduzione progressiva – e sia pure lenta per non portare un improvviso squilibrio nell’esercizio dell’industria agraria – sarebbe stata una magnifica piattaforma per sgravare sul serio i consumatori italiani, avvantaggiandoli almeno tre o quattro volte di più del danno arrecato allo stato. Invece, dopo l’accademica discussione avvenuta nella primavera scorsa alla camera, si lasciò cadere la cosa; ed oggi chi legga il pugnace libro: Per la libertà del pane, del valoroso Giretti ha l’impressione di trovarsi dinanzi ad un capitano senza soldati, il quale combatte a vuoto.

 

 

Se le classi dirigenti pensano a buttar via denari nella direttissima Roma – Napoli, le classi popolari non si sottraggono alla medesima tendenza, di volere fare il proprio bene accrescendo le spese dello stato. Di qui le discussioni e la propaganda per le leggi sul lavoro delle donne e dei fanciulli, per le ispezioni e per il Consiglio del lavoro. Tutte belle e buone cose, ma che distraggono dall’opera che oggi è veramente urgente: consolidare l’aumento di ricchezza presente e preparare aumenti futuri.

 

 

Nella quale opera governo e partiti politici hanno una parte non principalissima, ma pure molto importante, che consiste nel modificare l’ambiente giuridico in guisa favorevole allo sviluppo della ricchezza. I socialisti tedeschi si sono accorti da un pezzo della verità di questa affermazione. La loro mirabile campagna presente, contro il progetto della nuova tariffa doganale, è non soltanto una lotta per conservare il pane a buon mercato agli operai tedeschi; ma è sovratutto una campagna a favore dell’industrialismo e del capitalismo progredito, contro i vecchi metodi economici di produzione arretrata e lenta, rappresentati dalla Junkerthum agraria e feudale dell’ovest germanico. Proprio così: sinché gli operai italiani non si persuaderanno che è pernicioso ai loro propri interessi di imporre soverchie restrizioni legali alla libera attività degli industriali, che è pericoloso intimidire il capitale, tanto scarso e tanto timido da noi, con lo spauracchio dell’imposta progressiva, non si farà che alimentare illusioni e mettere in pericolo la prosperità iniziatasi ora. Bisogna invece fare come i socialisti tedeschi, e decidersi a prestare tutto il proprio appoggio ai capitani dell’industria moderna, ai capitalisti pronti a mettere su imprese nuove, alle banche forestiere desiderose di portare i propri capitali in Italia.

 

 

Bisogna persuadersi che, se vogliono guadagnar molto, gli operai debbono fare del loro meglio perché il capitale sia impiegato nel modo più produttivo ed economico possibile. Parrà un paradosso, ma è indubitato che gli operai italiani riusciranno ad elevare durevolmente le loro sorti, quando diventeranno più gelosi cultori degli interessi del capitale che nol siano i capitalisti medesimi; quando si persuaderanno essere meglio rinunciare a qualche milione di lire di aumento sul bilancio del ministero dell’agricoltura, industria e commercio (altra curiosa melanconia, questa, dei deputati popolari, di chiedere ogni tanto che il bilancio dell’agricoltura sia portato a 100 milioni!), pur di mettere in grado il tesoro di bruciare una quantità corrispondente di moneta cartacea e così affrettare la scomparsa dell’aggio e, colla scomparsa del cambio, la introduzione in Italia di capitali stranieri e il rialzo dei salari.

 

 

Occorre fare intendere agli operai che è necessario occuparsi, un po’ più di quanto non abbiano fatto sinora, della rinnovazione dei trattati di commercio. È questo un problema che li tocca sul vivo come consumatori e come produttori[4]  Come consumatori, hanno interesse a volere una politica doganale, che ribassi il costo dei manufatti che si importano dall’estero e per conseguenza il prezzo delle merci prodotte in paese. Come produttori, hanno interesse che i dazi protettori non indirizzino i capitali verso impieghi poco produttivi, ed i trattati di commerci siano negoziati in guisa da aprire il più ampio mercato possibile estero all’agricoltura ed alle industrie italiane. Problema non facile e su cui sarebbe bene che anche gli operai si intendessero, discutendo in modo chiaro ed aperto quei punti in cui gli interessi degli operai del settentrione possono trovarsi in contrasto con quelli del mezzogiorno, gli operai di un’industria con gli operai di un’altra.

