Il problema dei debiti e le nostre condizioni reali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/06/1925

Il problema dei debiti e le nostre condizioni reali

«Corriere della Sera», 27 giugno 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 345-347

 

 

 

Non può essere lasciato passare senza commento l’articolo della «Morning Post» intorno alle iniziate trattative italiane per il regolamento dei debiti interalleati. Assai francamente, il giornale londinese ricorda ai creditori che l’avanzo del bilancio italiano è troppo esiguo per potere, sul suo fondamento, sperare in un regolare servizio dei debiti esteri. Ma contemporaneamente ammonisce gli italiani di non farsi illusioni sulla remissività americana in fatto di dazi doganali e di restrizioni immigratorie. Gli Stati uniti non aumenteranno di un’unità la ridicola quota di 4.000 italiani e rotti ammissibili ogni anno nel loro territorio. Non muteranno la classificazione degli italiani ora posti fra le provenienze «non desiderabili». Non modificheranno la legge proibizionista e continueranno per ciò ad escludere i nostri vini. Non ridurranno di un centesimo di dollaro i dazi doganali e seguiteranno a non volerne sapere dei nostri prodotti.

 

 

Tutto ciò è netto e tagliente. E l’opinione nazionale considererebbe gravissimo l’errore nostro se, con filo altrettanto tagliente, non si dicesse chiaramente ai governi creditori che dipende da essi se noi potremo pagare quella qualunque somma che si reputerà giusto e possibile pagare. Nello scambio di discorsi che è avvenuto a Washington intorno all’apertura delle trattative, il rappresentante americano Mellon ha accennato molto vagamente al fatto che la sistemazione del debito debba avvenire «prendendo in considerazione le capacità di pagamento dell’Italia». Giustamente il rappresentante italiano ha risposto a nome del suo governo che il nostro paese desidera di giungere a una sistemazione tale che esso sappia in coscienza di poterla mantenere, e ha accennato alle condizioni del problema del nostro debito con le condizioni reali dell’Italia economiche e finanziarie, con la nostra pressione demografica, con la pressione tributaria, con la ricchezza nazionale, con la bilancia dei pagamenti, con la bilancia commerciale, e via dicendo. Poiché sarebbe indecoroso assumere obbligazioni senza sapere di poterle mantenere, così è evidente che le due questioni del pagare e del potere versare i pagamenti convenuti devono essere abbinate, come si fece per la Germania. Ne varrà che gli Stati uniti, i quali del resto – si noti -, ci hanno dato durante la guerra non danaro ma prodotti, si lavino ora le mani del problema e ci dicano: Esportate altrove, se l’Inghilterra con i dazi sulle sete e sulle automobili vi chiude il suo mercato e gli Stati uniti fanno altrettanto per gli agrumi e le seterie; mandate in Francia o in Brasile i vostri figli, se negli Stati uniti non possono sbarcare e di lì non possono farvi rimesse per pagare noi. Non possono girar così la questione; perché tutto ciò che noi possiamo esportare ed esportiamo altrove, tutte le rimesse di altri emigranti servono già a scopi che hanno una assoluta priorità sul pagamento degli interessi sui debiti stranieri; servono a comprare le materie prime per le nostre industrie, servono a comprare il pane per la nostra popolazione; sono, in sostanza, indispensabili per consentire a noi di vivere secondo un tenor di vita grandemente più basso di quello degli americani e degli inglesi, servono a dare ai nostri operai e contadini un salario medio di 25 lire al giorno, che i loro colleghi anglosassoni respingerebbero con disprezzo. Più sotto di così non si può scendere nel tenor di vita, senza porre in forse le energie vitali del nostro popolo. Siamo disposti, entro i limiti che i poteri responsabili giudicheranno giusti, a fare uno sforzo ulteriore; ma senza il vostro aiuto, senza la sicurezza di un’entratura di uomini e di merci sui vostri due mercati che sono i più ricchi del mondo, questo sforzo non siamo capaci di compiere. Non girate il problema rinviandoci alla Cina, al Levante, alla Russia per vendere le nostre merci, alle fazende brasiliane per collocare i nostri emigranti. Un discorso siffatto susciterebbe indignazione tra di noi e darebbe luogo ad una reazione di spiriti sfavorevole alla buona riuscita dei negoziati. O perché il senatore Borah deve preoccuparsi delle sue future probabilità di essere eletto alla presidenza e deve per lui essere reputato giusto di promettere riduzioni imposte a spese dei debitori europei; e non deve essere lecito agli uomini di governo italiani e francesi di preoccuparsi delle sorti dei loro cittadini?

 

 

Alle parole nette e taglienti dei creditori, bisogna rispondere, altrettanto nettamente, con fermezza, con dignità di gente che vuole fare onore ai suoi veri impegni, se ci sono; ma appunto perciò non vuole sottoscrivere ad impegni resi vani dalla ostinazione dei creditori a precludere al debitore la possibilità di pagare.

 

 

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