 

 

In Germania queste cose si discutono e molto vivacemente; e vi sono operai liberisti ed operai protezionisti. In Italia non si ha, fra gli operai e neppure fra i loro capi, una coscienza ben netta dell’importanza pratica di questi dibattiti; ed accade perciò che noi, che vogliamo una politica doganale orientata in senso liberista, facciamo la figura di dottrinari del capitalismo, litiganti su cose che ai proletari importano poco.

 

 

Potrei continuare. Quasi tutti i problemi veramente vitali per il benessere delle masse sono lasciati cadere con indifferenza. Io speravo, scrivendo l’anno scorso sulle colonne della «Critica sociale» intorno alle convenzioni ferroviarie e sul loro rinnovamento, che il problema sarebbe stato discusso, magari da altri punti di vista e magari combattendo le conclusioni contrarie all’esercizio di stato, a cui ero giunto. Invece – se si eccettua una brevissima nota – non ne fu nulla; ed un argomento, che interessa tanto l’avvenire del paese, fu lasciato cadere.

 

 

Giorno per giorno si continuano a commettere in Italia dei veri attentati contro l’unico e splendido retaggio, che sia rimasto al demanio dello stato: le forze idrauliche. Mentre tanto si ciancia di municipalizzare ogni sorta di cose e si vogliono ingolfare i comuni in ogni sorta di imprese, mentre si invita lo stato ad avocare a sé l’esercizio delle ferrovie, nella speranza di far trionfare a poco a poco la socializzazione delle industrie, si lascia che lo stato alieni, per sempre, e per un tozzo di pane, l’unico patrimonio che gli sia rimasto: le forze idrauliche; e lo alieni non a beneficio dell’industria vera, ma troppo spesso a vantaggio della speculazione intermediaria. Chi si è accorto del grido di allarme che F. S. Nitti ha innalzato, nell’appendice alla sua recente Città di Napoli, a proposito di questa improvvida alienazione di uno splendido demanio, che potrebbe essere, bene utilizzato, un meraviglioso strumento di forza per lo stato e di potenza per l’industria privata?

 

 

Riflessioni malinconiche, diranno molti, di uno studioso, che vorrebbe che tutti si interessassero della scienza economica. A me pare, invece, che la malinconia nasce, se mai, dal desiderio insoddisfatto di vedere le classi operaie italiane uscire presto dalla penombra grigia del momento attuale di transizione tra il periodo delle battaglie politiche per la conquista della libertà e il periodo dell’attività pratica e feconda. Esse sono ancora sotto l’impressione della retorica, che le scuoteva e le commoveva nel momento della battaglia, e stentano a persuadersi di dover abbandonare l’antica eloquenza grandiosa per i conti prosaici del dare e dell’avere degli uomini d’affari. Eppure, se non ci si vuole illudere, bisogna saper fare anche codesti conti.

 

 

Ai lettori della «Stampa» le cose scritte nell’articolo della «Critica sociale» non parranno certamente nuove, tante furono le volte in cui quelle idee furono ripetute nelle nostre colonne, e tanti furono gli avvertimenti dati, a chi voleva ed a chi non voleva intendere, che si batteva falsa strada e che si correva pericolo, – per la smania degli sgravi, delle opere pubbliche, dell’intervenzionismo governativo in tutte le faccende della vita pubblica e privata, – di dimenticare quello che deve essere il cardine fondamentale della politica del momento presente: consolidare l’iniziale e lievissimo aumento di produzione e di ricchezza verificatosi negli ultimi anni, e preparare, colla pratica della libertà, prudentemente e pazientemente, la via ad un avvenire più radioso.

 

 

Il linguaggio dello scrittore della «Stampa» poteva sembrare ai socialisti il linguaggio di un reazionario odiatore del progresso e sprezzante del bene degli umili. Oggi, però, che una rivista socialista pubblica le medesime cose e che Guglielmo Ferrero su un giornale radicale approva quelle idee, vien meno un dubbio che quasi involontariamente mi assillava: il dubbio di essere davvero, senza saperlo, divenuto un reazionario.

 

 

Le verità, siano pure verità vecchie di cent’anni, come quelle della dottrina economica liberale, finiscono per imporsi.

 

 

Il trionfo della verità giustifica il titolo di questo articolo. Forse dall’«ora degli spropositi» stiamo avvicinandoci al «principio del ravvedimento».

 

 

II

 

L’«Avanti!» è intervenuto direttamente in una polemica che da alcuni giorni si dibatteva tra Filippo Turati e il dottor Romeo Soldi, libero docente di economia politica nell’università di Roma, a proposito degli scioperi e del contegno che in questi devono tenere i socialisti.

 

 

L’«Avanti!» dà ragione al Turati, sostenitore della tesi moderata, contro il Soldi, sostenitore della tesi rivoluzionaria. Il giornale socialista si chiede: «E perché dovremmo andare tra gli operai? O per tacere, il che è assurdo, ché tanto varrebbe non andare, secondo vogliono gli anarchici: o per seguire la folla operaia nei suoi propositi, qualunque siano, spingendola più facilmente ai passi estremi. È questa l’assistenza nostra? È un ufficio, lo riconosciamo, assai più agevole, che può fruttare soltanto applausi; ma il male è che l’esperienza è circoscritta alla pelle dei lavoratori. Il terzo, finito lo sciopero, abbandona l’assistenza, e chi n’ha avuto n’ha avuto. Qui è la differenza vera e sostanziale tra il pensiero nostro e quello del Soldi. Egli, progressista e rivoluzionario, non riconosce alcun dovere, alcuna responsabilità in chi è chiamato in un’assemblea di operai i quali discutono se debbono proclamare lo sciopero: noi moderati crediamo che, tanto in caso di sciopero quanto in ogni altra occasione, esista una precisa responsabilità personale».

 

 

Il linguaggio dell’«Avanti!» ribadisce la lettera scritta alcuni giorni fa da Turati, per dire non essere lecito fare esperienze sulla pelle altrui. Non è lecito perché «gli scioperi perduti sono apportatori di miseria e di sfiducia».

 

 

Per non essere cagione di miseria, è dovere dei capi di essere prudenti e di tenere grandissimo, se non esclusivo, conto dei profitti del capitale e delle condizioni dell’industria. «Il socialista chiamato ad assistere il proletariato in lotta deve dare alla lotta tutto il contributo della sua intelligenza e delle sue cognizioni, e non può, senza venir meno al proprio dovere, nascondere il timore della sconfitta, se il timore gli appare fondato. Sicché può ritenersi necessario anche lo studio delle condizioni dell’industria; sempre, per dirla al Turati, per il vantaggio dei lavoratori».

 

 

I lavoratori possono essere danneggiati più da una vittoria intempestiva estorta colla forza, che non dall’adattarsi alle condizioni dell’industria, le quali consentono una rimunerazione minore di quella che gli operai potrebbero, imponendosi, in un certo momento ottenere.

 

 

L’«Avanti!» esprime il concetto, intuitivo, riproducendo le parole di Arturo Labriola: «Certo un movimento operaio, dall’andamento troppo risoluto e pretensioso, dal timbro decisamente rivoluzionario, può compromettere le sorti di un iniziale sviluppo delle industrie. La prudenza e la moderazione è una necessità per ogni specie di movimento operaio, ma in modo più particolare in un ambiente ove si soffre appunto per difetto di industrie. Le pretese eccessive ed incalzanti, le manifestazioni, disordinate e violente, queste e simili fatti possono spaventare gli industriali e tenerli lontani da una piazza».

 

 

Il Labriola parla per la sua Napoli, preoccupato del pericolo che le violenze operaie riescano a spaventare gli industriali delle altre parti d’Italia. L’Italia di fronte all’estero è un po’ nelle stesse condizioni di Napoli di fronte al resto d’Italia. Perciò l’«Avanti!» estende il suo ragionamento a tutta l’Italia, il che vuol dire che ammonisce gli operai a non spaventare troppo gli industriali. Verità evidenti, che non c’è bisogno di essere professori di economia per divulgarle.

 



[1] Col titolo L’ora degli spropositi [ndr]

[2] Col titolo La ragione si fa strada [ndr]

[3] Pare opportuno pubblicare qui integralmente, invece dell’ampio estratto della «Stampa», l’articolo che col titolo L’ora degli spropositi era stato pubblicato dall’autore nella «Critica sociale» dell’1 febbraio 1902.

[4] Verissimo; e, per cominciare, abbiamo pregato i nostri amici Luigi Einaudi e Attilio Cabiati (che cortesemente aderirono) di occuparsi di tale argomento nei prossimi numeri della nostra rivista [Nota della «Critica»].

Torna su